Jorge Luis Borges Adolfo Bioy Casares I signori del mistero Antologia dei migliori racconti poliziescki Editori Riuniti EDIZIONE 1982. Il cacciatore cacctato Nelle note bibliografiche degli autori si è dato, lra parentesi tonda e in corsivo il titolo italiano delle opere per le quali esiste una traduzione. William Wilkie Collins, scritto tore inglese (1824-1889), amico e coílaboratore di Dickens, è c{~nsiderato il padre del romanzo poliziesco. Autore di numerose opere, è noto soprattutto per The Woman in White, 1859-1860 (La dama in bianco) e The Moonstone, 1868 (La pietra della l~na). La scelta del colpevole tra le persone meno sospette, il fornire al lettore tutti gli elementi per permettergli di risolvere l'enigma, l'accuratezza nei dettagli medici e legali sono i suoi principali contributi al genere. Tra le altre opere ricordiamo The Hauntel Hotel: A Mistery of Modern Venice, 1878 (L'albergo stregato) . Titolo originale: The Bitcr ~it Traduzione di Luigi G~brielli L'ispettore capo Theakstone, del Dipartimento investigazsoni, al sergente Bulmer, dello stesso reparto. Londra, 4 luglio 18... Sergente Bulmer: la informo che abbiamo bisogno del suo aiuto per risolvere un caso importante che richiede la collaborazione di una persona dotata della sua esperienza. Mi farà quindi il favore di passare al giovane latore di questa lettera la faccenda di cui lei si sta attualmente occupando. Lo informi del caso in tutti i suoi particolari, cosí come stanno, e dei progressi compiuti (se ce ne sono stati) per scoprire la~persona o le persone che hanno rubato il denaro. Lasci che il giovane fa«ia d~l suo meglio per risolvere il caso che fino a questo momento lei ha avuto in mano. Sua sarà ora la responsabilità, o il merito se lo porta a buon fine. Questi gli ordini che le dovevo dare. Ora, qualche informazione strettamente confidenziale sull'uomo che la sostituirà in questa faccenda. Si chiama Matthew Sharpin, e gli si presenta l'occasione di entrare nel Corpo, senza preparazione previa; rimanervi, dipenderà dalla sua intelligenza. Lei mi chiederà come abbia ottenuto questo privilegio; posso dirle soltanto che gode dell'appoggio di una persona estremamente influente. Una persona di cui io quanto lei preferiamo non fare il nome. Il giovane è stato praticante presso un avvocato, ha una altissima opinione di sé ed è tanto arrogante quanto, in apparenza, meschino e sornione. A quanto afferma, abbandona la sua vecchia occupazione e passa alla nostra per propria volontà e scelta. Non gli creda piú di quanto gli creda iO. Secondo me, si è impossessato di un qualche segreto relativo a un cliente del suo padrone, il che lo rende persona scomoda da tenere in ufficio ma, nello stesso tempo, gli dà un certo potere sul proprio datore di lavoro che non potrebbe licenziarlo senza correre rischi. ~redo che offrirgli questa occasione equivalga a offrirgli del denaro per farlo tacere. Comunque, il signor Matthew Sharpin si occuperà ora del caso e, se la sua opera sarà coronata dal successo, già me lo vedo, com'è vero Dio, ficcare il suo naso inquisitore nei nostri uffici e nelle nostre fa«ende. Le dico tutto questo perché non gli offra alcun motivo di lamentela: potrebbe rivolgersi al ~omando e mettere lei in cattiva luce. Distintamente suo Francis Theakstone Matthew Sharptn all'ispettore capo Theakstone. Londra, 5 luglio 18... Egregio signore, il sergente Bulmer mi ha favorito le istruzioni necessarie; mi permetto ora di richiamare la sua attenzione su alcune direttive impartitemi a proposito dei rapporti che--sul mio futuro operato--ho l'incarico di preparare e sottoporre all'esame del Comando. Lo scopo per cui dovrei rivolgermi a lei e farle esaminare ciò che scrivo prima di portarlo alle superiori autorità, è, a quanto mi si è detto, concedermi il beneficio del suo consiglio in qualsiasi momento possa averne bisogno (e oso sperare non ne sarà il caso), data la mia scarsa esperienza. Le straordinarie circostanze dellla faccenda di cui mi sto occupando mi impediscono di allontanarmi dal luogo in cui il furto è stato commesso prima d'aver compiuto un quálche progresso nella scoperta del ladro, cosi«hé non posso conferire con lei personalmente. Mi vedrò, quindi, costretto a scriverle per informarla di vari particolari di cui, forse, sarebbe m~eglio parlare a voce. Questa, se non sbaglio, è la situazione in cui ci troviamo. Le comunico le mie impressioni in proposito affinché noi ci si possa intendere perfettamente fin dall'inizio, e sono il suo attento e devoto Matthew Sharpin L'ispettore capo Theakstone a Matthew Sharptn. Londra, 5 luglio 18... Signore, lei ha cominciato con lo sprecare tempo, inchiostro e carta. Quando l'ho mandata con la mia lettera dal sergente Bulmer, conoscevamo benissimo entrambi le nostre rispettive posizioni. Non c'era alcuna necessità di rip`eterle per iscritto to. Per il futuro, mi faccia il favore di riservare la sua penna alla faccenda di cui è stato incaricato. I rapporti che lei deve scrivermi sono tre. Primo, deve stendere un riassunto delle istruzioni ricevute dal sergente Bulmer per dimostrarmi di non aver dimenticato alcunché e d'aver completa dimestichezza con il caso che le è stato affidato. Secondo, deve informarmi su quan to si propone di fare. Terzo, deve riferirmi per iscritto to qualsiasi progresso lei compia (ammesso ne compia qualcuno) giorno per giorno e, se necessario, ora per ora. Questo è il suo dovere. Quanto al mio, quando vorrò che lei me lo ricordi, glielo farò sapere. Intanto, la saluta Francis Theakstone Matthew ~harpin all'ispettore capo Theakstone. Londra, 6 luglio 18... Signore, lei è un uomo anziano, naturalmente incline a una certa gelosia nei confronti dei giovani che, come me, sono nella pienezza della vita e delle loro facoltà mentali. Data la situazione, è mio dovere non prendermèla troppo per i suoi piccoli difetti. Non mi offendo neppure per il tono della sua lettera; le concedo il beneficio della mia innata generosità e cancello dalla memoria la sua impertinente nota. Insomma, ispettore capo Theakstone, io le perdono, e passo ad altro. Il mio primo dovere è farle un rapporto completo delle istruzioni ricevute dal sergente Bulmer. Eccole, secondo la mia versione. Al numero 13 di via Rutherford, a Soho, c'è un negozio di cartoleria gestito da un certo signor Yatman, sposato e senza figli. Oltre al signor Yatman e a sua moglie, occupano la casa: uno scapolo, di nome Jay, che vive in una camera al secondo piano; un commerciante che occupa una delle stanze della soffitta e una donna a tutto servizio, che ha un letto nella stanza dietro alla cucina. Una mattina per settimana, viene una donna d'aiuto per le pulizie. Queste, le persone che abitualmente hanno libero accesso all'interno della casa. Il signor Yatman è stato in commercio per molti anni, ha condotto bene i propri affari ed ha prosperato fino a raggiungere una indipendenza invidiabile, per un uomo della sua condizione. Disgraziatamente, ha poi cominciato a speculare per aumentare la propria fortuna. Ha fatto investimenti audaci e la fortuna gli ha voltato le spalle cosicché, due anni fa, si è ritrovato di nuovo povero. Dal naufragio economico, è riuscito a salvare soltanto duecento. sterline. Nonostante abbia fatto il possibile per fronteggiare la situazione, abbandonando anche lussi e comodità cui lui e sua moglie erano abituati, il signor Yatman si è reso conto che non sarebbe riuscito a risparmiar nulla dei proventi della cartoleria. Il negozio declinava d'anno in anno, sotto la spinta della concorrenza che vendeva a prezzi piú bassi. Cosí andavano le cose fino alla settimana scorsa; tutto ciò che rimaneva della fortuna del signor Yatman erano le duecento sterline salvate dal disastro. La somma era stata depositata in una banca, sotto forma di capitale comune. Otto giorni fa, il signor Yatman e il signor Jay parlarono tra loro delle difficoltà che, in questi ultimi tempi, colpiscono il commercio in tutti i suoi settori. E il signor Jay, che vive con quanto ricava dagli articoli che invia a vari giornali (incidenti, baruffe, insomma articoli a un centesimo a riga), disse al suo padrone di casa d'aver sentito, quella mattina, sfavorevoli commenti sulle banche che accettano depositi sotto forma di capitale comune. Voci analoghe erano già giunte all'orecchio del signor Yatman. Queste notizie, confermate ora dal suo inquilino, lo allarmarono al punto da indurlo a ritirare quanto prima il denaro depositato. Era già tardi e giunse appena in tempo per farselo consegnare prima della chiusura. Ritirò il denaro in questo modo: un biglietto da cin quanta sterline, tre da venti, sei da dieci e altri sei da cinque sterline. Aveva chiesto gli fosse versato cosí perché pensava di investirlo in prestiti di poca entità tra i commercianti della zona, alcuni dei quali attraversano momenti difficili, in tempi come questi. Il signor Yatman riteneva che investimenti del genere fossero, oggi, i piú sicuri e redditizi. Mise la busta con il denaro in tasca e, giunto a casa, domandò di una scatola di latta in cui anni addietro era uso custodire valori e che, a quanto ricordava, era proprio della misura giusta per contenere i biglietti di banca. La cercarono a lungo e inutilmente; il signor Yatman chiese a sua moglie se sapeva dove fosse. Udirono la domanda sia la serva, che in quel momento stava portando il vassoio con il tè al piano superiore, sia il signor Jay che in quell istante scendeva per andare a teatro. Infine, il commesso del negozio la trovò. Il signor Yatman vi mise il denaro, la chiuse con un lucchetto e la infilò in una tasca del cappotto, dove certo non era ben nascosta perché un po' troppo grande. Per tutta la sera il signor Yatman rimase al piano superiore della casa; non ricevette visite di sorta e alle undici se ne andò a dormire: mise la scatola con il denaro, insieme alla sua roba, su una sedia posta accanto al letto. Quando, il mattino dopo, lui e sua moglie si svegliarono, la scatola era scomparsa. Avvertí la Banca d'Inghilterra per bloccare un eventuale cambio dei biglietti; comunque, fino a quel momento, nessuno ne aveva sentito parlare. Fin qui, le circostanze nelle quali il caso si è verificato sono perfettamente chiare e dimostrano che il furto deve esser stato commesso da qualcuno che vive nella casa. Pertanto, i sospetti ricadono sulla serva, sul commesso o sul signor Jay. I primi due erano al corrente della ricerca della scatola e, anche se non sapevano a che cosa doveva servire, era probabile supponessero che vi si doveva conservare del denaro. Entrambi, poi, avevano avuto occasione di vedere la scatola spuntare dalla tasca del cappotto del padrone: la serva, quando era andata a riprendere il vassoio con il servizio da tè, il commesso quand'era andato a consegnare le chiavi del negozio prima di congedarsi per quella sera. Vedendo la scatola nella tasca, potevano averne dedotto che il signor Yatman pensava di portarsela in camera, la notte. D'altro canto, dopo la conversazione del pomeriggio imperniata sulle banche, il signor Jay sapeva che il signor Yatman aveva in una di esse un deposito di duecento sterline; sapeva anche che, dopo averlo lasciato, il suo padrone di casa intendeva andar subito a ritirare il denaro. E, udite piú tardi le domande sulla scatola, era piú che naturale supponesse che il denaro si trovava già in casa e si cercava la scatola per custodirlo. certo, che sia uscito di casa prima del suo ritrovamento, lo elimina dalla lista di quanti conoscevano il luogo in cui il signor Yatman pensava di custodirla durante la notte. Se il signor Jay ha commesso il furto deve, logicamente, essere entrato nella camera dopo che il signor Yatman era andato a letto, e senza sapere con certezza se vi avrebbe trovato o no il denaro. Parlando della camera da letto, sento il bisogno di far notare la sua ubicazione nella casa e quanto sia facile entrarvi a qualunque ora della notte. La stanza si trova nella parte posteriore del primo piano. Poiché la signora Yatman ha paura degli incendi (teme, se la porta è chiusa a chiave, di non riuscire ad aprirla e di restare, cosí, prigioniera delle fiamme), il marito s'è abituato a non chiudere mai a chiave la porta della camera; entrambi ammettono, inoltre, d'avere un sonno profondo. Se ne deduce che se un malintenzionato volesse introdursi in quella stanza correrebbe ben pochi rischi; gli basterebbe aprire la porta con un semplice giro di maniglia e un poco di precauzione: i due addormentati non si sveglierebbero. Questo particolare è di enorme importanza: rafforza, infatti, la nostra convinzione che il denaro sia stato rubato da qualcuno che abita nella casa, sen za che questo qualcuno debba necessariamente possederel'esperienza di un ladro di professione. Questi sono i fatti, cosí come riferiti al sergente Bulmer chiamato a scoprire il ladro e, se possibile, a recuperare il denaro. Le sue indagini sono fallite perché non hanno portato alla sia pur minima prova contro le persone di cui era logico sospettare. Informate del furto, reagirono come chi è del tutto estraneo al fatto. Fin dall'inizio, il sergente Bulmer decise di condurre le indagini nel modo piú discreto possibile; cominciò con il consigliare il signor Yatman e sua moglie di comportarsi come non avessero alcun dubbio e sospetto nei confronti delle persone che abitavano sotto il loro stesso tetto. Inoltre, si assunse il compito di controllare direttamente gli andirivieni di dette persone e verificare le abitudini, i segreti, le amicizie della donna a tutto servizio. Aiutato da un investigatore competente come lui, il sergente Bulmer la sorvegliò per tre giorni e tre notti; risultato zero; non trovarono nulla che potesse gettare la piú piccola ombra di sospetto sulla ragazza. Applicò poi lo stesso metodo di sorveglianza al commesso, trovandosi questa volta di fronte a maggiori difficoltà, dato che ben poco sapeva sul suo conto. Tuttavia, chiariti alcuni particolari e pur senza raggiungere un'assoluta sicurezza (come nel caso della ragazza), finí con il concludere che egli era estraneo al furto della scatola che conteneva il denaro. Dopo queste indagini, i sospetti ricadono logicamente sul pensionante, il signor Jay. Quando mi sono recato dal sergente Bulmer con la sua lettera di presentazione, questi aveva già effettuato alcuni controlli sul giovane pensionante. E i risultati non vanno certo a suo favore. Ha abitudini irregolari; frequenta luoghi poco raccomandabili e ha per amici persone d'indole dissoluta. E indebitato con tutti i commercianti con C~li ha avuto a che fare; inoltre, è in arretrato d'un mese con il pagamento dell'affitto. La settimana scorsa l'hanno visto parlare con un boxeur, e aeri sera quand'è arrivato a casa, sembrava piuttosto alticcio. In poche parole, nonostante che il giovanotto si faccia chiamare giornalista grazie agli articoli di scarsa importanza che invia ai giornali, si rivela persona di modi volgari e cattivi costumi. Finora, non si è potuto scoprire nulla che torni a suo vantaggio. Questo, il riassunto di quanto mi ha comunicato il sergente Bulmer, nei suoi particolari piú minuaiosi. Non credo che lei possa trovarvi omissione alcuna; inoltre, mi sembra che, nonostante i pregiudizi che nutre sul mio conto, debba riconoscere che nessuno, prima, le ha mai presentato un rapporto tanto chiaro ed esauriente. Il mio s~ondo compito è render conto di ciò che intendo fare. Anzitutto, comincerò a trattare la cosa partendo dal punto in cui il sergente Bulmer l'ha lasciata. Sulla base di quanto ho detto in precedenza, non mi devo preoccupare né della serva né del commesso: nel caso particolare, non vi è.infatti alcun dubbio sull~Lnnocenza di queste persone Ciò che mi resta da fare è provare la colpevolezza del si gnor Jay poiché, prima di considerare perduto il denaro, devo assicurami che egli sia estraneo al furto Il piano che intendo attuare ha la piena approvazione dei padroni di casa. Mi propongo di presentarmi lí oggi, nelle vesti di un giovane che cerca una stanza in affitto. Mi si mostrerà la camera posteriore, al secondo piano; penso di installarmici questa sera stessa, assumendo l'identità di un uomo che viene dalla campagna e pensa di stabilirsi a Londra, sempre che riesca a trovare un buon impiego in qualche azien da commerciale o in qualche ufficio rispettabile. Ciò significa che vivrò nella camera contigua a quella occupata dal signor Jay. Poiché la parete divisoria è un sottile tramezzo ricoperto da intonaco, mi sarà facilissimo farvi un piccolo foro attraverso il quale poterlo ve dere e sentire nel caso abbia visite; finché resterà in casa,rimarrò al mio posto d'osservazione; quando uscirà, lo seguirò. Adottando questi metodi di sorveglianza, credo che riuscirò a sapere con tutta sicurezza se il signor Jay ha o no qualcosa a che fare con il denaro della banca. Non so che cosa lei pensi del mio piano di vigilanza; a me sembra audace e, insieme, semplice. Con questa convinzione chiudo questa nota, con tutta certezza e speranza nel futuro Matthew Sharpin Matthew Sharpin all'ispettore capo Theaks~one. 7 luglio Signore, anche se non mi ha fatto l'onore di rispondere alla mia ultima lettera, credo che essa le abbia fatto, comunque, una buona impressione. Gratificato da questo silenzio che interpreto come un chiaro segno d'approvazione, mi accingo a riferirle i progressi realizzati nelle ultime ventiquattro ore. Sono confortevolmente installato nella camera contigua a quella del signor Jay, e ho il piacere di dirle che ho praticato non uno bensí due fori nella parete divisoria. Il mio innato senso d'umorismo mi ha indotto alla stravaganza di dar loro un nome: l'osservatore e l'auricolare. Il primo nome si spiega da solo; il secondo deriva da un tubicino di metallo che ho inserito nel foro e mi offre il vantaggio di poter udire mentre guardo: ciò perché ho incurvato il tubo, cosí da poterne applicare all'orecchio uno degli estremi. Pertanto, mentre guardo il signor Jay, posso anche sentire ciò che dice. L'ingegno, talento che possiedo fin dall'infanzia, mi ha spinto a fare questo secondo foro che, tra l'altro, è stato il tema della mia prima conversazione con la signora Yatman. Questa signora, intelligente, semplice e distinta, ha esaminato e capito tutti i miei piani con un entusiasmo e una intelligenza che meritano d'esser presi in considerazione. La signora Yatman, che ha molto affetto per il marito, piú che del denaro si preoccupa per lo stato di afflizione in cui ora egli si trova; pertanto, impegna tutte le proprie energie a sollevare lo spirito del signor Yatman, che appare tristemente prostrato. -- Il denaro, signor Sharpin, -- mi diceva ieri la signora Yatman con le lacrime agli occhi,--il denaro si può sempre recuperare facendo economia o occupandosi del negozio. Ciò che mi fa ansiosamente desiderare che il ladro venga scoperto è il triste stato di mio marito. Forse mi sbaglio, ma da quando lei è entrato in questa casa le mie speranze sono rinate; e credo anche che lei sia l'uomo adatto per scoprire il malvivente. Ho accettato il complimento con la ferma convinzione che, prima o poi, lo avrei pienamente meritato. Torniamo a bomba, cioè al mio posto d'osservazione. Ho passato varie ore piacevoli guardando il signor Jay che, anche se rimane in casa di rado, come mi ha detto la signora Yatman, oggi non è mai uscito. Secondo me, C10 e sospetto; inoltre, questa mattina si è alzato tardi (brutto segno, in un giovane) e ha poi perduto un bel po' di tempo sbadigliando e lamentando~i d'aver mal di testa. Come tutti i disordinati, a colazione non ha mangiato quasi nulla; dopo di che s'è messo a fumare la pipa, una sudicia pipa di creta che qualsiasi gentiluomo si vergognerebbe di infilare tra le labbra. Finito di fumare ha preso penna, inchiostro e carta e si è accinto a scrivere sedendosi con un gemito che non so se fosse di rimorso per aver rubato il denaro o che cosa. Dopo aver scritto to qualche riga (sono troppo lontano per riuscire a leggerle) ha cominciato a fischiettare motivi popolari; devo scoprire se non siano codici per comunicare con i suoi complici. Dopo essersi divertito un po' con le sue fischiatine, ha cominciato a passeggiare per la stanza, soffermandosi a tratti per aggiungere una o due parole a ciò che aveva scritto to. Qualche istante dopo, si è avvicinato all'armadio e ne ha estratto qualcosa con molta cautela; ho aguzzato la vista per non perdere nemmeno il piú piccolo particolare, ma, quando si è girato e me lo son trovato di fronte, ho scoperto che aveva tolto dall'armadio una bottiglia di brandy! Subito dopo ha bevuto un po' del contenuto della bottiglia e, alla fine, lo spregevole personaggio s'è gettato sul letto addormentandosi nel giro di cinque minuti. Ho sentito per due ore il suo russare, finché un colpo alla porta della stanza vicina mi ha chiamato al mio posto d'osservazione. Il signor Jay si è alzato e ha aperto con sospetta rapidità. Il visitatore, un ragazzino dalla faccia non troppo pulita, ha detto entrando: --Per favore, signore; la stanno aspettando. E subito s'è seduto su una sedia troppo alta per lui, addormentandosi. Il signor Jay ha lanciato un'imprecazione, si è fasciato la testa con un asciugamano bagnato e, tornato alla sua lettera, ha cominciato a scrivere con maggior rapidità di quanto le sue dita non gli permettessero: di tanto in tanto, inumidiva di nuovo l'asciugamano e se lo riaggiustava intorno alla testa. La storia è andata avanti per tre ore, dopo di che ha piegato le sue carte e, svegliato il ragazzino, gliele ha consegnate dicendo: --Su, dormiglione, corri via. Se vedi il padrone, digli di tener pronto il denaro per quando lo andrò a prendere. Il ragazzo è scomparso con una smorfia. Ero tentato di seguire il « dormiglione », ma mi è sembrato piú prudente fermarmi a sorvegliare le mosse del signor Jay. Mezz'ora piú tardi si è messo il cappello ed è uscito; naturalmente, ho fatto lo stesso. Scendendo le scale mi sono imbattuto nella signora Yatman che stava salendo; eravamo già d'accordo che quando il signor Jay non c'era, e sempre che io fossi occupato a seguirlo, lei si sarebbe assunta il compito di perquisirne la stanza. Seguendolo, l'ho visto dirigersi alla bettola piú vicina dove ha ordinato due costolette d'agnello. Mi sono seduto al tavolo accanto e ho ordinato la stessa cosa. Non erano ancora trascorsi due minuti quando un giovane dall'aria sospetta, seduto a un altro tavolo, si è alzato e, prendendo il suo bicchiere, si è diretto verso il tavolo del signor Jav sedendoglisi accanto. Ho finto d'essere immerso nella lettura del giornale, con tutti i miei cinque sensi tesi per captare la conversazione dei due. --Jack è stato qui e ha chiesto di lei,--ha detto il giovane sconosciuto. --Ha lasciato un messaggio?--ha domandato il signor Jay. -- Sí,--ha risposto il suo interlocutore.--Mi ha detto di dirle, se la vedevo, che gli interessava molto incontrarsi con lei questa notte, e che sarebbe passato alle sette da via Rutherford. --Va bene,--ha detto il signor Jay.--Arriverò in tempo per vederlo. Dopo di che il giovane dall'aria sospetta ha finito il suo porto e, dicendo d'aver fretta, si è congedato dall'amico (o forse dal suo complice) ed è uscito. Alle sei e venticinque minuti e mezzo (in casi come questi bisogna essere estremamente precisi anche nei minuti), il signor Jay ha finito le sue costolette e pagato il conto. Alle sei e ventisei minuti e tre quarti, io ho finito il mio pranzo e pagato il conto. Dieci minuti dopo entra vo nella casa di via Rutherford, dove mi riceveva la signora Yatman. Il suo affascinante volto aveva una espressione triste e delusa che mi ha fatto pena. --Ho paura che non abbia trovato niente di sospetto nella stanza del pensionante,--le ho detto. La signora Yatman ha scosso il capo sconsolatamente e ha sospirato languidamente; quel sospiro mi ha rattristato e mi ha fatto invidiare il signor Yatman. -- Non si perda d'animo, -- le ho detto con una dolcezza che mi è parso commuoverla.--Ho ascoltato una conversazione misteriosa e so qualcosa di un appuntamento dall'aria colpevole; spero di poter vedere grandi cose questa notte, dal mio posto d'osservazione. Per favore, non s'allarmi; ma credo siamo sul punto di fare una scoperta. La mia entusiasta dedizione al dovere s'è sovrapposta ai miei sentimenti di tenerezza: cosí l'ho guardata..., ho ammiccato..., l'ho salutata e me ne sono andato. Quando mi sono installato al mio posto d'osservazione, il signor Jay stava facendo il chilo seduto in poltrona e fu.mando la pipa. Sulla tavola c'erano due bicchieri, una caraffa d'acqua e la bottiglia di brandy. Erano circa le sette. All'ora esatta è arrivato l'uomo chiamato « Jack ». Sembrava nervoso; anzi, era molto agitato. La soddisfazione di pensare a una giornata fruttuosa mi ha inondato da capo a piedi. Ho guardato con grande interesse attraverso il mio punto d'osservazione e ho visto che il visitatore s'era seduto proprio di fronte, entro il mio campo visivo. Questi due villanzoni dall'aspetto sciatto si somigliavano tanto che, vedendoli insieme, divisi soltanto dal tavolo, ne ho concluso che dovevano essere fratelli. Jack era il piú pulito e accurato dei due nel vestire, devo riconoscerlo. ~ forse uno dei miei difetti portare fino all'estremo il senso di giustizia e l'imparzialità; quando il vizio si redime, lo riconosco sempre. --Che cosa succede, adesso, Jack? --ha chiesto il signor Jay. --Non lo capisci dalla mia faccia?--ha detto Jack.-- Caro amico, l'attesa è pericolosa; dopodomani non correremo piú rischi e non avremo piú nulla da temere. -- Cosí presto? Bene: se tu sei pronto, lo sono anch'io. Ma sarà pronta quell'-altra-persona? Ne sei sicuro? Parlando, sorrideva in modo sgradevole. Aveva accentuato con marcata enfasi la frase quell!-altra-persona. Sono sicurissimo che vi è un terzo ruffiano in tutta questa faccenda. -- Puoi incontrarti con noi domani, -- ha detto Jack.--Cosí potrai giudicare tu stesso. Puoi trovarti alle undici di domattina in Regent's Park e cercarci alla curva che sbocca sul viale. --Ci sarò,--ha detto il signor Jay.--Vuoi un po' di brandy con acqua? Perché ti alzi? Te ne vai? -- Sí, me ne vado,--ha risposto Jack.--Sono tanto preoccupato che non posso star fermo un minuto. Anche se ti può sembrare ridicolo, sono in preda a una costante eccitazione nervosa; l'idea che al momento piú impensato ci possano sorprendere, non mi abbandona. Mi sembra che ogni uomo che mi guarda due volte sia una spia... Sentendo queste parole mi è sembrato mi si piegassero le ginocchia; solo una gran forza di volontà mi ha fatto rimanere al mio posto d'osservazione. Gliene do la mia parola d'onore. -- Sciocchezze! --hi esclamato il signor Jay con la spregiudicatezza di un criminale incallito.--Fino a questo momento abbiamo mantenuto il segreto, e continueremo a mantenerlo fino alla fine. Bevi un sorso di brandy con acqua, e ti sentirai sicuro come me. Jack ha rifiutato con fermezza il brandy, e con ancor maggiore fermezza ha insistito per andarsene. --Cercherò di distrarmi camminando. E ricordati, domattina alle undici in Regent's Park, dalla parte del viale. E uscito accomiatandosi con queste parole mentre il suo scritto eriato parente tornava alla sua pipa scoppiando in una risata grossolana. Mi sono seduto sul bordo del letto tremando d'eccitazione. Mi pareva ovvio pensare che non si era ancor fatto tentativo alcuno per cambiare i biglietti di banca; e vo glio aggiungere che anche il sergente Bulmer era dellostesso avviso quando lasciò il caso nelle mie mani. Quale conclusione debbo trarre dalla conversazione che ho udito e di cui ho appena riferito? Che è evidente che lo scopo dell'appuntamento fissato per domani è dividersi il denaro e studiare il modo piú sicuro per cambiare i biglietti il giorno dopo; secondo me, il signor Jay è il capo, in quest'affare, e probabilmente avrà il compito di cambiare il biglietto da cinquanta sterline. Pertanto, domani lo seguirò al Regent's Park e cercherò di avvicinarmi a loro il piú possibile per ascoltare ciò che dicono e, soprattutto, per scoprire se si dànno un altro appuntamento. Per questo, ho bisogno di due collaboratori, nel caso che i complici si allontanino in direzioni diverse; se ciò avverrà, detti subordinati mi serviranno per seguire i due ladri meno importanti. E evidente che, se i bricconi si allontanano insieme, detti aiutanti costituiranno soltanto una riserva; poiché sono ambizioso per natura, voglio che il successo di far chiarezza sul furto spetti a me solo. 8 luglio Ringrazio per il sollecito arrivo dei miei due subordinati; temo che non siano molto abili, ma non importa: sarò loro accanto a dirigerli. La prima cosa che ho fatto stamattina è stato parlare con il signor Yatman e sua moglie per spiegar loro la presenza, in casa, di due estranei. Il signor Yatman (detto tra noi, è un pover'uomo) s'è limitato a scuotere la testa con un gemito. La signora Yatman (che donna straordinaria!) mi ha beneficato d'una occhiata incantevole, piena d'intelligenza. --Oh, signor Sharpin! -- ha esclamato la signora Yatman con avvilimento.--La presenza di questi due uomini mi fa temere che lei cominci a dubitare del suo successo. Mi sono permesso di farle l'occhietto (è molto comprensiva e non se ne offende) e le ho spiegato con tranquillità che si sbagliava. --Proprio perché sono sicuro del successo ho mandato a chiamare questi uomini. Ho l'assoluta certezza di recuperare il denaro, e ciò non soltanto per me, ma anche per il signor Yatman e per lei. Ho accentuato con enfasi le ultime parole. --Oh, signor Sharpin! -- ha ripetuto la signora Yatman mentre il rossore le saliva alle gote. E, pudicamente, s'è di nuovo chinata sul suo lavoro di cucito. In quel momento mi sono sentito capace d'andare in capo al mondo per lei, se il signor Yatman dovesse morire, ovviamente. Ho ordinato ai miei subordinati di aspettarmi alla porta del Regent's Park che dà sul viale; mezz'ora dopo uscivo anch'io, dietro al signor Jay. I due complici sono stati puntuali. Sorrido tra me e me pensando a ciò che dirò piú avanti. Il terzo briccone, la misteriosa « altra persona » che i due fratelli non hanno nominato nel corso della conversazione, è una donna. E, ciò che è peggio, una donna giovane; per colmo di sventura, è una donna giovane e graziosa. D'ora in poi non mi opporrò piú alla convinzione generale che in un fatto delittuoso ci sia sempre di mezzo una rappresentante del sesso debole. Rinuncerò alle donne..., eccezion fatta per la signora Yatman. L'uomo chiamato Jack ha offerto il suo braccio alla donna, mentre il signor Jay le si metteva accanto, dall'altra parte; cosí, insieme, hanno cominciato a camminare lentamente all'ombra degli alberi. Li ho seguiti a conveniente distanza, e i miei subordinati piú da lontano ancora. Mi dispiace dire che m'era impossibile avvicinarmi al punto da sentire ciò che dicevano senza destar sospetti; dai gesti, sono riuscito soltanto a capire che parlavano di qualcosa che stava loro molto a cuore. Dopo un quarto d'ora, si sono girati all'improvviso tornando sui loro passi; in questo frangente, la mia presenza di spirito non mi ha abbandonato. Ho fatto segno ai miei aiuti di continuare a camminare e mi sono nascosto dietro a un albero. Mentre mi passavano accanto ho sentito il detto Jack rivolgersi al signor Jay con queste parole: -- Facciamo domani mattina alle dieci e mezzo; e, per favore, vieni in taxi. Sarà meglio non correre il rischio di prenderne uno in questo quartiere. Il signor Jay ha risposto qualcosa che non sono riuscito a sentire e, giunti al luogo stabilito per l'appuntamento di questa mattina, si sono salutati con una affettuosità che mi ha colpito. Io ho seguito il signor Jay, mentre i miei subordinati seguivano gli altri. Anziché tornare in via Rutherford, il signor Jay s'è diretto allo Strand. Lí è entrato in una casa dall'apparenza poco raccomandabile che--nonostante la targa sulla porta portasse impresso il nome d'un giornale--m'è sembrata essere piuttosto un ricettacolo di roba rubata. Dopo pochi minuti, è uscito di nuovo, sempre fischiettando. Un uomo meno discreto di me lo avrebbe arrestato seduta stante. Ma dovevo cogliere anche i suoi complici, e bisognava poi aspettare l'appuntamento del mattino dopo. E raro trovare un simile controllo, in circostanze cosí difficili, in un giovane principiante quale io sono, che è ai suoi inizi e deve farsi reputazione come detective di polizia. Da lí il signor Jay s'è diretto a un caffè e vi è rimasto leggendo riviste mentre fumava un sigaro. Ho deciso di fare lo stesso. Dal caffè è andato alla sua bettola, dove ha ordinato le immancabili costolette. Sono entrato e ho ordinato la stessa cosa. Finito di mangiare, s'è diretto al suo alloggio; finito di mangiare, anch'io mi sono diretto al mio. Da quanto ho notato, aveva sonno e s'è coricato a fare la siesta; dopo averlo ascoltato russare per un po', è venuto sonno anche a me e mi sono coricato a fare la siesta. I miei subordinati si sono presentati il giorno dopo, presto, per farmi il loro rapporto. L'uomo chiamato Jack ha lasciato la donna alla porta di una villa in apparenza rispettabile, non lontano da Regent's Park. Di lí ha girato a destra e s'è inoltrato in una strada periferica in cui ci sono parecchi negozi, poi è entrato in una casa aprendone la porta con la propria chiave; facendolo, s'è guardato intorno soffermandosi con lo sguardo sui miei due aiutanti che camminavano sul marciapiede di fronte. Li ho fatti rimanere nella mia stanza, ne] caso ne avessi bisogno, e mi sono installato al mio posto d'osservazione. Il signor Jay si stava vestendo e faceva di tutto per migliorare il proprio aspetto. Era ciò che mi attendevo, perché un uomo con l'aria da vagabondo difficilmente può presentarsi, senza destar sospetti, a cambiare un biglietto da cinquanta sterline. Alle dieci e cinque minuti aveva finito di spazzolare il suo cappello malandato e di smacchiare i suoi guanti con mollica di pane. Alle dieci e dieci usciva di casa e si incamminava verso la piú vicina fermata di taxi; io e i miei subordinati gli eravamo dietro, quasi alle calcagna. Ha preso un taxi e lo abbiamo seguito con un altro; il giorno prima non avevo potuto sentire in qual luogo sarebbero andati, ma ho visto subito che si dirigevano alla porta che sbocca sul viale. Il taxi del signor Jay ha svoltato lentamente verso il parco; ho fatto sí che il nostro si fermasse prima dell'ingresso e ho deciso di seguirlo a piedi. L'altro taxi si è fermato a pochi metri di distanza e, tra gli alberi, ho visto comparire i due complici: sono saliti sulla macchina che rapidamente s'è diretta verso l'uscita. Sono corso al mio taxi e ho ordinato al conducente di seguire l'altro veicolo non appena ci avesse superato. L'uomo ha eseguito le mie istruzioni con cosí poca intelligenza da farmi temere che i pedinati potessero sospettare qualcosa. Erano passati circa tre minuti (durante i quali abbiamo percorso a ritroso il cammino precedente) quando m'è venuto in mente di guardare attraverso il finestrino per vedere a quale distanza dal nostro fosse l'altro taxi; ho visto affacciarsi due cappelli e due facce guardarmi. Mi sono poggiato contro il sedile, bagnato di sudor freddo; l'espressione è grossolana, ma è la sola che rispecchi esattamente le mie condizioni in quel momento. --Ci hanno scoperto--ho detto sottovoce ai miei due aiutanti. Mi hanno guardato attoniti. I miei sentimenti sono passati, nel giro di un attimo, dalla disperazione al colmo dell'indignazione. --La colpa è del taxista. Uno di voi scenda e lo bastoni di santa ragione. Anziché obbedirmi (dovrò segnalare questa mancanza di disciplina al Dipartimento centrale), i due si sono affacciati al finestrino per guardar fuori e, prima che li potessi fermare, si sono seduti di nuovo. Stavo per dar libero sfogo alla mia immaginazione quando ho visto che mi guardavano in modo strano dicendomi: --Per favore, signore, guardi verso la strada. L'ho fatto. Il taxi dei ladri s'era fermato. Dove? --All'ingresso di una chiesa! ! ! Non so quale effetto una simile scoperta possa avere su una persona qualsiasi; ma io sono profondamente rekigioso, e mi ha riempito d'orrore. Ho letto spesso che i criminali sono astuti e privi di princípi, ma, per me, osare entrare in una chiesa per sviare gli inseguitori è stato un sacrilegio senza precedenti negli annali del crimine. Forse, per il cervello superficiale dei miei subordinati, la cosa non aveva alcuna importanza; ma per me, che vedevo ben oltre l'apparenza, ben oltre quei due uomini e quella donna ben vestiti che entravano in una chiesa, la scena aveva un altro, piú sinistro significato. Da ciò è chiaro che l'aspetto esteriore delle cose non ha alcuna influenza su di me. Sono sceso dall'auto e sono entrato in chiesa seguito da uno dei miei uomini; l'altro, l'ho mandato alla porta della sacrestia. Lei non coglierà mai impreparato il suo umile servitore Matthew Sharpin! Salendo alla galleria ci siamo diretti al seggio dell'organo, per guardare attraverso le tende. Erano giú e, per quanto possa sembrare incredibile, stavano tranquillamente seduti in un banco. Prima che riuscissi a decidere quale via seguire, è comparso sulla porta della sacrestia un prete, con i paramenti da cerimonia, seguito da un coadiuvante. Ho sentito che il mio cervello cominciava a girare e mi si è annebbiata la vista. Sono sfilati nel mio ricordo furti commessi in sacrestia, ho tremato per il prete, ho tremato perfino per il suo aiutante. Il sacerdote s'è fermato davanti all'altare e i tre complici gli si sono avvicinati mentre egli apriva il suo libro e cominciava a leggere. Che cosa? mi chiederà. Le rispondo senza la minima esitazione: le prime righe dell'ufficio matrimoniale. Il mio subordinato ha avuto l'audacia di guardarmi, poi s'è tappato la bocca con un fazzoletto; non gli ho prestato la minima attenzione. Dopo aver scoperto che Jack era lo sposo e Jay il padrino delle nozze, sono uscito dalla chiesa seguito dal mio aiutante e ho raggiunto l'altro alla porta della sacrestia. Molti, nella mia situazione, avrebbero pensato d'aver commesso un terribile errore; io non avevo affatto questa sensazione, né sentivo venir meno la fiducia in me stesso. Adesso, a tre ore dalla scoperta, la mia mente è rimasta, mi rallegra dirlo, tranquilla come prima. Dopo essermi riunito con i miei uomini fuori dalla chiesa, ho comunicato loro la mia intenzione di seguire l'altro taxi, nonostante quel che era successo. Avevo i miei motivi per farlo I miei due aiutanti sono rimasti sorpresi per la decisione, e uno di loro ha avuto l'impertinenza di dirmi: --Per favore, signore, chi seguiamo? Un uomo che ha rubato dei soldi o un uomo che ha rubato una sposa? L'altro, volgare, ha commentato l'uscita del compagno ridendo I due meritano una seria reprimenda, e io farò in modo che la ricevano Finita la cerimonia, i tre che ne erano stati protagonisti sono rimontati sul taxi, e il nostro (che era convenientemente nascosto dietro la curva) ha cominciato a seguirlo, con noi dentro Li abbiamo visti dirigersi alla stazione terminale del South-Western Railway; gli sposi novelli hanno comprato i biglietti per Richmond pagando con mezza sovrana, cosa che mi ha tolto il piacere di arrestarli perché non avevano pagato con biglietti da sterline Si sono separati dal signor Jay con queste parole: --Non dimenticare l'indirizzo: Babylon Terrace, numero quattordici Ti aspettiamo a cena tra una settimana. Il signor Jay ha accettato ridendo e ha aggiunto che sarebbe tornato a casa e si sarebbe messo di nuovo comodo e sporco per il resto della giornata. I)evo aggiungere che l'ho seguito, e posso garantire che s'è messo di nuovo comodo e sudicio (per usare il suo sgradevole linguaggio) ed e rimasto finora cosí So già cosa diranno del mio operato le persone use a giudicare alla leggera le azioni del prossimo; affermeranno che nel corso di tutta l'indagine mi sono sbagliato nel modo piú assurdo, che le conversazioni sospette da me udite si riferivano soltanto alle difficoltà e ai rischi che una coppia di fidanzati corre per sposarsi di nascosto La scena della chiesa basta a comprovare le loro parole D'accordo, non intendo discutere questo punto Ma, dal piú profondo della mia sagacità, farò una domanda cui i miei nemici non potranno rispondere, ma che io, uomo di mondo, trovo facilissima A parte la cerimonia nuziale, quali prove ho dell'innocenza di queste tre persone? Nessuna Al contrario, ho piú motivi di prima per sospettare del signor Jay e dei suoi due complici. Un gentiluomo che va a trascorrere la luna di miele a Richmond ha bisogno di denaro; e un gentiluomo indebitato con tutti i suoi fornitori ha bisogno di denaro E una accusa tale da non giustificare cattivi propositi? In nome della morale e dei buoni costumi non riconosco loro nessuna giustificazione; questi due uomini, che si sono messi d'accordo per rubare una donna, possono benissimo aver rubato il denaro Sulla virtú, ho precise e incrollabili credenze e sfido chiunque a smuovermi di un centimetro A proposito di virtú, devo aggiungere che ho parlato con il signor Yatman e sua moglie delle conclusioni cui ero giunto All'inizio, questa incantevole donna non ha capito il filo del mio ragionamento e scuotendo il capo si è unita al marito nel lamentare prematuramente la perdita del denaro Una breve e accurata spiegazione da parte mia, e un poco d'attenzione da parte sua, le hanno poi fatto cambiare parere. Ora è d'accordo con me nel ritenere che la cerimonia clandestina non tolga nulla ai sospetti che ricadono sul signor Jay, sul cosiddetto Jack e sulla damigella fuggiasca. « Briccona audace » è stata la definizione usata dalla mia illustre amica parlando di questa donna Cito la frase solo per dimostrare che la signora Yatman non ha perduto la sua fiducia in me, come non l'ha perduta il marito; al contrario, mi hanno promesso di confidare appieno nel futuro Data la piega che hanno preso le cose, mi sembra per il momento preferibile aspettare il suo consiglio Attendo nuovi ordini con la soddisfazione del cacciatore che ha ucciso due uccelli con un tiro, giacché ho seguito i complici dalla porta della chiesa alla stazione per due motivi. Primo, per dovere, perché li credo colpevoli del furto. Secondo, per interesse personale Se scoprissi il rifugio in cui la coppia pensava dii nascondersi, potrei ottenere una informazione molto importante per la famiglia o gli amici della giovane. Vada come vada, mi congratulo con me stesso per non aver perduto il mio tempo; se lei approva la mia condotta, posso continuare a mettere in atto il mio piano; se lei la disapprova, andrò immediatamente con le mie importanti informazioni alla villa che si trova nelle vicinanze di Regent's Park In un caso e nell'altro, la faccenda porta denaro nelle mie tasche e mi accredita come uomo di singolare acume Devo ancora aggiungere qualcosa, e cioè: se qualcuno s'azzarda ad affermare che il signor Jay e i suoi complici sono del tutto innocenti per quanto riguarda il furto della scatola con il denaro, sfido questo qualcuno--fosse anche lo stesso ispettore capo Theakstone--a dirmi chi, allora, ha commesso il furto nella casa di via Rutherford, Soho. Ho l'onore d'essere il suo fedele servitore Matthew Sharpin L'ispettore capo Theakstone al sergente Bulmer. Birmingham, 9 luglio Sergente Bulmer: come mi aspettavo, quella testa vuota del signor Matthew Sharpin ha fatto una grande confusione nel caso di via Rutherford Siccome, per il momento, sono impegnato in questa città, le scrivo per incaricarla di sistemare le cose Le allego gli sgorbi che quello sciagurato di Sharpin chiama rapporti Quando avrà finito di leggere quest'inutile vaniloquio, arriverà alle mie stesse conclusioni; questo sciocco presuntuoso ha cercato il ladro in tutte le possibili direzioni, tranne che in quella giusta Lei può indicare il ladro in cinque minuti. Liquidi subito il caso, e me ne mandi rapporto in questa città E avverta il signor Sharpin che è sospeso fino a nuovo ordine La saluta Francis Theakstone Il sergente Bulmer all'ispettore capo Theakstone. Londra, 10 luglio Ispettore Theakstone: ho letto la sua lettera e il rapporto Si dice che gli uomini intelligenti imparino sempre qualcosa, anche da uno sciocco Quando ho finito i] querulo resoconto di Sharpin sulla sua stessa stupidità, ho visto con chiarezza la conclusione del caso di via Rutherford, proprio come lei ha pensato avrei fatto Mezz'ora dopo mi sono presentato alla casa e vi ho incontrato, per primo, il signor Sharpin --E venuto per aiutarmi?--Sharpin mi h~a chiesto. --Non proprio,--gli ho risposto --Sono venuto per dirle che lei è sospeso fino a nuovo ordine. --Benissimo,--ha commentato Sharpin senza dimostrare d'aver calato le ali --So che hanno avuto invidia di me, e non ne faccio loro colpa; è piú che naturale. Entri e si metta comodo, io devo sistemare una faccenda personale nei dintorni di Regent's Park A piú tardi, sergente Con queste parole s'è tolto di mezzo, ed era proprio ciò che volevo Quando la serva ebbe chiuso la porta, le ho detto di avvertire il suo padrone che volevo parlargli in privato. Mi ha fatto passare nella sala dietro il negozio, dove il signor Yatman stava leggendo il giornale. --Vengo per parlarle della faccenda del furto, signore,--gli ho detto. -- Sí, sí,--mi ha interrotto con l'impertinenza che c'era da aspettarsi da un uomo come lui.--Sí, sí, lo so; lei viene a dirmi che il superuomo che ha fatto i fori nel tramezzo del secondo piano s'è sbagliato e ha perduto le tracce dello sfrontato ladro che mi ha rubato i soldi. -- Sí, signore. Questa è una delle cose che le dovevo dire, ma ho qualcos'altro da aggiungere. --Può diirmi chi è il ladro?--mi ha chiesto con ancor maggiore asprezza. --Sí, credo di sí,--gli ho risposto. Ha messo da parte- il giornale e mi è sembrato ansioso, quasi impaurito. --Non sarà il mio commesso? Spero di no. --No, signore. --Quella servetta incapace?--mi ha chiesto di nuovo. --E incapace e disordinata--lo avevo scoperto all'inizio--ma non è lei iil ladro. --Allora, chi, in nome del cielo? --Deve prepararsi a una spiacevole sorpresa; la prevengo che, nel caso perda le staffe, sono io il piú forte dei due,--gli ho detto a mo' d'avvertimento --Non le venga in mente di mettermi le mani addosso, perché potrei farle male nel difendermi. La faccia del signor Yatman è diventata color cenere. Mentre parlavo, questo pusillanime s'era via via allontanato da me. -- Lei mi ha chiesto il nome del ladro,--ho con tinuato --Se vuole ancora che glielo dica --Voglio saperlo,--ha detto flebilmente --Chi è stato? -- Sua moglie--ho detto con fermezza e chiarezza E balzato su dalla sedia come lo avessero punto e ha battuto sul tavolo un tal pugno da farne scricchiolare il legno. --Calma, signore Se si arrabbia, non saprà la verità,--gli ho detto a mo' di consiglio. --E una bugia! Un'infame e vile bugia!--ha esclamato battendo un altro pugno sul tavolo. ~ crollato di colpo sulla sedia e s'è messo a piangere. --Sono certo che, quando ritroverà la calma si scuserà per il linguaggio che ha usato; intanto, ascolti ciò che le devo dire Il signor Sharpin ha mandato al nostro ispettore il piú ridicolo rapporto che mai si possa immaginare; in esso ha annotato non soltanto le proprie stupidaggini, ma anche ciò che ha fatto e detto la sua signora moglie In un caso diverso, un simile Eapporto sarebbe finito nel cestino; in questo, tuttavia, la quantità di sciocchezze scritto te dal signor Sharpin porta a una conclusione che il balordo cervello del suo estensore non ha saputo cogliere Sono tanto sicuro della spiegazione cui sono giunto, che mi gioco il posto se non risulta che sua moglie abbia approfittato della presunzione e della stupidità del giovanotto per allontanare i sospetti da sé e per indurlo a diffidare di coloro che, invece, non erano implicati nell'affare Le dico queste cose in via confidenziale, e mi spingo anche oltre: posso dirle ciò che sua moglie ha fatto del denaro Nessuno può guardare sua moglie, signore, senza ammirare il gusto e l'eleganza del suo abbigliamento, Mentre pronunciavo queste ultime parole, il po ver'uomo sembrava star recuperando la voce: mi ha interrotto bruscamente, come fosse un duca, non un povero commerciante --Cerchi altri mezzi per giustificare la calunnia che ha lanciato contro mia moglie,--ha detto. E ha poi aggiunto:--Ho il conto della sua modista nella mia cartella dei conti saldati. --Mi scusi signore, ma ciò non prova nulla. Le mo diste hanno una poco raccomandabile abitudine nella quale ci imbattiamo spesso nel corso del nostro lavoro Una donna sposata può avere due conti separati, presso la sua modista: uno che il marito controlla e paga; l'altro privato, frutto di stramberie e capricci, che la moglie paga come e quando può Secondo la nostra esperienza, questo conto viene pagato facendo la cresta sulle spese di casa Nel suo caso, sua moglie non ha versato nessun acconto e, sottoposta forse a una qualche minaccia, trovandosi alle strette, s'è decisa a pagare con il denaro della scatola --Non ci credo Ogni sua parola è un insulto per mia moglie. Tentando di risparmiare tempo e fiato gli ho risposto: --Se la sente di prendere la ricevuta della modista che dice di avere e di accompagnarmi al negozio di cappelli in cui sua moglie fa acquisti? Non troppo convinto ha cercato la ricevuta e, mettendosi ¨l cappello, s'è preparato ad accompagnarmi Io avevo pronto l'elenco dei numeri delle banconote perdute Siamo giunti al negozio (Lm elegante locale del WestEnd) e ho chiesto un incontro con la padrona o con l'incaricato delle vendite Non era la prima volta che mi trovavo in simili circostanze Quando la signora mi ha visto, ha mandato a chiamare suo marito Ho spiegato chi fosse i1 signor Yatman e la ragione che ci portava lí --E una faccenda strettamente confidenziale?--ha chiesto il marito della signora. Ho annuito. --E una faccenda privata?--ha chiesto la padrona del negozio. Ho annuito di nuovo --Hai niente in contrario, cara, se favorisco il sergente mostrandogli i registri?--ha chiesto il marito. - Niente, amor mio, se anche tu sei d'accordo,-- ha risposto la moglie In questo frattempo, il signor Yatman sembrava la personificazione dello sbigottimento e della disperazione, oltre a essere del tutto fuori posto Hanr.o portato i registri e una semplice occhiata alle pagine sulle quali appariva il nome della signora Yatman è bastata a confermare le mie parole In uno dei registri c'era il conto saldato dal signor Yatman; nell'altro il conto personale, anch'esso saldato: la data era quella del giorno successivo al furto La somma era di centosettantacinque sterline e alcuni scellini e abbracciava un periodo dí tre anni Non vi era segnato il versamento di alcun acconto e sotto l'ultima riga si leggeva questa annotazione: « Ultimo avviso 23 giugno ». L'ho fatto rilevare alla modista e mi ha risposto che si riferiva allo scorso giugno, e che la lettera era accompagnata dalla minaccia di un procedimento giudiziario. La signora se ne rammaricava, ma non le era rimasta altra alternativa. --Credevo che voi concedeste un credito piú alto,-- ho detto. --N~n quando il marito è in d~fficoltà..---mi ha risposto la signora guardando il signor Yatman e cercando di non farsi sentire da lui Parlando, mi ha mostrato i conti Gli acquisti effettuati dopo che il signor Yatman s'era trovato in cattive acque erano stravaganti come quelli del periodo precedente. Se la signora economizzava in qualcosa, non era certo nell'abbigliamento. Restava solo da esaminare il registro di cassa, per pura formalità Il conto era stato pagato con biglietti la cui numerazione rispondeva appieno a quella del mio elenco Fatto questo, ho immediatamente portato via dal negozio il signor Yatman Era in condizioni tanto pietose che ho chiamato un taxi e l'ho accompagnato a casa. Al principio s'è lamentato e ha pianto come un bambino, ma devo ammettere che, dopo che l'ebbi calmato, s'è scusato molto urbanamente per la sua prima esplosione d'ira. In cambio, mi sono permesso di dargli qualche consiglio su come sistemare le cose con sua moglie; non mi ha prestato la minima attenzione ed è salito per le scale borbottando qualcosa su una eventuale separazione. Non so quale tattica userà la signora Yatman per uscire da questa situazione; sarà certo un attacco isterico, per spaventare il pover'uomo e indurlo al perdono. Comunque, non è affar nostro e, per quanto ci riguarda, il caso è chiuso. In attesa dei suoi graditi ordini, sono il suo fedele servitore Thomas Bulmer P.S. Devo aggiungere che, mentre mi allontanavo da via Rutherford, ho incontrato il signor Sharpin che andava a ritirare le sue cose. --Pensi, -- mi ha detto soffregandosi soddisfatto le mani.--Vengo dalla villa residenziale da dove, nel momento stesso in cui ho accennato alla faccenda che mi portava lí, mi hanno cacciato quasi a pedate. Due testimoni hanno assistito all'aggressione; da questa storia ricaverò almeno cento sterline, se non di piú. --Le faccio tanti auguri,--gli ho detto. --Grazie. Quando potrò rivolgerle lo stesso complimento per aver trovato il ladro? -- Quando vuole, perché lo abbiamo già trovato. -- Me lo aspettavo. Io ho fatto il lavoro e voi vi prendete il premio. E il signor Jay, naturalmente. --No,--ho detto. -- E chi, allora? - Lo chieda alla signora Yatman; la sta aspettando --Benissimo Preferisco saperlo dalle labbra di quell'incantevole donna,--e con queste parole è entrato in fretta nella casa Che cosa ne pensa, ispettore Theakstone? Le piacerebbe essere nei panni del signor Sharpin? Io no Glielo garantisco. L'ispettore capo Theakstone al signor Matthew Sharpin. 12 luglio Signore: il sergente Bulmer le ha comunicato la sua sospensione fino a nuovo ordine. Ho l'autorità di aggiungere che, come Dipartimento investigazioni, decliniamo l'offerta dei suoi servigi; consideri questa una notificazione ufficiale di licenziamento. Per sua conoscenza, la informo che ciò non getta nessuna ombra sulla sua persona; vuol semplicemente dire che lei non è abbastanza furbo per le nostre necessità Se dovessimo assumere un dipendente, preferiremmo la signora Yatman Sempre al suo servizio, Francis Theakstone Note allegate dal signor Theakstone alla corrispondenza precedente L'ispettore non è in grado di aggiungere una qualche notizia di rilievo all'ultima lettera. Successivamente, si è saputo che il signor Sharpin è uscito dalla casa di via Rutherford cinque minuti dopo aver incontrato il sergente Bulmer Sul suo volto erano dipinti sbigottimento e terrore, oltre a una macchia rossa, indubbiamente pro dotta da una mano femminile Bisogna aggiungere che il commesso lo ha sentito far riferimento alla signora Yatman in modo poco rispettoso; mentre svoltava l'angolo, lo hanno visto alzare il pugno in modo vendicativo. Sono le ultime notizie che si hanno di lui; probabilmente, sarà andato a offrire i propri servizi alla polizia della provincia Di come siano andate le cose tra il signor Yatman e sua moglie si sa ancor meno; solo che, poco dopo il rientro del signor Yatman dalla visita alla modista, il medico di famiglia è stato chiamato in tutta fretta Il farmacista della zona ha poi ricevuto l'ordine di preparare una pozione sedativa per la signora Yatman Il giorno dopo, nella stessa farmacia, il signor Yatman in persona ha comperato una boccetta di sali; lo si è visto anche alla libreria circolante, dove ha chiesto un libro divertente per distrarre una signora malata Se ne deduce che il signor Yatman non ha ritenuto opportuno portare avanti il suo progetto di separarsi dalla moglie, almeno finché il sistema nervoso della sensibile signora continua a essere nelle attuali (e presunte) condizioni Gilber~ K Chesterton I tre cavalieri dell'Apocalisse Gilbert Keith Chesterton, scritto tore inglese ( 1874-1936), fu giornalista poeta, critico e narratore. Ha sempre sostenuto, anche teoricamente l'importanza del roman~o poliziesco. Dal 1910 ha contribuito direttamente al genere con una seri~ di racconti il cui protagonista padre l~rown, è un prete cattolico che fonda la propria abilità di investigatorc sulla capacità di penetrazione psicologica. Le avventure di padre Brown (complessivamente cinquantuno) sono raccolte in cinque vo lumi, dei quali i piú noti sono The man who was Thursday, 1908 (L'uomo che fu Giovedí), The Innocente o/ Father Brown, 1911 (L'innocenza di padre Brown), The Wisdom of Father Brown, 1927 (11 segreto di padre Brown). Titolo originale: The Tbree Horsemen of Apocalypse traduzione di Gianni Guadalupi, in L'occ/~io di Apollo Milano. Ricci 1979 La singolare e spesso inquietante impressione che produceva in me Mr. Pond, malgrado la sua cortesia banale e la sua correttezza, era forse legata a qualcuno dei miei primi ricordi, e alla vaga suggestione verbale del suo nome. Era un vecchio amico di mio padre, un funzionario; e sospetto che la mia immaginazione infantile avesse mescolato in qualche maniera il nome di Mr. Pond col laghetto del giardino. Pensandoci bene, assomigliava stranamente al laghetto. Era, in generale, altrettanto sereno, regolare e chiaro nei suoi abituali riflessi della terra, del cielo e della luce del giorno. E tuttavia io sapevo che c'erano cose strane nel laghetto del giardino. Una o due volte all'anno il laghetto appariva un po' diverso; un'ombra fugace o un balenio interrompevano la sua liscia tranquillità, e un pesce o un rospo o qualche creatura piú grottesca si mostrava al cielo. E io sapevo che anche in Mr. Pond albergavano mostri: mostri mentali che emergevano per un istante alla superficie e poi si perdevano. Assumevano la forma di osservazioni mostruose nel bel mezzo delle sue osservazioni inoffensive e ragionevoli. Alcuni interlocutori pensavano che a metà di un dialogo giudizioso diventasse pazzo. Ma riconoscevano anche che tornava immediatamente al buon senso. Un giorno, conversava assai giudiziosamente con Sir Hubert Watton, il noto diplomatico; erano seduti sotto enormi parasoli, in faccia al laghetto, nel nostro giardino. Parlavano di una parte del mondo che entrambi conoscevano, e che nell'Europa occidentale è assai poco conosciuta: le vaste piane acquitrinose che si sciolgono in pantani e paludi ai confini di Pomerania, Polonia e Russia, e si dilatano forse fino ai deserti siberiani. E Mr. Pond ricordò che in una regione di profonde paludi, tagliate da laghi e lenti fiumi, c'è un solo cammino su uno stretto terrapieno sopraelevato: un sentiero scevro di pericoli per i1 pedone, ma troppo scarso perché due cavalieri vi passino contemporaneamente. Questo è l'inizio del racconto. Appartiene a un tempo non molto lontano, un tempo in CUi Si usavano ancora truppe di cavalleria, anche se piu per i collegamenti che per il combattimento vero e proprio. Basta dire che accadde durante una delle molte guerre che hanno devastato quella parte del mondo, se è possi~ile devastare un deserto. Quella guerra recava in se la pressione del sistema prussiano sulla nazione polacca, ma è irrilevante formulare qui il problema politico o discutere i pro e i contro. Diciamo rapidamente che Mr. Pond divertí i presenti con un enigma. -- Spero che ricordiate,--disse Pond,--la sensazione suscitata da Pavel Petrovski, il poeta di Cracovia, che fece due cose abbastanza pericolose a quei tempi: trasferirsi da Cracovia a Poznan ed essere nel contempo poeta e patriota. La città in cui viveva era allora occupata dai prussiani; era situata esattamente all'estremità orientale del lungo cammino; poiché, com'è logico, il comando prussiano si era affrettato a occupare la testa di ponte, di quel ponte cosí solitario su quel mare di paludi. Ma la sua base Si trovava all'estremità occidentale della strada: il celebre maresciallo von Grock teneva il comando supremo; e il suo antico reggimento, che continuava a essere il suo reggimento prediletto, gli Ussari Bianchi, era accampato presso il termine occidentale dell'alto cammino. Naturalmente, tutto era impeccabile, fino al piú piccolo dettaglio delle magnifiche uniformi bianche, attraversate dalla tracolla fiammante; questo era prima che si usassero i colori del fango e dell'argilla per tutte le uniformi del mondo. Non li riprovo. Spesso penso che i tempi dell'araldica erano piú belli dei tempi del mimetismo frutto della storia naturale e del culto di camaleonti e scarabei. Comunque, questo reggimento di cavalleria prussiano usava la propria uniforme; e, come vedrete, questo fu un altro elemento del fiasco; ma non erano solo le uniformi; era l'uniformità. Tutto fallí, perché c'era troppa disciplina. I soldati di Grock gli obbedivano troppo; per cui non poteva fare ciò che voleva. --Questo dev'essere un paradosso,--disse Watton, con un sospiro.--Sarà molto ingegnoso e tutto quello che volete; ma in realtà è una corbelleria. So già che la gente suol dire che c'è troppa disciplina nell'esercito tedesco. Ma in un esercito non ci può essere troppa disciplina. --Ma non parlo in generale,--disse Pond lamentosamente.--Lo dico riferendomi a questo caso particolare. Grock fallí perché i suoi soldati gli obbedirono. Certo che se uno dei soldati gli avesse obbedito, le cose non sarebbero andate cosí male. Ma poiché due dei suoi soldati gli obbedirono, quell'uomo fallí. Watton rise gutturalmente. --Mi affascina la sua nùova teoria militare. Lei permette l'obbedienza a un soldato in un reggimento; ma che due soldati obbediscano, è già un eccesso di disciplina prussiana --Non ho nessuna teoria militare, parlo di un fatto militare,--rispose tranquillamente Mr. Pond.--~ un fatto militare che Grock fallí perché due soldati obbedirono. ~ un fatto militare che avrebbe avuto successo se uno di essi avesse disobbedito. Le teorie militari le lascio a lei. -- Non sono affezionato alle teorie,--disse Watton un po' seccamente, come toccato da un insulto volgare. In quel momento apparve l'ampia e spavalda figura del capitano Gahagan, l'incongruente amico e ammiratore del mite Mr. Pond. Portava una focosa malva all'occhiello e un cilindro calcato sulla chioma rossa; anche se era relativamente giovane, la sua andatura aveva un dimenio che suggeriva l'epoca dei dandies e dei duelli. Alto, spalle al sole, sembrava l'emblema dell'arroganza. Seduto, con la faccia al sole, l'impressione precedente era attenuata dagli occhi bruni, molto dolci, tristi e un po' anslosi. Mr. Pond interruppe il suo monologo e si perse in un torrente di scuse. -- Sto parlando troppo, come al solito; in realtà stavo parlando di quel poeta, Petrovski, che fu quasi giustiziato a Poznan, molto tempo fa. Le autorità militari erano indecise; l'avrebbero rimesso in libertà, se non avessero ricevuto ordini diretti dal maresciallo von Grock; ma il maresciallo aveva deciso che il poeta morisse; e mandò I ordine di esecuzione quel giorno stesso. Poi mandarono un indulto; ma poiché il messaggero che recava l'indulto morí lungo il cammino, il prigioniero venne liberato. -- Ma poiché... -- ripeté meccanicamente Watton. -- Naturalmente, il prigioniero venne liberato,--osservò Gahagan, con voce forte e felice.--E chiaro come la luce del sole. Raccontaci un'altra favola. -- E una storia rigorosamente vera,--protestò Mr. Pond,--ed è avvenuta esattamente come vi dico. Non è un paradosso. Certo, se si ignorano i fatti, tutto può sembrare complicato. -- Sí,--convenne Gahagan,--abbiamo bisogno di molti dettagli per capire che questa storia è semplice. -- La racconti una buona volta,--disse Watton. -- Pavel Petrovski era uno di quegli uomini per nulla pratici, che sono di prodigiosa importanza nella politica pratica. Il suo potere risiedeva nel fatto che era un poeta nazionale, ma anche un cantore internazionale. Vale a dire, aveva una bella voce possente con cui cantava i suoi inni in tutte le sale da concerto del mondo. In patria, naturalmente, era un faro e un araldo di speranze rivoluzionarie, specialmente allora, durante quella crisi internazionale in cui il ruolo dei politici pratici era stato occupato da uomini molto piú o meno pratici. Perché il vero idealista e il vero realista condividono l'amore dell'azione. E il politico pratico vive della formulazione di obiezioni pratiche a qualunque azione. L'opera dell'idealista potrà essere impraticabile; quella dell'uomo d'azione, priva di scrupoli; ma in nessuno dei due casi un uomo può guadagnarsi una reputazione senza far nu]la. ~: strano che questi due tipi estremi si trovassero ai due estremi di quel lungo cammino tra i pantani: il poeta polacco, prigioniero, nella città, a un estremo; il soldato prussiano, al comando dell'accampamento, all'altro. Perché il maresciallo von Grock era un vero prussiano, non solo affatto pratico, ma anche affatto prosaico. Non aveva mai letto un verso, però non era un imbecille. Possedeva il senso della realtà proprio dei soldati; questo senso gli impediva di incorrere nell'errore asinino del politico pratico. Non si faceva beffe delle visioni; si limitava a detestarle. Sapeva che un poeta, o un profeta, potevano essere pericolosi quanto un esercito. E aveva deciso che il poeta morisse. Era il suo unico tributo alla poesia, ed era sincero. Era seduto al tavolo, nella sua tenda; l'elmo con la punta d'acciaio, che portava sempre in pubblico, era posato alla sua sinistra; e la sua testa massiccia sembrava calva, benché fosse solo rasata. Anche l'intera faccia era rasata e nulla la copriva, salvo un paio d'occhiali assai spessi, che davano un'aria enigmatica al viso pesante e sbiadito. Si rivolse a un tenente che gli stava ritto accanto, un tedesco di quelli dalla faccia indefinita e dai capelli pallidi, i cui tondi occhi azzurri fissavano come assenti. « Tenente von Hocheimer, » chiese, « lei ha detto che sua altezza giungerà al campo stasera? » « Alle sette e quarantaainque, generale, » rispose il tenente, che sembrava poco disposto a parlare, come un grosso animale che domini appena questa abilità. « Siamo appena in tempo, » disse Grock, « per mandare lei con la sentenza di morte, prima che arrivi. Dobbiamo servire sua altezza in ogni maniera, ma soprattutto risparmiandogli inutili fastidi. Avrà già abbastanza da fare con la rivista delle truppe. Badi che tutto sia a disposizione di sua altezza. Alle otto e quarantacinque sua altezza partirà per il prossimo avamposto. » Il tenente tornò parzialmente alla vita e fece un abbozzo di saluto. « E chiaro, generale, tutti dobbiamo obbedire a sua altezza. » « Ho detto che tutti dobbiamo servire sua altezza, » disse il maresciallo. Con un movimento piú brusco del solito si tolse gli occhiali e li gettò sul tavolo. Se i vaghi occhi azzurri del tenente fossero stati perspicaci, si sarebbero ancor piú dilatati di fronte alla trasformazione operata da quel gesto. Fu come la rimozione di una maschera di ferro. Un secondo prima, il maresciallo von Grock somigliava straordinariamente a un rinoceronte, con le sue pesanti pieghe della coriacea mandibola e della guancia. Ora si trattava di un nuovo genere di mostro: un rinoceronte dagli occhi d'aquila. Il freddo splendore del suo vecchio sguardo avrebbe detto quasi a chiunque che v'era in lui qualcosa che non era solamente pesante; che v'era qualcosa in lui, fatto di acciaio e non solo di ferro. Perché tutti gli uomini vivono grazie a uno spirito, anche se uno spirito malvagio, o talmente estraneo alla comunità degli uomini cristiani, che questi appena sanno se è buono o cattivo. « Ho detto che tutti dobbiamo servire sua altezza, » ripeté Grock. « Parlerò piú chiaramente, e dirò che tutti dobbiamo salvare sua altezza. Non basta ai nostri sovrani essere i nostri dei? Non basta loro che li servano e che li salvino ? Noi siamo coloro che devono servire e salvare. » Il maresciallo von Grock raramente parlava o pensava (cosí come intendono il pensiero le persone intellettuali). Gli uomini come lui, quando si mettono a pensare ad alta voce, preferiscono rivolgersi al proprio cane. Piace loro ostentare parole difficili e complicate argomentazioni innanzi al cane. Sarebbe ingiusto paragonare il tenente Hocheimer a un cane. Sarebbe ingiusto per il cane, che è una creatura sensibile e vigile. Sarebbe piú esatto dire che il maresciallo von Grock, in quel raro momento di riflessione, aveva l'agio e la tranquillità di sentire che stava riflettendo ad alta voce in presenza di una mucca o di un legume. « Piú e piú volte, nella storia della nostra dinastia, il servo ha salvato il padrone, » continuò Grock, « senza ottenere altro premio che dispiaceri, almeno da parte dell'opinione pubblica, che sempre mormora contro il fortunf3to e il forte. Tuttavia, siamo stati fortunati e siamo forti. Bismarck fu maledetto per aver ingannato il proprio padrone col dispaccio di Ems; ma trasformò il suo padrone in padrone del mondo. Parigi fu presa; l'Austria spodestata; e noi fummo salvi. Stanotte Pavel Petrovski sarà morto, e noi saremo salvi di nuovo. Perciò mando lei con questa sentenza di morte da eseguire immediatamente. Ha capito che lei reca l'ordine per l'immediata esecu zione di Petrovski, e che non deve rientrare finché essa non sia stata eseguita? » L'inespressivo Hocheimer salutò; aveva capito molto bene quell'ordine. Dopotutto, aveva alcune delle virtú del cane: era coraggioso come un bulldog e poteva essere fedele fino alla morte. « Lei deve montare a cavallo e partire senza indugio, » continuò Grock, « e badare a che nulla ritardi o impedisca la sua missione. Mi consta che quell'imbecille di Arnheim líbererà Petrovski questa notte, se non riceve alcun messaggio. Si sbrighi. » E il tenente tornò a salutare ed entrò nella notte; e montato su uno dei superbi corsieri bianchi che erano parte dello splendore di quello splendido reggimento, prese a galoppare sull'alto e angusto terrapieno, simile al filo di una muraglia. che dominava il fosco orizzonte, í diffusi contorni e gli spenti colori di quegli enormi pantani. Quando l'ultima eco del cavallo risuonò sul cammino, il maresciallo si alzò, si mise l'elmo e gli occhiali e uscí sulla soglia della tenda; ma per un'altra ragione. Lo stato maggiore, in uniforme di gala, lo stava già aspettando; e dalle profondità delle file si udivano i saluti rituali e le voci di comando. Era giunto il principe. Il principe era qualcosa come un contrasto, almeno esternamente, con gli uomini che lo circondavano; e anche in altre cose era un'eccezione nel suo mondo. Usava anch'egli l'elmo dalla punta d'acciaio, ma di un altro reggimento, nero con riflessi d'acciaio azzurro; e v'era un che di semincongruo e semiappropriato, per qualche antiquata ragione, nella combinazione di quell'elmo con la lunga e scura barba fluida. fra quei prussiani ben rasati. Come a intonarsi con la lunga e scura barba, indossava un lungo e scuro mantello turchino con una stella scintillante, del piú alto ordine reale; e sotto il mantello turchino portava un'uniforme nera. Anche se altrettanto tedesco degli altri, era un genere diverso di tedesco; e qualcosa nel suo viso assorto e orgoglioso confermava la leggenda che l'unica passione della sua vita fosse la musica. In realtà, il rigido Grock ritenne di poter legare a quella remota eccentricità il fatto fastidioso ed esasperante che il principe non procedesse immediatamente alla rivista delle truppe, già schierate in tutto l'ordine labirintico dell'etichetta militare della sua nazione; e che abbordasse immediatamente l'argomento che il maresciallo desiderava evitare: l'argomento di quel polacco poco serio, della sua popolarità e pericolosità; perché il princ1pe aveva ascoltato le canzoni di quell'uomo nei teatri di tutta Europa. « Parlare di giustiziarlo è una follia, » disse il principe, cupo sotto il suo elmo nero. « Non è un polacco qualunque. E un'istituzione europea. Verrebbe pianto e divinizzato dai nostri alleati, dai nostri amici, dai nostri compatrioti perfino. Lei vuol far la parte delle baccanti pazze che assassinarono Orfeo? » « Altezza, » disse il maresciallo, « verrebbe pianto; ma sarebbe morto. Verrebbe divinizzato, ma sarebbe morto Di tutte le cose che ha in animo di compiere, non ne compirebbe una sola. Tutto ciò che fa ora verrebbe spezzato, per sempre. La morte è un fatto irrefu~abile; e a me piacciono i fatti. » « Ma lei, non sa nulla del mondo? » chiese il principe. « Non m~i importa nulla del mondo, » rispose Grock « al di là dei picchetti della frontiera. » « Gran Dio! » sbottò il principe. « Lei avrebbe fatto fucilare Goethe per un'indisciplina con Weimar. » « Per la sicurezza della sua casa reale, » ribatté Grock, « non avrei vacillato un istante. » Ci fu un breve silenzio, poi il principe disse con voce secca e distinta: « Cosa intende dire? ». « Intendo dire che non ho vacillato un istante, » rispose il maresciallo con fermezza. « Ho già inviato gli ordini per l esecuzione di Pavel Petrovski. » Il principe si erse come una grande aquila oscura, il suo mantello ondeggiò come un turbinio di ali, e tutti i presenti seppero che un'ira al di là del dicibile l'aveva trasformato in un uomo d'azione. Non si rivolse neppure al maresciallo; attraverso di lui, ad alta voce, parlò al capo di stato maggiore, generale von Zenner, un uomo opaco, dalla testa squadrata, che era rimasto in secondo piano, quieto come una pietra. « Chi possiede il miglior cavallo della sua divisione? Chi è il miglior cavaliere? » « Arnold von Schacht possiede un cavallo che batterebbe i migliori purosangue, ». rispose senza por tempo in mezzo il generale. « Ed è un magnifico cavaliere. degli Ussari Biancki. » « Benissimo, » disse il principe, con la stessa decisione nella voce. « Che parta immediatamente all'inseguimento dell'uomo che reca quell'ordine assurdo, e lo fermi. Io gli fornirò un'autorizzazione che sua eccellenza il maresciallo non discuterà. Portatemi carta e inchiostro. » Sedette, spiegando il mantello, scrisse con fermezza e parafò l'ordine che annullava tutti gli altri, e assicurava l'indulto e la libertà di Petrovski, il polacco. Poi, in un silenzio di morte, che Grock sopportò senza batter ciglio come un idolo barbaro, il principe lasciò il campo, col suo mantello e la sua spada. Era talmente disgustato, che nessuno osò ricordargli la rivista delle truppe. Arnold von Schacht, un ragazzo agile dall'aria infantile, ma con piú di una medaglia sulla bianca uniforme da ussaro, batté i tacchi, ricevette l'ordine del principe, e, fuori, balzò a cavallo e si perdette sull'alto cammino, come un fulmine o come una freccia d'argento. Con lenta serenità il vecchio maresciallo tornò alla tenda; con lenta serenità si tolse l'elmo e gli occhiali e li posò sul tavolo. Poi chiamò un attendente e gli ordinò di cercare il sergente Schwarz, degli Ussari Bianchi. Un minuto dopo si presentò innanzi al maresciallo un uomo cadaverico e alto, con una cicatrice sulla mascella, molto scuro per un tedesco, come se la carnagione gli fosse stata brunita da anni di fumo, di battaglie e di tormente. Salutò e si impalò sull'attenti mentre il maresciallo alzava lentamente gli occhi. E anche se assai ampio era l'abisso fra il maresciallo dell'impero, che comandava ai generali, e quel paziente graduato, è certo che di tutti gli uomini che hanno parlato in questa storia solo quei due Si guardarono e si compresero senza parole « Sergente, » disse seccamente il maresciallo, « ci sia mo già visti due volte. La prima, credo, quando lei vinse il premio dell'esercito nella gara di tiro. » Il sergente si inchinò, silenzioso. « La seconda, » continuò il maresoiallo, « quando lei venne accusato di aver ucciso quella vecchia che si rifiutava di informarci sull'imboscata. Un incidente che suscitò molto rumore, anche nei nostri ambienti. Tuttavia, un'influenza venne esercitata in suo favore, sergente. La mia influenza. » Il sergente s'inchinò di nuovo. Il maresciallo proseguí parlando in maniera fredda, ma estremamente sincera « Sua altezza il principe è stato ingannato su una questione essenziale per la sicurezza sua e della patria, e ha appena inviato l'ordine di porre in libertà Petrovski, che deve essere giustiziato questa notte. Ripeto: che deve essere giustiziato questa notte. Lei deve partire immediatamente all'inseguimento di Schacht, che reca l'ordine, e fermarlo. » « Mi sarà estremamente difficile raggiungerlo, generale, » disse il sergente. « Ha il cavallo piú veloce del reggimento, ed è il miglior cavaliere. » « Io non le ho detto di raggiungerlo. Le ho detto di fermarlo, » disse Grock Poi parlò piú piano. « Un uomo può essere fermato m parecchi modi: con grida o spari, » la voce si fece piU lenta e piú pesante, ma senza una pausa. « Lo sparo di una carabina potrebbe richiamare la sua atten zione. » Il bruno sergente s'inchinò per la terza volta, e nonspiccicò le labbra. « Il mondo cambia, » disse Grock, « non per ciò che si dice o per ciò che si riprova o si loda, ma per ciò che si fa. Il mondo non si riprende mai da un'azione. L'azione necessaria in questo momento è la morte, » fissò sull'altro i suoi lucidi occhi d'acciaio e aggiunse: « Parlo, è evidente, di Petrovski ». Il sergente Schwarz sorrise ferocemente; e anche lui, sollevato il telo che copriva l'ingresso alla tenda, montò a cavallo e partí. L'ultimo dei tre cavalieri era ancor piú invulnerabile alla fantasia del primo. Ma poiché anch'egli era umano (seppure in modo imperfetto), non poté far a meno di sentire, in quella notte e con quella missione, il peso di quel paesaggio disumano. Cavalcando su quel terrapieno scosceso, si dilatava infinitamen~e all'intorno qualcosa di piú disumano del mare. Perché nessuno poteva nuotarvi, né navigarvi, né fare nulla di umano; poteva solo affondare nel fango, e quasi senza lotta. Il sergente sentí vagamente la presenza di una melma primordiale, che non era solida, né liquida, né capace di una forma; e sentí la sua presenza nel fondo di tutte le forme. Era ateo, come tante migliaia di uomini sagaci, ottusi, della Germania settentrionale; ma non era uno di quei pagani felici che vedono nel progresso umano una fioritura naturale della terra. Il mondo per lui non era un campo in cui le cose verdi o viventi sorgevano e si sviluppavano e davano frutti; era un mero abisso dove tutte le cose viventi sarebbero sprofondate per sempre; questo pensiero gli dava forza per tutti gli strani doveri che gli incombevano in un mondo tanto detestabile. Le macchie grigiastre della vegetazione schiacciata. viste dall'alto come in una mappa, parevano il grafico di una malattia; e gli stagni isolati sembravano di veleno non d'acqua. Ricordò qualche scrupolo umanitario contro gli avvelenatori di stagni. Ma le riflessioni del sergente, come quasi tutte le riflessioni degli uomini che non sono soliti rifiettere, avevano la loro radice in qualche tensione subcon~cia sui suoi nervi e sulla sua intelligenza pratica. Il cammino rettilineo era non solo desolato, ma infinitamente lungo. Impossibile credere che avesse corso tanto senza scorgere l'uomo che stava inseguendo. Certamente il cavallo di von Schacht doveva essere velocissimo per essersi allontanato tanto, dal momento che era partito solo un momento prima. Schwarz non sperava di raggiungerlo; ma un giusto senso della distanza gli indicava che presto l'avrebbe scorto. Infine, quando già cominciava a disperare, lo vide. Un punto bianco, che si mutò assai lentamento in una forma bianca, sorse in lontananza, in un galoppo furioso. Si ingrandí, perché Schwarz spronò e frustò il proprio cavallo; raggiunse una dimensione sufficiente la striscia arancione sull'uniforme bianca che distingueva gli ussari. Il vincitore del premio di tiro dell'esercito aveva colpito il centro di bersagli piú piccoli di quello. Puntò la carabina, e uno sparo violento spaventò, per leghe tutt'intorno, gli uccelli selvatici delle paludi. Ma il sergente Schwarz non pensò a essi. La sua attenzione era concentrata sull'eretta e remota figura bianca, che si raggrinzí improvvisamente come se il fuggitivo si deformasse. Pendeva sopra la cavalcatura come un gobbo; e Schwarz, con la sua vista esatta e con la sua esperienza, era sicuro che la vittima fosse stata colpita al corpo; e, quasi indubbi mente, al cuore. Allora, con una seconda pallottola, abl,atté il cavallo; e tutto il gruppo equestre scivolò e si abl~atté e svaní in un lampo bianco dentro il bulo pantano. Il sergente era sicuro di aver compiuto la sua opera. Gli uomini come lui si impegnano molto nelle loro azioni; per questo motivo le loro azioni sono solitamente cosí erronee. Aveva oltraggiato il cameratismo, che è l'anima degli eserciti; aveva ucciso un ufficiale che stava facendo il proprio dovere; aveva ingannato e sfidato il suo prinCipe e aveva commesso un volgare assassinio senza la scusante di un alterco; ma aveva eseguito l'ordine di un superiore e contribuito a uccidere un polacco. Queste due circostanze finali occuparono la sua mente, e prese la via del ritorno per presentare il rapporto. Non dubitava della perfezione dell'opera compiuta, indubbiamente l'uomo che recava il perdono era morto; e se per un miracolo stava solo agonizzando, era inconcepibile che raggiungesse la città in tempo per impedire l'esecuzione. No; insomma, la cosa piú pratica era tornare all'ombra del suo protettore, autore del disperato progetto. ~on tutte le sue forze si appoggiava alla forza del gran maresciallo. E in verità il gran maresciallo aveva questa grandezza: dopo la mostruosità che aveva commesso, o che aveva ordinato di commettere, non temette di affrontare i fatti o le compromettenti probabilità di farsi vedere col suo strumento. Un'ora dopo egli e Schwarz cavalcavano per il lungo sentiero; a un punto determinato smontò il maresciallo, ma disse all'altro di proseguire. Voleva che il sergente raggiungesse la città, e vedesse se tutto era tranquillo dopo l'esecuzione, o se persisteva qualche pericolo di agitazione popolare. « E qui, generale? » chiese il sergente a bassa voce. « Avrei gillrato che fosse piú, avanti; ma la verità è che questo sentiero infernale si stiracchiava come un incubo. » « E qui, » disse Grock, e con lentezza scese da cavallo. Si avvicinò al bordo del parapetto e guardò in basso. La luna si era levata sulle paludi e il suo splendore magnificava le acque oscure e le scorie verdastre; e in un canneto, ai piedi del terrapieno, giaceva, in una sorta di luminosa e irradiante rovina, tutto ciò che restava di uno dei superbi cavalli bianchi e cavalieri bianchi del suo antico reggimento. L'identità non era dubbia; la luna poneva in risalto i capelli biondi del giovane Arnold, il secondo cavaliere, il latore dell'indulto; brillavano anche la tracolla e le medaglie che erano la sua storia, e i galloni e i simboli del suo grado. Grock si era tolto l'elmo; e anche se quel gesto era forse la vaga ombra di un sentimento funebre di rispetto, il suo effetto visibile fu che l'enorme cranio rasato e la collottola da pachiderma risplendettero petrignamente sotto la luna come quelli di un mostro antidiluviano. Rops, o qualche incisore delle nere scuole tedesche, avrebbe potuto dipingere quel quadro: una enorme bestia, inumana come uno scarafaggio, intenta a guardare le ali spezzate e l'armatura bianca e oro di qualche disfatto campione dei cherubini. Grock non espresse pietà e non pronunciò alcuna preghiera; ma in un modo oscuro Si commosse come in qualche istante si commuove il vasto acquitrino; e, quasi difendendosi, tentò di formulare la sua unica fede e di confrontarla con l'universo nudo e con la luna insistente. « Pri~ma e dopo il fatto, la volontà tedesca è la stessa. Non la distruggono le vicissitudini e il tempo, come quella di coloro che si pentono. E fuori dal tempo, come una cosa di pietra che guarda indietro e guarda avanti con una sola faccia. » Il silenzio durò abbastan2a per blandire la sua fredda vanità con una sensazione di prodigio; come se una figura di pietra avesse parlato in una valle di silenzio. 1~ la,solitu~ine tornò a trasalire con ~n-remc~to sussurro che era il rullo di un galoppo: poco dopo giunse il sergente e il suo volto scuro e marchiato non era solo severo bensí fantasmale alla luce della luna. « Generale, » disse, facendo l inchino con singolare rigidità, « ho visto Petrovski, il polacco. » « Non l'hanno ancora sepolto? » chiese il maresciallo senza alzare gli occhi. « Se l'hanno sepolto, » disse Schwarz, « ha rimosso la lapide ed è resuscitato dai morti. » Schwarz continuava a guardare la luna e la palude; ma, anche se non era un visionario, non vedeva ciò che guardava, ma piuttosto le cose che aveva visto. Aveva visto Pavel Petrovski percorrere il corso illuminato di quella città polacca; impossibile confondere l'agile figura, la chioma romantica e la barba ~rancese che figuravano in tanti album e riviste. E dietro di lui aveva visto la città accesa di bandiere e torce, e il popolo intero adorare l'eroe, festeggiare la sua libertà. « Vuol dire, » esclamò Grock con uno stridore repentino nella voce, « che hanno sfidato il mio ordine? » Schwarz s'inchinò e disse: « Lo avevano già liberato, e non hanno ricevuto alcun ordine ». « Lei pretende di farmi credere, » disse Grock, «che dall'accampamento non è giunto nessun messaggero? » « Nessun messaggero, » disse il sergente. Ci fu un silenzio molto piú lungo, e infine Grock disse, rauco: « Cosa è accaduto in nome dell'inferno? Lei riesce a spiegarlo? ». « Ho visto qualcosa, » rispose il sergente, « che mi sembra lo possa spiegare. » Quando Mr. Pond giunse a questo punto, si arrestò con una tranquillità irritante. --E lei lo può spiegare?--disse Gahagan. --Mi sembra di sí--disse Mr. Pond, timidamente. --Come lei sa, io dovetti chiarire la faccenda quando il ministero intervenne. Tutto fu causato da un eccesso di obbedienza prussiana. Fu causato anche dall'eccesso di un'altra debolezza prussiana: il disprezzo. Grock aveva parlato troppo liberamente davanti al cane e davanti al legume. Disprezzava gli imbecilli, anche nel suo reggimento: aveva trattato von Hocheimer, il primo messaggero, come fosse stato un mobile, solo perché sembrava un imbecille. Ma Hocheimer non era cosí stupido come sembrava: aveva capito, quanto il sergente, ciò che il gran maresciallo voleva dire: aveva compreso l'etica del maresciallo, quella che afferma che un fatto è irrefutabile, anche se indifendibile. Sapeva che ciò che il suo capo desiderava era il cadavere di Petrovski; che lo desiderava comunque, a costo di qualunque inganno a principi o morte di soldati. E quando si sentí inseguito da un veloce cavaliere, capí immediatamente che questi portava l'indulto del principe. Von Schacht, giovanissimo ma valentissimo ufficiale, che era come un simbolo di quella piú nobile tradizione tedesca che questo racconto ha trascurato, meritava la circostanza che lo tramutò in araldo di una politica piú nobile. Giunse con la rapidità di ~quell'equitazione che ha legato all'Europa il nome stesso di cavalleria, e ordinò all'altro, col tono della tromba di un araldo, di fermarsi e di tornare indietro. Von Hocheimer obbedí. Si fermò, trattenne il cavallo e si voltò sulla sella; ma teneva la carabina in mano, e una palla attraversò la fronte di von Schacht. Poi si volse e proseguí, con la sentenza di morte del polacco. Alle sue spalle il cavallo e,il cavaliere crollarono giú dal terrapieno, e tutto il cammino rimase libero: per quel cammino spoglio e aperto avanzò il terzo messaggero, meravigliandosi della lunghezza del suo viaggio; finché scorse l'uniforme inconfondibile di un ussaro che spariva come una stella bianca nella distanza; ma non uccise il secondo cavaliere: uccise il primo. Perciò non giunse alcun messaggio alla città polacca. Perciò il prigioniero fu liberato. Sbagliavo dicendo che il maresciallo von Grock fallí perché due uomini lo servirono fedelmente? Hylton Cleaver Copia dell'originale Hylton Cleaver, scritto tore inglese dai molteplici interessi. Si è dedicato al teatro e alla letteratura per raga~ autore di roman~i satirici e di una autobiografia ~Sporting Rhapsody). Titolo originale: Copy o~ ~h~ Original traduzione di Alessandra Proietti Paul Wattie avrebbe commesso un delitto originale. Era un uomo di mezza età, con il cipiglio di un rivoluzionario ed il profilo di un re. Dall'espressione inscrutabile ed enigmatica, piaceva alle donne per i suoi modi. La sua vittima doveva essere il fratello di una di queste donne. Jennifer Scott si trovava in salvo fuori dal paese, ma suo fratello, no. La gente considerava inseparabili Wattie e Scott; ma, disgraziatamente, Paul Wattie non poteva fare concessioni alle persone che bevevano e che parlavano troppo. Il giovane Scott aveva ricevuto delle confidenze da parte di Paul; e se beveva tanto era perché aveva scoperto qualcosa che non gli era stato confidato. Wattie era un bigamo in prospettiva, e viveva del denaro che gli davano le donne. Paul Wattie supponeva, ed aveva ragione, che il giovane Scott avrebbe scritto to prima o poi una lettera accusatrice a sua sorella che stava a Georgetown. Tom Scott aveva bevuto quella sera; Paul Wattie dimostrò il suo disgusto e se ne andò prima. Fu visto andarsene in una direzione; Tom Scott, dopo aver rifiutato l'offerta di un taxi fatta dal portiere, camminò in dírezione opposta. Circa trecento metri piú in là, Wattie aspettava il giovane Scott; quando questi lo raggiunse, gli offrí il braccio per farlo appoggiare. Evitando le strade piú frequentate, come pure i taxi, 65 perché l'autista avrebbe poi potuto ricordare di aver lasciato due passeggeri da qualche parte, i due uomini arrivarono al piccolo alloggio di Tom, situato sopra una scuderia, e la cui porta principale 9i trovava in un angolo poco visibile. Wattie chiese a Tom di non fare rumore; e il giovane, che non era in vena di sciocchezze né di litigi, ma che era piuttosto depresso, tirò fuori la chiave e, dopo due o tre tentativi, aprí la porta. Arrivati di sopra, Tom si gettò su una sedia; il suo aspetto era pietoso ed era mezzo addormentato. Wattie, che non voleva lasciare tracce della sua visita, non volle fumare né bere. Se ne stava appoggiato alla parete, con il soprabito sbottonato e le mani in tasca. Guardando la sua vittima, disse: --La cosa migliore, giovanotto, è un buon bagno caldo e tre aspirine; e poi a letto a dormire. Tom era già addormentato, e gli sembrò che Wattie gli stesse dando un consiglio piuttosto che fargli una ramanzina da adulto. Tom Scott sospirò, alzò le spalle e si lasciò portare ín camera da letto. Wattie aiutò Tom a svestirsi, aggiungendo un altro gesto di generosità nell'accendere lo scaldabagno. Tom si mise una robe de chambre e il suo amico gli dette le aspirine; in questo momento, il ragazzo fece un balbettante commento, in base al quale le aspirine bisognava prenderle dopo il bagno e stando già a letto. Wattie, saggiando la temperatura dell'acqua del bagno, gli rispose che si sbagliava. Tom, posando il pigiama su una sedia, riconobbe che Wattie sarebbe stato una nurse perfetta. Tom, che non si reggeva bene sulle gambe, entrò nella vasca e si inginocchiò con prudenza, poi si sdraiò per tutta la sua lunghezza con soddisfazione. Wattie disse che avrebbe bevuto qualcosa mentre Tom se ne stava a mollo, e Tom aggiunse che avrebbe preso con piacere qualcosa anche lui; e cosí, poco dopo, Wattie gli portò un ultimo whisky e soda, e glielo lasciò su una sedia vicino alla vasca. Paul Wattie fece molta attenzione a tenere un fazzoletto fra la sua mano e tutto quel che toccava: la bottiglia, il bicchiere, il sifone del seltz, la maniglia della porta e lo scaldabagno. Approfittando del fatto che Tom si era addormentato nella vasca, Wattie poggiò le dita della sua vittima contro il bicchiere. Dopo, Wattie si mise a studiare lo scaldabagno. I costruttori di questi apparecchi si vantano del fatto che non si può aprire il passaggio del gas se non è aperto il rubinetto dell'acqua, ma c'è uno stratagemma che annulla questa misura di sicurezza: si apre l'acqua e il gas allo stesso tempo, poi si chiude l'acq.ua fino a che il getto diventa un filo quasi impercettibile; e il gas continua ad uscire. Se il gas è acceso, questa piccola quantità di acqua andrà in ebollizione, e lo scaldabagno scoppierà; ma se il gas non è acceso e continua ad uscire... Wattie preparò le cose in modo che succedesse questo. Si sentiva già il soave sibilo e l'odore del gas nella stanza da bagno. Quel tenue filo di acqua, ormai freddo, avrebbe potuto risvegliare Tom? Wattie pensò che, comunque, non si sarebbe svegliato in tempo; la stanza da bagno sarebbe stata piena di gas. Tom sarebbe potuto morire in due modi; asfissiato dal gas o annegato nella vasca, poiché comunque sarebbe stato incosciente. L'acqua non poteva traboccare, giacché, un po' piú su dei rubinetti, c'era uno scolatoio; pertanto, arrivando a quel livello, avrebbe cominciato a defluire dal buco. Ma a quel punto, secondo i calcoli di Paul, il giovanotto sarebbe scivolato sott'acqua e sarebbe annegato. O forse sarebbe stato già asfissiato? Paul Wattie non riusciva a indovinare quale delle due cose sarebbe successa per prima. Sarebbe apparso che il povero ragazzo se ne era andato a casa e che aveva perso conoscenza cercando di fare un bagno. Magari aveva cercato di chiudere il rubinetto del gas senza riuscirci; poteva pure essersi sbagliato, ed aver aperto il rubinetto credendo di chiuderlo. Wattie si guardò intorno. Aveva pensato minuziosamente a tutto. Non avrebbe potuto chiudere la porta da dentro, ma un uomo nelle condizioni di Tom, difficilmente si sarebbe preoccupato di questo particolare. L'indomani sarebbe venuta la donna delle pulizie. Su questo punto, Wattie aveva qualche inquietudine. Desiderava che alla donna non venisse in mente di accendere un fiammifero; non voleva avere due morti sulla coscienza. Pensò che sarebbe stata una buona idea gettare il telefono di Tom per terra, lasciandolo con il microfono staccato. Paul non aveva la piú pallida idea di come lavorasse la centrale; credeva possibile che qualcuno, all'altro capo della linea, cominciasse a preoccuparsi di non ricevere risposta e mandasse un operaio ad aggiustare l'apparecchio. Comunque, nessuno sarebbe arrivato in tempo. Che sarebbe successo se lui, Paul, avesse fatto il numero di Tom, arrivando a casa sua, per protestare poi alla centrale non ottenendo la comunicazione? Comunque, non avrebbero mandato nessuno fino alla mattina seguente. Wattie chiuse la porta della stanza da bagno; annusò l'aria e si mise ad ascoltare. Non sentiva nessuna richiesta d'aiuto. In realtà, la fine di Tom sarebbe stata molto dolce. Meno male che la centrale non poteva sentire l'odore di gas per telefono. Si ricordò di lasciare le luci accese, cosí come avrebbe fatto Tom e, arrivato al corridoio che portava all'uscita, guardò da tutte e due le parti; una volta assicuratosi che non ci fosse nessuno, uscí e chiuse la porta. Wattie camminò in silenzio e rapidamente, scegliendo strade solitarie. Stava studiando la possibilità di tornare al club e di chiedere se il signor Scott se ne fosse già andato. Pensò che fosse meglio non fare questo tentativo, e si diresse a casa sua. Sulla porta del suo appartamento c'era un uomo seduto sullo zerbino. Se ne stava tranquillamente appoggiato contro la parete, aveva le braccia incrociate sul petto, e l'ala del cappello gli copriva gli occhi. Un'ondata di paura invase l'immaginazione di Wattie; la penombra imperante gli impediva di vedere la faccia dell'uomo. Cercò di allontanare questa paura; a pensarci bene, era impossibile che Scotland Yard fosse venuta a conosccnza cosí presto del fatto e, ancor piú, che avessero mandato un uomo a casa sua. Non potevano avere scoperto ancora nulla, e i sospetti che avrebbero potuto avere sarebbero caduti proprio su Tom. Quell'uomo sembrava un poliziòtto, ma quando alzò la testa, Wattie lo riconobbe. -- Santo cielo! Wenway! --disse con una certa riserva. Roger Wenway gli rispose con un sorriso tranquillo. In piedi, era molto piú alto e corpulento di Wattie. Era uno di quegli uomini tranquilli e solitari che non hanno mai un amico intimo e che non stanno mai molto tempo in uno stesso posto. --Hai impiegato un bel po' di tempo per venire a piedi dal club. Wattie rimase impassibile nonostante il pericoloso senso della frase. Rispose semplicemente: -- Sei stato al club ? -- Prima sono venuto qui e non ho trovato nessuno; allora sono andato fino al club; lí mi hanno detto che te ne eri appena andato. Non so come non ci siamo incontrati nel tragitto. Da che son tornato ti sto aspettando. --Non avevo fretta. Ero di cattivo umore e ho voluto prendere un po' d'aria. C'era il giovane Scott, e cosí ubriaco, che me ne sono andato prima che gli venisse in mente di appiccicarsi alla mia persona. Come mai non l'hai visto al club?--disse Wattie. --Non trovando te ho chiesto di Tom, ma se ne era andato anche lui. Ho pensato di chiamarlo, ma non sarebbe servito a nulla. Wattie tirò fuori le chiavi e aprí la porta. -- Puoi entrare. Non si riesce a sapere mai se stai fuori o se sei tornato. -- Sto qui..., e senza un centesimo. Ovviamente non per un giorno o due, fino a che mi arriva lo stipendio. Sono sbarcato con pochi centesimi, e speravo che tu mi dessi un letto e la colazione. Wattie si tolse il cappello e lo appese insieme al soprabito nero. Attraversò la hall con un'aria di signorilità priva di cordialità. Entrò davanti a Wenway, indicandogli di seguirlo. Prese alcune lettere dalla mensola e, dopo aver guardato la calligrafia, le rimise al loro posto. Accese le luci del salotto. Su un tavolino c'era un vassoio con i liquori. -- Serviti pure. --Ho visto Jennifer circa un mese fa--disse Wenway dopo essersi seduto. -- Ah! stava lí? E come sta Jennifer? --Molto bella--rispose Wenway. Wattie chinò la testa. --Ti cercavo per questo. Jennifer è molto preoccupata per Tom. Non ha detto niente a suo padre, ma crede che Tom si stia sbandando un poco, e che tu dovresti fare qualcosa. Le ho risposto che mi sarei informato della situazione. Ti prega di scriverle. -- Sí, è un po' che mi propongo di farlo. In realtà, Tom si sta comportando molto male ultimamente. --Jennifer pensa che tu abbia molta influenza su Tom. Wattie fece un gesto e si serví un altro bicchiere. --Jennifer avrebbe potuto sposarsi con te, credo,-- disse. --Tu ti saresti sposato con Jennifer? -- Oh, no! io non mi posso sposare con nessuno. Un vagabondo inquieto come me sta meglio da solo; d'altra parte, non me ne starò mai tranquillo in uno stesso posto. --Vedo. -- Stanotte per esempio, eccomi qua senza un posto dove dormire. Wattie portò le mani alle tasche con ostentazione. --Ti posso prestare quello che vuoi. --No, non mi prestare niente. Non te lo restituirei. Tutto quello che voglio è un letto... e la colazione. -- C'è solo questo divano. E un appartamento molto piccolo (sono appartamenti da scapolo), e c'è il servizio, ma dopo le nove e mezza non c'è nessuno. --Mi bastano un paio di coperte e dormirò benissimo. Wattie non si sentiva a suo agio, sebbene non volesse farlo vedere. Non aveva nessuna simpatia per quell'uomo, e, poi, il suo arrivo in un momento cosí critico era un'eventualità impossibile da prevedere e difficile da affrontare. Wattie non voleva che Roger Wenway rimanesse, ma non poteva nemmeno suggerirgli di andarsene. Bevve un sorso; la mano che sosteneva il bicchiere era ferma. Wenway cercò qualcosa nella sua agenda da tasca, e tirò fuori un'istantanea che passò a Wattie. --E di Jennifer, l'ha data a me; le ho detto che te l'avrei fatta vedere. Wattie prese la fotografia senza guardare Wenway; quell'individuo lo rendeva nervoso; una simile adorazione gli sembrava canina. -- Sí, molto bella. Quel clima deve giovare a Jennifer, con la figura che si ritrova--commentò Wattie freddamente. --Jennifer usa gli shorts per andare in canoa... Lí c'è ! : assai poco da fare. Cercherò di tornarci ancora,--aggiunse pensieroso Wenway.--Le dirò come stanno le cose da queste parti; le racconterò anche di aver passato questa notte a casa tua. Parlarono per un po', con una bottiglia in mezzo e i bicchieri in mano; sembravano due diplomatici educati, i cui paesi mantenessero piú o meno buone relazioni. --Domani mattina andrò a salutare Tom, soprattutto per parlargli della sua condotta. -- Non credo che si alzi molto presto. Wattie stava in ufficio aspettando che la prima notizia giungesse per telefono. Ma non fu cosí; gliela portò Wenway personalmente. Si fece annunciare, ed entrò solennemente dietro una segretaria. Una volta chiusa la porta, rimase in piedi con il cappello in mano, guardando Wattie che diede segni di sorpresa davanti all'espressione di Roger Wenway. -- Come va!... E successo qualcosa? -- Sí, temo che sia qualcosa di sgradevole per te. Si tratta di Tom. -- Che è successo? Come un attore consumato, Wattie fece la pausa esatta che avrebbe fatto un innocente prima di indovinare la verità. Stava recitando questa parte quando Wenway rispose: -- E morto. Wattie rimase immobile; poi si alzò e, girando intorno alla scrivania guardò Wenway senza parlare. Sembrava che la notizia gli avesse fatto perdere il dono della parola. -- Sembra che, come tu hai detto, Tom se ne sia andato ieri notte a casa,--disse Wenway.--Gli investigatori ritengono che abbia fatto un bagno caldo; lo hanno trovato nella vasca, asfissiato dallo scaldabagno per lo meno, era scivolato sott'acqua ed era annegato, ma la stanza da bagno era piena di gas. Wattie fece una domanda. --Chi... lo ha trovato? -- La donna delle pulizie. Il posto puzzava di gas, e ha fatto chiamare un poliziotto. Sembra che Tom abbia cercato di telefonare a qualcuno, ma doveva essere troppo ubriaco per riuscirci; l'apparecchio stava per terra in camera da letto. Non riesco a capire perché abbia voluto farsi un bagno. -- Stava nella vasca? --Sí. Sott'acqua. La cosa strana è che lo scaldabagno era spento e che il gas continuava ad uscire. Gli investigatori non possono credere che Tom volesse fare un bagno freddo; e se~avesse voluto farlo non avrebbe dovuto aprire il rubinetto del gas. -- Forse si è infilato nella vasca quando l'acqua era calda, e poi avrà voluto altra acqua; sarà scivolato cercando di accendere di nuovo lo scaldabagno, e nel cadere avrà perso conoscenza. La polizia è ancora lí? -- Sí; e ho detto loro dove avrebbero potuto trovarti. -- Me? Per la prima volta~ Wattie rischiò di perdere la sua compostezza . -- Tu eri amico di Tom; eri al club e lo hai visto prima di andartene. Puoi raccontare in che stato si trovava. -- Sí, sí. Capisco. Wenway si piegò in avanti e cominciò a mordersi le nocche della mano. -- Proprio un bel ritorno a casa. E quando penso a Jennifer che si preoccupava... -- Ha lasciato un biglietto o altro? -- Diamine! no. Non si è trattato di una cosa premeditata. Tom non pensava alla morte. Perché ci avrebbe dovuto pensare? Si era portato perfino un whisky e soda in bagno. Era intatto; è l'abitudine del bevitore: versarsi da bere senza voler bere. _l -- Questo è tutto? Non hanno trovato altro? Wenway sollevò le sopracciglia e guardò Wattie in maniera un po' strana. Quasi subito le sopracciglia ripresero la posizione normale, e cambiò tono. --C'è un detective abbastanza intelligente lí. Si è accorto di una cosa che ha reso tutti perplessi. --Di che si tratta? --Non hanno potuto trovare in nessun posto una scatola di fiammiferi--disse Wenway. Nemmeno stavolta Wattie cambiò espressione. Dimostrò sorpresa come è logico, ma nulla di piú. Guardò fissamente Wenway, sentendo che gli sarebbe successo quello che mai avrebbe creduto che potesse avvenire. Wenway ripeteva scioccamente quanto già aveva detto. -- Neppure una scatola di fiammiferi. Che strano che si siano accorti di una cosa simile! --Come ha fatto ad accendere lo scaldabagno, allora? --chiese Wattie umettandosi le labbra. --E quello che cercano di scoprire. -- Bene,--disse Wattie.--Il gas era spento quando sono arrivati. Forse Tom non è riuscito nemmeno ad accenderlo. --Ciò significa--disse Wenway con impazienza-- che, in una notte cosí fredda, Tom ha fatto un bagno gelato per sentirsi meglio. --Forse avrà pensato che sarebbe stato meglio. --Ma non era una doccia. Stava proprio nell'acqua! E perché ha aperto il passaggio del gas? Che ci stanno a fare i rubinetti? Wattie fece un altro tentativo. --Immagino che abbia aperto il gas, e che poi abbia cercato i fiammiferi, e che non ne avesse... Era sbronzo... Gli sarà sembrato che non avesse importanza. Tu sai che sciocchezze fa la gente a volte. --Sí; e si è messo a dormire nell'acqua fredda,-- disse Wenway in tono di burla. Roger Wenway si era messo a contemplare il disegno del tappeto, ma ad un tratto guardò di nuovo Wattie, e nel fare questo, il silenzio divenne opprimente. Wattie restava calmo. L'espressione di Wenway cominciò a cambiare, e d'un tratto disse agitando un dito: --Prima di venire qui, sono passato per il tuo club. Volevo sapere a che ora esattamente Tom se ne è andato a casa; tu non lo sapevi. -- Se ne è andato dopo di me. --Quasi subito. Volevo anche sapere se era andato via a piedi o no. Sembra di sí, e con piú o meno fermezza. Poi con il ragazzo del bar. Mi preoccupava il fatto dei fiammiferi; cioè, da quando ho sentito quel detective menzionare il particolare, ne siamo rimasti tutti incuriositi. Hanno cercato perfino in camera.da letto e nello spogliatoio... -- Ma, perché? -- Immagino che sia una di quelle cose che impressionano la gente per la loro stranezza. A me, per lo meno, ha fatto impressione; una piccolezza, ma inspiegabile. Nel club ho parlato con il ragazzo del bar che si occupava di voi, e gli ho chiesto: « Il signor Scott fumava molto, vero? ». -- Sí,--disse Wattie.--Non molto, ma abbastanza. -- Ieri sera lo stavano prendendo in giro, ti ricordi? Forse non ci hai fatto caso. Ogni volta che si metteva una sigaretta fra le labbra diceva: « Chi ha del fuoco? », perciò gli chiesero perché non si comprava una scatola di fiammiferi. Tom rispose che al club i fiammiferi erano gratis, ma che non aveva voglia di andare a prenderli in quel momento. Il fatto è che non aveva fiammiferi. Il ragazzo del bar ne è sicuro... Wattie si schiarí la gola. D'un tratto, il suo aspetto apparve flaccido, e gli si notava perfino il doppio mento. Parlò con voce indifferente: --Non hanno trovato un accendino? --No; se avesse acceso lo scaldabagno con un accendino, avrebbe dovuto stare lí vicino. --Vuoi dire che non c'erano fiammiferi nemmeno in cucina? -- Ah! la donna delle pulizie ce ne ha parlato. Lei ha una scatola di formato grande, che non si può tenere in tasca. Poiché Tom, come tanti altri, usava sempre i fiammiferi di casa, lei preferiva averne una sotto mano per il proprio uso. La teneva legata con uno spago al fornello. E dunque, se Tom ha usato uno dei fiammiferi di questa scatola e, facendo schermo con la mano affinché non si spegnesse, lo ha portato fino alla stanza da bagno ed ha acceso lo scaldabagno, doveva per forza lasciare il fiammifero da qualche parte. Wattie non muoveva neanche un muscolo della faccia. -- E non hanno trovato nemmeno quello--seguitò a dire Wenway. --Mi pare che diano troppa importanza ad un dettaglio che non ne ha. -- Sí, ma mi piace quel detective. Mi ha fatto una buona impressione. Starà per arrivare da un momento all'altro... per parlare con te. Wenway si alzò per congedarsi, e rivolse uno sguardo penetrante a Wattie. Sembrava che qualcosa lo preoccupasse. --Me ne vado; ho un appuntamento alle undici e mezza per organizzare il mio prossimo viaggio. Non posso mancare; ti chiamerò piú tardi. La porta si chiuse dietro di lui, e Wattie rimase solo, sentendosi incapace di lavorare e di pensare con lucidità. Wenway non aveva nessun appuntamento, voleva semplicemente andarsene da lí. Si dirigeva all'appartamento di Wattie, e prese la metropolitana. Wattie si sentiva incapace di pensare, ma Wenway pensava per tutti e due. Si sentiva invaso da uno strano sospetto. Wattie era uscito dal club prima di Scott. Dove era stato da quando era uscito fino a quando era tornato nel suo appartamento? Wenway sapeva che lo scaldabagno era stato acceso, e che da qualche parte ci doveva essere un fiammifero bruciato. Dove stava questa prova? E se Wattie aveva accompagnato il giovane Scott nel suo appartamento, perché non lo ammetteva? Wenway pensava che quando un uomo accende un fiammifero nella casa di un altro, e non ha un portacenere sotto mano, un'innata meticolosità gli impedisce di buttarlo in terra. In questo caso, ci sono due possibilità: qualcuno aprirà di nuovo la scatola e ci metterà il fiammifero bruciato; altri se lo metteranno in tasca, per trovarlo poi fra gli spiccioli o le carte. Se Wattie aveva acceso quel fiammifero, esisteva la possibilità che se lo fosse portato via: La notte precedente, Wattie portava un vestito da società e un soprabito nero leggero; ora non aveva indosso nessuno dei due. E poi, Wenway ricordava molto bene che, una volta entrati, Wattie si era tolto il soprabito e lo aveva appeso all'attaccapanni. Si ricordava anche di averlo visto fumare, e non aveva dimenticato che aveva acceso le sigarette con un accendino argentato a forma di boccia, che stava sul tavolo. Venti minuti dopo, Wenway entrava nell'appartamento di Wattie. Per prima cosa ispezionò il soprabito che stava nella hall. Mise una mano nella tasca e tirò fuori una scatola di fiammiferi, la aprí e guardò. Sui fiammiferi non usati, ce n'era- uno già bruciato. Wenway si sedette su una sedia e cominciò ad analiz zare la situazione. Si rendeva conto del fatto che se quel detective piú o meno intelligente ne avesse saputo tanto come lui, l'unica difficoltà sarebbe stata quella di sapere se la recente scoperta, aggiunta ad altri fatti precedenti della vita di Wattie, sarebbe bastata a convincere una giuria. In Inghilterra si dice che nessun uomo è condannato finché sussista una particella di dubbio riguardo alla sua colpevolezza. Wenway capiva che questo era un caso dubbio per una giuria, per quanto egli, personalmente, si sentisse soddisfatto. Perché Wattie aveva negato di aver accompagnato Tom a casa sua? Wenway era convinto che Wattie era stato con Tom. Certamente tutto questo sarebbe stato un colpo`per Jennifer; già la sola morte di Tom era sufficiente. Naturalmente molte persone sono morte asfissiate nel bagno per una fuga di gas, senza che questi casi fossero altro che tragici incidenti. Ma che suo fratello fosse assassinato, e che per questo delitto venisse giudicato l'uomo di cui era ancora innamorata, sarebbe stata per Jenny una pena insopportabile. Per Wenway, tutto ciò non era necessario. Wenway voleva tornare da Jennifer a consolarla, ma non pensava di lasciare che Wattie, che si era liberato di molte cose, si esimesse dal pagare questo crimine. Wenway se ne stava seduto con il mento poggiato su una mano, le spalle curve, immobili e flemmatiche. A poco a poco si andava trasformando in un essere freddo, crudele e calcolatore, cosí come Wattie era stato dodici ore prima. Wenway non tornò all'ufficio di Wattie, e questi tornò presto a casa quel pomeriggio. Wattie chiuse la porta di ingresso, e Wenway sentí che i suoi passi si fermavano nella hall;-dalla porta socchiusa vide la mano di Wattie che prendeva il soprabito nero e cercava qualcosa in tasca. Molto lentamente, la mano lasciò andare il soprabito; Wenway riusciva ad immaginare l'espressione di Wattie. Trascorso un istante, Paul spinse la porta ed entrò, fermandosi sorpreso nel vedere chi c'era lí. Il pallore di Wattie non era strano. Wenway pensò che sarebbe stato nelle stesse condizioni o peggio. Si guardarono un momento in silenzio, e poi parlò Wenway: -- E venuta la polizia? --E venuto un individuo, suppongo che fosse il tuo intelligente detective. Gli ho detto ciò che sapevo; pensavo che saresti tornato, ti ho aspettato. --No. Sono caduto e mi sono storto il polso,--disse Wenway, e alzando la mano destra mostrò una fasciatura. --Mi ha fatto piuttosto male, e cosí me ne sono venuto qui a riposare un momento. E~ una scocciatura; non posso neanche tenere una matita, e devo scrivere una lettera. Non che sia importante, ma devo mandare delle carte e volevo aggiungerci una nota. Non potresti scrivere quattro parole per me? Wattie sembrava titubante. -- Ho solo carta intestata. --Non fa niente. Voglio imbucare stasera, si tratta di poche righe. Wattie si trovava in un dilemma. Come poteva rifiutarsi di scrivere? Prese un foglio di carta ed aspettò, guardando Wenway sopra la spalla. --Scrivi questo, per favore,--disse Wenway.-- « Chiedo scusa a tutti per i fastidi che avranno. Mi dispiace di non aver potuto dire addio. » Wattie titubava ma non vedeva scappatoie né che obiezione poter fare. Scrisse, e poi sollevò la testa guardando Wenway con uno sguardo inquisitorio. -- Vuoi che firmi al tuo posto? --No; preferisco piuttosto che sia anonimo. Devo mandare delle carte ad una persona che ho conosciuto a bordo. Grazie. Lo metterò in una busta che ho già preparato e lo imbucherò quando esco. Wattie sembrava incuriosito da qualcosa. --Fuma una sigaretta prima di andartene. Wenway gli passò un portasigarette con la mano sinistra, e Wattie l'accettò senza rendersi conto. Wenwav tirò fuori la sua scatola di riammiferi e ne estrasse uno. Cercò di accenderlo e non ci riuscí; rimase a guardarlo con un falso fastidio. --Se c'è una cosa che non mi piace è trovare un fiammifero bruciato fra quelli nuovi. Mentre diceva questo, osservava Wattie con la coda dell'occhio; vide che dapprima represse un brivido e che a poco a poco assunse un atteggiamento di soddisfazione quando lui gettò il fiammifero per terra. Allora Wenway riprese il fiammifero e lo rimise di nuovo nella scatola. -- Forse troverò chi lo ha messo qui. Sarebbe un caso. Wattie uscí e Wenway rimase; stava ancora lí quando Wattie ritornò con le guance rosse. Aveva bevuto. Era piuttosto tardi e ormai non c'era piú servitú in quegli appartamenti da scapolo. I due uomini erano seduti uno di fronte all'altro. Sul tavolo che li separava c'erano una bottiglia e dei bi«hieri semivuoti. Per la terza volta, Wattie ripeteva, con una voce aspra ed una veemenza sconosciuta in lui, la stessa frase. --Ho del clenaro-e voglio aiutarti. Possiamo giungere ad un compromesso. Ti darò tutto quello che vorrai per metterti a posto. Tutto quello che voglio in cambio è avere la certezza che non scioglierai la lingua. --Non ho niente da raccontare. --L'impegno è... di non raccontare nulla. Ti pago.... e tu non dici niente a nessuno, qualunque cosa ti chiedano... su di me. Wenway lo guardò serenamente. --Non voglio il tuo denaro. O meglio sarebbe un guaio se me lo trovassero domani. Gli occh~i arrossati di Wattie non si staccavano da quelli di Wenway. Le palpebre gli pesavano; scuoteva la testa, sentendosi incapace di restare sveglio. Solamente il pensiero della propria salvezza lo faceva stare sveglio e lo obbligava ad implorare. D'un tratto, si agitò sulla sedia e guardò con sospetto Wenway; gli parve di vederlo attraverso una nebbia. Cercò di parlare senza quasi poter pronunciare le parole. -- Immagino che non hai messo nulla... nel mio u1timo bicchiere..., no? Aveva... un sapore strano..., e sento... qualcosa. -- Sí. Certo che ci ho messo quaicosa--disse Wenway. Wattie non poté piú pariare; la testa gli cadde sul petto. --Una droga, --continuò Wenway, sperando che Wattie riuscisse a sentirlo. -- Io viaggio molto e per me è facile ottenere certe cose. Fece una pausa guardando Wattie con disgusto. --Hai creduto di aver organizzato il delitto perfetto. E stato un modo brutale, sordido e sgradevole di uccidere Tom. Ma mi hai dato un'idea per quel che dovrò fare con te. Hai commesso un crimine quasi perfetto e lo hai rovinato con un passo falso. Sfruttando la tua esperienza, io farò la stessa cosa..., e se evito il tuo errore, sarà perfetto. Credo che sia la cosa migliore per tutti. Morirai meglio che sulla forca ed in maniera meno pubblica. Wenway non era sicuro che Wattie lo ascoltasse ormai. Si tolse la fascia dal polso e prese Wattie fra le braccia; non era pesante, e lui, Wenway, era un uomo forte e corpulento. Lo portò in camera da letto e cominciò a svestirlo. In questa operazione ebbe qualche difficoltà e ruppe un gemello di Wattie cercando di sbottonarlo, ma non poteva fermarsi a cercarlo; e poi, questo poteva essere successo allo stesso Wattie. Poi gli mise il pigiama e una vestaglia, e lo portò in stanza da bagno. Non aveva paura di allagare il bagno, poiché non pensava di tappare la vasca. Fece sedere Wattie su una sedia appoggiando la testa sul bordo della vasca, vicino al becco del gas, come se lo avesse fatto deliberatamente. Poi aprí il gas. A fianco di Wattie posò la famosa scatola di fiammiferi e, fuori, il fiammifero che gli era servito da prova. E questo gli sembrò un tocco artistico. Non solo stava usando il modello criminale impiegato da Wattie, ma addirittura lo stesso strumento... Quello che era servito per dare la morte a Scott, sarebbe servito per Wattie. Wenway uscí dalla stanza da bagno e chiuse la porta. Dopo aver chiuso a chiave da fuori, assicurò con una spilla un foglio di carta. Un foglio di carta con la calligrafia di Wattie e che diceva: « Chiedo scusa a tutti per i fastidi che avranno. Mi dispiace di non aver potuto dire addio ». Wenway tornò in salotto e si serví da bere. Rimase un po' a bere lentamente... poi bagnò un asciugamano e si tappò la bocca e il naso. Cosí protetto, ruppe una tavola della~porta del bagno con un attizzatoio del caminetto. Tirando fuori la chiave della serratura, che stava di fuori, passò la mano dal buco del pannello, e la collocò dalla parte interna. Ed infine, forse perché l'odore di gas era insopportabile, si mise a correre verso il corridoio, chiuse il rubinetto prineipale del gas e, aprendo le altre porte, gridò chiedendo aiuto. Sulla nave che andava verso Georgetown, Wenway pensava a cosa avrebbe detto a Jennifer. Certamente, la morte di Tom aveva scosso la resistenza di Wattie. Sembrava ossessionato dall'idea di essere colpevole, poiché non avrebbe dovuto lasciare solo il giovanotto quella sera. Erano stati cosí inseparabili... Il pover'uomo dava segni di non starci piú col cervello. Wenway si stava facendo lucidare~le scarpe. Il lustrascarpe gli aveva srotolato il risvolto di una gamba del pantalone, e lo stava spazzolando. Wenway era poco attento con i suoi vestiti. Nello srotolare l'altra, cadde il pezzo di gemello. Wenway lo guardò fissamente, e si chinò a raccoglierlo. Era proprio la prova che avrebbe potuto portarlo alla forca! Umettandosi le labbra, si avvicinò alla balaustra della nave e con gesto indifferente lanciò in mare la prova accusatrice. Il suo g~sto di recriminazione verso la propria trascuratezza era degno di essere visto. William Irish Se morissi prima di svegliarmi Sotto lo pseudonimo di William Irish si cela lo scritto tore americano Cornell Woolrich (1903-1968). Considerato l'inventore del suspense ha iniziato a dedicarsi al genere poliziesco a partire dal 1934. Le sue opere, scritto te secondo uno stile fortemente impressionista e lirico sono caratterizzate da un clima da incubo che non si dissipa nemmeno dopo la risoluzione del caso e la scoperta dei colpevoli. Come W. Irish, Woolrich ha firmato uno dei suoi romanzi piú significativi Phantom Lady, 1942 (La donna fantasma). Tra le sue opere ricordiamo Deadiine at Dawn, 1944 (Si parte alle sei), I Married a Dead ~fan, 1948 (Ho sposato un'ombra). Dalle sue opere sono stati tratti numerosi film di successo, tra cui Con~icted, 1938 (Una notte a l~ew York) con Rita Hayworth, Rear Window, 1954 (Finestra sul cortile) diretto da Hitcheock, La sirène du Mississip~, 1969 (La mia droga si chiama Julie) con Catherine Deneuve e Jean-Paul Belmondo, e diretto da Fran,cois Truffaut. Titolo originale: If I Should Die Before I Wake Traduzione di Luigi Gabrielli La piccola che occupava il banco davanti al mio in V A si chiamava Millie Adams. Di lei non ricordo molto, perché allora avevo nove anni; adesso sto per compierne dodici. Ciò che ricordo con molta chiarezza sono le sue caramelle e che, d'improvviso, non ci vedemmo piú. Le facevamo molti dispetti, i miei compagni e io. Dopo, quando ormai era troppo tardi, avrei voluto non lo avessimo fatto. Non che avessimo nulla contro di lei; soltanto, era una bambina. Aveva le trecce che le scendevano sulla schiena; io mi divertivo a infilargliele nel mio calamaio o ad appiccicargliele con la gomma americana. Ho scontato piú di un castigo, per questo. La seguivo nel cortile della scuola tirandole le trecce e gridando:--Ding, ding!--come fossero campane. Lei allora mi diceva: --Ti denuncio a un poliziotto! --Benone!--le rispondevo per disarmarla.--Mio padre è un agente di terzo grado. --Bene, allora ti denuncerò a un agente di secondo grado; è piú importante di uno di terzo grado! Questa risposta mi diede fastid~io, cosicché la sera, tornato a casa, chiesi a mio padre che cosa significasse. Come vergognandosi, mio padre guardò mia madre; fu lei a rispondermi. --Non è molto piú importante; bisogna avere un po' piú d'esperienza, ecco tutto. Tuo padre sarà uno di loro, Tommy, quando avrà cinquant'anni. Ciò parve mortificare mio padre, però non disse parola. --Da grande farò l'agente,--dissi. --Dio non voglia! --disse mia madre. Ebbi l'impressione che, piú che con me, parlasse con mio padre. --Mai in tempo per il pranzo; alzarsi nel bel mezzo della notte. Arrischiare la vita, mentre la moglie non sa quando se lo vedrà arrivare in barella... o non lo vedrà mai piú. E perché? Per una pensione appena sufficiente a non morire di fame quando ha ormai dato tutta la sua forza, tutta la sua gioventú, e non serve loro piú a nulla. A me sembrò meraviglioso. Mio padre sorrise. --Mio padre era agente, e ricordo d'aver detto le stesse cose quando avevo l'età di Tommy, e mia madre le controbatteva come fai tu. Non puoi dissuaderlo, lo ha nel sangue; sarà meglio che ti abitui all'idea. -- Sí? Allora gli uscirà dal sangue, dovessi usare la parte posteriore della spazzola per dissuaderlo. Per colpa dei nostri dispetti, Millie Adams prese l'abitudine di consumare il suo spuntino in classe, anziché nel cortile. Un giorno, mentre mi apprestavo a uscire di classe, aperse la cassettina in cui portava il suo pranzo e io riuscii a vedere, all'interno, i lecca-lecca verdi. Non erano dei piú andanti, erano di quelli che costano un nichelino ciascuno; e i verdi sono al limone, i miei preferiti. Perciò mi fermai e cercai di far pace con lei. -- Siamo amici,--le dissi.--Dove li hai presi? --Qualcuno me li ha dati,--rispose Millie.--E un segreto.--Tutte uguali le bambine. Quando uno chiede loro qualcosa non possono mai rispondere, perché si tratta d un segreto. Naturalmente non le credetti; Millie non aveva soldi per i lecca-lecca, e il signor Beiderman, proprietario della pasticceria, non li dava mai a credito, e tanto meno lo avrebbe fatto trattandosi di lecca-lecca da cinque centesimi, avvolti in carta incerata. -- Scommetto che li hai rubati!--dissi. --No!--esclamò Millie indignata.--Ti dico che me li ha dati un uomo! i~: molto simpatico; l'ho incontrato all'angolo, questa mattina, mentre stavo venendo a scuola. Mi ha chiamato e, tirando fuori qualche lecca-lecca di tasca, mi ha detto: « Senti, piccola, vuoi un dolce? ~>. Mi ha detto che ero la bambina piú bella che avesse visto passare quella mattina, mentre lui... Si coprí in fretta la bocca con la mano ed esclamò: --Oh! Me ne sono dimenticata! Mi ha avvisato di non dirlo a nessuno, se no non mi darà piú lecca-lecca. --Fammeli assaggiare,--le dissi,--e non lo dirò a nessuno. -- Lo giuri? Avrei giurato qualsiasi cosa pur di assaggiarli; avevo già l'acquolina in bocca, cosí giurai e promisi... e quando si son fatte queste cose, non si può piú raccontar niente a nessuno~ specie se si è il figlio di un agente di terzo grado come mio padre. Non ero come gli altri miei compagni, non potevo mancare alla parola, anche se data a una bambina sciocca come Millie, senza diventare un traditore. Mio padre me lo diceva sempre, e mio padre diceva sempre la verità. Il giorno dopo, quando Millie aperse la sua cassettina del mezzogiorno, aveva un lecca-lecca all'arancio; e anche questi sono i miei preferiti. Naturalmente mi incollai al suo fianco e dividemmo il lecca-lecca. -- Hum! --mi disse in un momento in cui era in vena di confidenze. --i~: un uomo simpaticissimo; ha occhi enormi e si guarda sempre intorno. Domani mi darà un lecca-lecca alla cannella. -- Scommetto che se ne dimentica,--dissi pensa che la cannella è uno dei miei gusti preferiti. -- Mi ha detto che, se se ne dimenticava, dovevo cordarglielo. E poi, posso andare con lui e prendere quello che voglio. Ha una grande casa nel bosco, piena di lecca-lecca, pastiglie di gomma e gessi colorati... posso prendere tutto ciò che voglio. --E perché non lo hai fatto?--chiesi pensando che nessuna bambina sana di mente doveva lasciarsi sfuggire una simile occasione, anche se sapevo che si stava dando importanza. --Perché mancava un minuto alle nove e la campana stava suonando. Vuoi che perda il premio di puntualità? Domani, però, uscirò piú presto da casa, cosí avrò molto tempo. Quando uscimmo, alle tre del pomeriggio, badai bene a tenermi lontano da lei; non volevo che i miei compagni pensassero che mi stavo affezionando alle bambocce; ma Millie mi si avvicinò proprio mentre cominciavo a giocare a palla con Eddie Riley. Avevamo percorso un isolato verso le nostre case (eravamo in un gruppo numeroso), quando Millie mi tirò per la manica. --Guarda,--sussurrò,--eccolo lí l'uomo che mi dà lecca-lecca. E sotto quella tenda, lo vedi ? Mi credi, adesso? Guardai, e non vidi nulla di straordinario. L'uomo aveva un abito liso e braccia cosí lunghe da arrivargli alle ginocchia; mi ricordava le scimmie dello zoo. L'ombra azzurrina della tenda gli nascondeva a metà il volto e le spalle, ma quegli occhi sporgenti brillavano nell'ombra. Si stava stuzzicando un dito con un temperino, e si guardava continuamente intorno, come non volesse che qualcuno vedesse ciò che stava facendo. Ebbi vergogna che Eddie Riley mi vedesse parlare con una bambina; e poi Millie aveva finito i lecca-lecca. Cosí le dissi brontolando: --Uff! Che mi interessa! Eddie, tirami la palla! Per due volte Eddie non riuscí a parare i miei tiri e, mentre correva dietro alla palla, approfittai per guardarmi intorno; Millie e l'uomo, mano nella mano, camminavano giú per la strada. Improvvisamente l'uomo si staccò da lei e si incamminò in direzione opposta, come chi ha dimenticato qualcosa. Proprio allora arrivò il signor Murphy, l'agente del traffico, e si fermò davanti alla scuola come faceva sempre all'ora in cui uscivano gli alunni. Fu tutto. Il giorno dopo, Millie perse il suo premio di puntualità perché non venne affatto a scuola. Due giorni dopo aspettai ansiosamente l'arrivo di Millie con tutti i lecca-lecca che, a quanto mi aveva detto, avrebbe diviso con me; ma il suo banco restò vuoto. Prima delle tre, giunse il direttore della scuola accompagnato da due uomini vestiti di grigio che sembravano ufficiali di polizia. E, anche se si fermarono nell'atrio, noi avevamo paura pensando che qualcuno si fosse lamentato perché avevamo rotto il vetro di una qualche finestra; ma non si trattava di questo, né di nulla di simile. Il direttore voleva sapere se qualcuno di noi, due giorni prima, aveva visto Millie Ad~ams sulla via della scuola. Una bambina alzò la mano e disse che, quel giorno, era andata a prendere Millie, ma non l'aveva trovata. Millie era uscita di casa prima di sempre, alle otto e un quarto. Fui sul punto di dire ciò che Millie mi aveva raccontato della casa nel bosco piena di lecca-lecca; ma mi ricordai che avevo giurato e promesso, e che mio padre era un agente di terzo grado, cosicché mi trattenni. Inoltre, erano tutte bugie, e avrei ottenuto soltanto dí farmi mandare in castigo, nell'angolo. Non abbiamo piú visto Millie. Un giorno, circa tre mesi dopo gli avvenimenti di cui ho appena parlato, vedemmo la signora Hammer, la nostra maestra, con gli occhi rossi come avesse pianto; in quel momento suonava la campana. Da quel giorno, mio padre mancò --per cosí dire--di casa per una settimana; di tanto in tanto tornava in piena notte per farsi la barba o una doccia; poi usciva di nuovo. Una volta, attraverso una porta, l'ho sentito parlare e dir qualcosa a proposito di « un maniaco fuggito », ma non sapevo cosa significasse quella parola; pensai si riferisse a un qualche animale, a un qualche tipo di cane, forse. --Se almeno avessimo una traccia, --diceva mio padre.--Una qualche descrizione, un qualche segno.... un niente ! Se non lo becchiamo, succederà di nuovo, è sempre cosí. Balzando dal letto mi avvicinai a mio padre e gli dissi: -- Se un tale dà la sua parola d'onore e il vecchio.... il padre di questo tale, è un agente di terzo grado.... ci resterebbe male se il figlio non mantiene la promessa? --Sí,--mi rispose mio padre. -- Solo i ruffiani e i banditi non mantengono le loro promesse. -- Un poliziotto in famiglia è piú che sufficiente!-- esclamò mia madre.--Basta!--Vedendo che, con aria estremamente decisa, prendeva in mano una pantofola, me la diedi a gambe. Le rare volte che in quella settimana mio padre tornò a casa aveva con sé i giornali; ma quando, il giorno dopo, li cercavo, mancava sempre la prima pagina. Avevo l'impressione che in queste pagine ci fosse una fotografia che non volevano che io vedessi. Veramente, l'unica cosa che mi interessava era la pagina delle barzellette. Trascorsa la settimana, i giornali cominciarono a riapparire intatti e mio padre ricominciò a tornare puntualmente all'ora di pranzo. Dopo un po', a scuola, noi bambini avevamo dimenticato tutto ciò che riguardava Millie Adams. In autunno e in primavera fui promosso agli esami; e fui promosso anche l'autunno e la primavera dopo, pur se con voti non tanto alti e un voto piuttosto basso in condotta. A mio padre interessava soltanto che andassi avanti con gli studi e non mi bocciassero, cosi«hé quando gli mostravo la pagella mi accarezzava la testa e diceva: --Va bene, Tommy, sarai un buon agente; lo hai nel sangue. E chiaro che mi diceva queste cose quando mia madre non era abbastanza vicina da sentirci. Oh! Quasi lo dimenticavo: mio padre diventò agente di secondo grado a trentacinque anni, non a cinquanta come aveva predetto mia madre. Ricordo che la mia genitrice arrossí di vergogna quando mio padre le diede la notizia. In V B, in VI A e in VI B fui fortunato, perché nessuna bambina occupò il banco davanti al mio. Ma in VII A arrivò una ragazzina nuova, che proveniva da un'altra scuola; si chiamava Jeanie Myers. Portava sempre una blusa bianca, e i suoi capelli erano una massa di boccoli castani trattenuti dietro, sulla nuca. Mi piacque subito, perché prendeva buoni voti e oltretutto mi era molto utile: mi lasciava guardare sopra le sue spalle, cosí potevo copiare le risposte giuste. In genere, le bambine sono egoiste, ma lei era proprio come un buon compagno. Per questo, quando uno dei miei amici cominciò a infastidirla, gli diedi un pugno sul naso; da allora, si comportarono tutti come si deve. Jeanie pensò di dovermi dimostrare la sua gratitudine, e lo fece proprio davanti a tutti gli altri, il che non mi piacque molto. -- Tommy Lee, sei davvero meraviglioso!--mi disse. Anche se mi lasciava copiare i compiti, era sciocca come tutte le altre ragazze che conoscevo; aveva debo lezze degne di un hebé. Andava pazza per i gessetti colorati; ne portava sempre qualcuno con sé e quando ci si imbatteva in una parete o in una inferriata segnata di strisce rosse o gialle si poteva esser certi che Jeanie Myers era passata di lí. Non poteva resistere alla tentazione di segnare tutto quel che le capitava a tiro; sem brava incapace di andare da qualche parte senza lasciareuna traccia del suo passaggio, fosse anche soltanto una striscia sul marciapiede. Anche noi ragazzi usavamo gessetti, ma quelli normali, bianchi; e, poi, li usavamo per cose utili, come, per esempio, lo score nelle partite di baseball, o per segnare il luogo in cui dovevamo tenere un prigioniero. Mai, mai per far strisce, come Jeanie, che per metà del suo tempo le faceva senza rendersene conto, mentre camminava. Siccome Jeanie spendeva in gessetti tutti i soldi che le davano, e quelli colorati costavano dieci centesimi a scatola (qualche volta faceva la pazzia di comprarne due scatole alla settimana), mi sorpresi di vederla un giorno, durante la ricreazione, scartocciare un lecca-lecca da cinquanta centesimi. Era verde, cioè al limone, uno dei miei preferiti. -- Ieri sera,--la rimproverai,--non mi hai voluto prestare un centesimo per i lecca-le«a e adesso vedo che te ne sei comprato uno da cinquanta. Egoista! -- Non me lo sono comprato!--mi rispose.--Me l'ha regalato un uomo questa mattina, mentre venivo a scuola. -- Sí! E da quando in qua i grandi regalano leccalecca ai bambini?--le chiesi. -- Eppure questo lo ha fatto! Ha un emporio pieno di lecca-lecca e basta che io vada a prendermeli. Non mi farà pagare nulla. Una sensazione strana si impadroní di me, per un istante. Mi sembrava che anche qualcun altro di mia conoscenza riuscisse ad avere lecca-lecca gratis. Cercai in tutti i modi di ricordare, ma inutilmente... Non era successo la settimana scorsa, né il mese scorso e nemmeno lo scorso anno. Dopo questo inutile sforzo, scacciai il pensiero dalla mente. Dopo aver succhiato per un po' il lecca-lecca, Jeanie me ne diede la metà. Era davvero molto simpatica. 94 --Non raccontare a nessuno quel che ti ho detto,-- mi raccomando.--Altrimenti, anche gli altri bambini ne vorranno. Il giorno dopo, durante la ricreazione, mi si avvicinò e mi disse sottovoce: --Fermati un momento, dopo; ne ho un altro. Tenne la sua cassetta chiusa fin che gli altri se ne andarono; allora l'aperse e mi mostrò un lecca-lecca color arancio, anch'esso tra i miei preferiti. Tornati in classe, mi sedetti accanto a lei e cosí dividemmo quella delizia. Di tanto in tanto fissavo la lavagna, sulla quale non c'era scritto to nulla. Volevo a tutti i costi imprigionare un ricordo fuggevole: qualcosa che si riferiva a un leccalecca al limone, seguito da uno all'arancio. Avevo la sensazione d'aver già vissuto questi momenti. Tra una leccata e l'altra, Jeanie se la godeva: --Quanto mi sto divertendo questa settimana! Tutti i giorni un lecca-lecca gratis. Non so chi possa essere quest'uomo, ma è molto simpatico. Che tipo di leccalecca pensi mi darà domani? Di cannella! Senza sapere ciò che mi succedeva, non pensai piú ai lecca-lecca, ma che dovevo invece ricordare i nomi delle razze dei cani; in realtà, le due cose non avevano nulla a che fare l'una con l'altra, ma era cosí. Chiesi anche a Jeanie di suggerirmi qualche nome di cane, ma quelli che mi disse li conoscevo già: Airedale, San Bernardo, Collie... No, non erano questi. --Non esiste una razza il cui nome finisce in « iaco »? --le chiesi. -- Dalmaico? --mi rispose. --No, sciocca. Quelli si chiamano dalmati, -- replicai con aria di superiorità. Avevo la sgradevolissima impressione di dover parlare con qualcuno, ma la cosa peggiore era che non sapevo con chi dovevo parlare né che cosa dovevo dire. Che cosa potevo farci? In quel momento suonò la campana dell'una, e allora fu troppo tardi... Quella notte ebbi un orribile incubo; sognai un mucchio di vecchi giornali sparsi al suolo in un qualche bosco. A tutti mancava la prima pagina. Quando cercavo di raccoglierli, sbucava da una fenditura del terreno il braccio di un morto che teneva in mano un lecca-lecca alla cannella. Quanta paura ebbi! Mi destai per un momento e nascosi la testa sotto il lenzuolo. Il giorno dopo mia madre dovette svegliarmi tre volte, tanto era il sonno che avevo. Arrivai a scuola appena in tempo, e mi sedetti proprio mentre la campana finiva di suonare. La vecchia Flagg mi guardò in modo sgradevole, ma non poteva far nulla. Quando ripresi fiato, vidi davanti a me Eddie Riley, due banchi piú in là. Il banco di Jeanie era vuoto; mi sembrò una cosa stranissima perché non era mai arrivata in ritardo, prima. I,a signora Flagg mi chiamò alla lavagna e fui molto occupato a pensare dove mai fosse l'angolo retto di un certo maledetto oggetto. Dopo le dieci giunse Jeanie insieme a un'altra bambina che si chiamava Emma Dolan. Finito il turno, la signora Flagg disse: --Jeanie, questa sera lei resterà in castigo perché è arrivata tardi; in quanto a Emma, per questa volta gliela lascerò passar liscia, dato che ha la madre malata e deve aiutarla in casa. Era la prima volta che Jeanie veniva castigata, e mi fece molta pena. A mezzogiorno, Jeanie tirò fuori dalla sua cassettina un lecca-lecca rosso alla cannella. Era furiosa. --Avrei un milione di lecca-lecca come questi se non avessi incontrato quella sciocca di Emma!--si lamentò. --Stavamo andando al posto dove lui tiene i lecca-lecca, e doveva arrivare proprio Emma a mandare tutto all'aria. Quando l'ha vista, se ne è andato e mi ha lasciato sola! E questa sera non potrò andarci perché devo restare in castigo. Siccome~il giorno dopo avevamo gli esami e le risposte di Jeanie mi erano utilissime, cercai di essere il piú gentile possibile con lei. Cosí, per confortarla, le dissi: --Ti aspetterò fuori, Jeanie. Alle tre suonò la campana, e tutti i bambini se ne andarono, meno lei. Io rimasi a giocare a palla con me stesso; la prendevo a calci, la lanciavo in aria e cercavo di colpirla quando ricadeva. Cosí rincorrendola mi allontanai di quasi due isolati dalla scuola senza rendermene conto. Improvvisamente, la palla si fermò ai piedi di una persona che stava impalata sotto a una tenda, sul marciapiede. Mi chinai per raccoglierla e, alzandomi, vidi che era un uomo; stava in piedi, quasi immobile, sotto l'ombra azzurra della tenda. Aveva gli occhi grandi e scrutatori e le sue braccia sembravano quelle di uno scimpanzé che avevo veduto allo zoo. Non riuscii a capire che cosa significasse il movimento che faceva con le dita: le apriva e le chiudeva come volesse afferrare qualcosa che gli sfuggiva. Mi guardò appena; forse i ragazzini della mia età non lo interessavano. Io lo guardai per un attimo, e mi sembrò d'averlo visto prima, da qualche parte; soprattutto quei suoi occhi sporgenti. Me ne andai con la mia palla, e lui rimase immobile: solo le sue dita si muovevano, cosí come ho detto. Tirai la palla molto in alto e improvvisamente, insieme a lei, un nome sembrò cadermi dal cielo: Millie Adams ! Ora ricordavo dove avevo visto quegli occhi sporgenti e chi aveva diviso con me i lecca-lecca verdi e arancioni. Glieli dava lui, e come risultato di questi regali... Millie non era piú tornata`a scuola. Sapevo che cosa dovevo dire a Jeanie: che non si avvicinasse piú a quell'uomo perché, se lo faceva, le sarebbe successo qualcosa. Non sapevo che cosa, ma certo era qualcosa di brutto. Mi spaventai tanto che smisi di giocare a palla, corsi verso la scuola ed entrai. Non era proibito farlo al di fuori delle ore di lezione. Sollevandomi sulla punta dei piedi, guardai da una finestra. Jeanie era al suo banco e stava facendo i compiti, mentre la signora Flagg, di fronte a lei, correggeva qualcosa. Senza saper che cosa fare, battei alcuni colpetti sui vetri per richiamare l'attenzione di Jeanie; lei mi vide, ma mi vide anche la Flagg che mi fece entrare in classe. --Bene, Tom,--mi disse acida come un limone,-- giacché sembra incapace di allontanarsi dalla scuola, sarà meglio che si sieda e si metta a studiare. No, lí no, dall'altra parte della classe; non si metta cosí vicino a Jeanie. Dopo qualche minuto, come a peggiorare le cose, la signora Flagg disse: -- Può andarsene, Jeanie, s'è trattenuta abbastanza. Cerchi di essere puntuale, domani. --E quando vide che anch'io mi preparavo a uscire:--Lei no, giovincello! Rimanga dov'è! --mi disse. Incapace di contenermi le gridai: -- No! Non la lasci uscire, signora Flagg! La costringa a rimanere! Non la lasci! Andrà in cerca di leccalecca e... ! La signora Flagg andò su tutte le furie e, battendo sul banco, mi inchiodò: --Basta! Non voglio sentire una parola di piú! Per ogni volta che aprirà la bocca, le darò mezz'ora di castigo! Teanie raccolse i suoi libri e io feci un altro tentativo: --Jeanie! -- le gridai. -- Non uscire! Aspettami nel cortile! Davanti alla mia disobbedienza, la signora Flagg si alzò e, avvicinandomisi, mi minacciò: --Vuole che mandi a chiamare il direttore~ Se sento un'altra volta la sua voce, la manderò in VI B! La farò espellere dal collegio per insubordinazione!--Non l'avevo mai vista cosí arrabbiata. La cosa peggiore era che anche Jeanie era arrabbiata, e... con me. --Traditore! Pettegolo! -- sibilò e uscí chiudendo la porta. La rividi mentre passava davanti alla finestra... Cercai in tutti i modi di parlare con la signora Flagg, ma non me lo permise. Comunque, ero tanto agitato che non riuscivo a dir nulla di comprensibile. --Jeanie andrà a cercare i lecca-lecca e non tornerà piú... e le pagine dei giornali, le prime intendo, le sopprimeranno...--Stavo piangendo, cosicché era difficile capire quanto dicevo. La signora Flagg stava scrivendo una nota a mio padre, lamentandosi di me. --Come Millie Adams, e la colpa sarà sua...!--La signora Flagg non era in quella scuola quando successe il caso di Millie, cosí non poteva certo capire ciò che volevo dirle. Il risultato di questa scenata fu che la signora Flagg mi aggiunse altre mezze ore di castigo che dovetti scontare rimanendo a scuola, per tutta la settimana, fino alle sei della sera. Per di piú mi sospesero dovetti presentarmi un giorno con mio padre..., e un milione d'altre cose. Ero stato sconfitto e lo sapevo; rimanevo seduto finché il sole scompariva e il cortile si copriva d'ombre. Allora la signora Flagg accendeva la luce, ma mi lasciava uscire soltanto alle sei in punto, non un minuto prima. Quando uscivo, le strade erano buie e deserte; solo un arco al neon, all'angolo. Durante le ore di sole, in quello stesso angolo s'allargava una tenda di colore azzurro; ma, in quei miei giorni di punizione, la tenda era arrotolata, e nessun uomo stava lí impalato guardandosi intorno con gli occhi sporgenti. Passando per quel luogo, mi sentivo sempre correre lungo la schiena qualcosa di strano. Un giorno, anziché tornar subito a casa mi recai alla casa di Jeanie. Prima di entrare guardai attraverso la finestra, per vedere se la scorgevo. L'interno era illuminato, e vidi la madre di Jeanie e sua sorella minore. La signora guardava continuamente fuori, e cosí mi vide. --Tommy, hai visto Jeanie? E molto tardi ed è ancora fuori; credo sia andata da Emma. Se la vedi, vuoi dirle di tornare subito? Sono le sei passate e non mi piace che si fermi fuori a quest'ora... Mi sentii agghiacciare, ma non osai confessarle i miei timori. Le risposi con voce indifferente: -- Sí, signora, --e uscii correndo come un indiavolato. Emma viveva molto lontano; ma dovevo andarci, non fosse altro che per convincermi di una cosa che già sapevo. Jeanie non era in quella casa. Venne ad aprirmi Emma in persona, masticando del pane, e mi disse che Jeanie non andava mai da lei. Se almeno la famiglia di Emma avesse avuto il telefono, rni ~arei risparmiato il viaggio. Non mi rimaneva che tornarmene a casa. A dir il vero, avevo paura di arrivarci: erano già le sette passate. Mio padre era rincasato, la cena era pronta. Mi sembrò che, oltre a essere inquieti con genitori fossero anche un po' spaventati... Non potei cavar loro una sola parola sul conto di Jeanie. Appena apersi bocca per parlare della punizione, che era soltanto la prima parte di quanto volevo dire, mio padre si arrabbiò e mi mandò in camera mia. Io insistetti, ma in quel momento vide la nota della signora Flagg e fu la fine. Fece una grande scenata e mi chiuse dentro a chiave. Ero l'unico a sapere qualcosa; ma nessuno mi ascoltava, nessuno mi credeva, nessuno voleva aiutarmi. Non potevo contare sulla signora Flagg o sulla madre di Jeanie, tanto meno su mio padre, che io ritenevo un uomo normale. Ora era forse già troppo tardi; sedetti sul bordo del letto con la testa tra le mani. Udii lo squillo del telefono e, dopo un istante, mia madre che diceva: --No, no, Tom! ~ impossibile! --con voce terrorizzata. --E che cos'altro può essere? Il capo dice che hanno trovato i suoi libri buttati da qualche parte... Ti ho detto che, se non lo avessimo beccato... quella prima volta, sarebbe successo di nuovo. Io sapevo che parlavano di Jeanie! Mi avvicinai alla porta e cominciai a picchiar colpi, a gridare: -- Papà! Lasciami uscire un minuto! Posso descriverti quell'uomo! L'ho visto con i miei occhi! Ma la porta di strada si chiuse prima che finissi di spiegare ciò che sapevo; pensai che anche mia madre fosse uscita per andare a consolare la signora Myers. Continuai a picchiare, pur sapendo che in casa ero rimasto soltanto io. Senza sapere che cosa fare, sedetti di nuovo sul bordo del letto, con la testa tra le mani, chiedendomi come potevano riuscire a beccare quell'uomo, se non lo avevano mai visto in vita loro. Io, invece, lo conoscevo e non volevano darmi la possibilità di dirlo! Dovevo restar cosí, chiuso dentro, io, l'unico a sapere come stavano le cose! Pensare a Jeanie mi terrorizzò, anche se ero a casa mia. Cercavo di immaginare che cosa poteva fare a Jeanie un uomo come quello; di sicuro qualcosa di terribile; se no, non avrebbero chiamato mio padre che aveva già finito la sua giornata di lavoro. Mi alzai e, mani in tasca, andai alla finestra, a guardar fuori. Com'era tutto buio! La strada deserta, appena illuminata, all'angolo, da un fanale. Pensai di nuovo a Jeanie che non aveva nessuno vicino che potesse aiutarla. Senza rendermene conto, tirai fuori dalla tasca un mucchio di cose: palline, chiodi, fiammiferi e un pezzetto di gesso... Mi misi a guardare il gessetto ricordando che Jeanie, sempre... Scostai un'imposta della finestra e, scavakando con una gamba il davanzale, cominciai ad afferrarmi alla tubatura della grondaia. Vivevamo al secondo piano di un condom~inio. Una persona piú anziana avrebbe forse dovuto faticare molto per scendere, ma io, con il mio scarso peso e l'aiuto di un rampicante, scivolai giú senza difficoltà. Giunto sulla strada corsi via, per paura che arrivasse mia madre; non temevo di incontrarmi con mio padre perché, quando lo chiamavano di notte, passavano intere giornate prima che si ripresentasse a casa. Poi, ormai lontano dalla strada che solitamente Jeanie percorreva, non ebbi piú paura di imbattermi in qualcuno che conoscevo. Ripercorsi la strada che facevo ogni mattina per andare a scuola, anche se, naturalmente, non l'avevo mai percorsa di notte. Non arrivai fino all'edificio: mi fermai, invece, due isolati prima, nel punto in cui c'era la tenda. A quell'ora tutto era diverso, le case sembravano nere e intorno non c'era nessun bambino... solo io. Cominciai a riflettere e mi dissi: « Jeanie ha comprato una scatola di gessetti l'altro ieri; lo so perché ho visto che ne aveva un pezzo intero quando siamo usciti alle tre ». Però ciò non bastava, lei li consumava molto in fretta. E se oggi non gliene fosse rimasto neppure un po'? Girai l'angolo dopo la tenda osservando le pareti; non c'era nessun segno, ma erano fatte quasi interamente di vetrate e porte, cosí che non si prestavano a esser segnate con il gesso. Percorsi tutto l'isolato senza trovare segni, cosí che alla fine mi dissi: « Forse ha camminato in mezzo alla strada, e non poteva certo lasciar segni nell'aria ». Giunto all'angolo, stavo per tornare suii miei passi quando vidi una bocca d'irrigazione che aveva tutt'intorno un segno di gesso color rosa. Voleva dire che, poiché la sua casa si trovava in direzione opposta, Jeanie era passata per di là a qualche ora di quello stesso giorno! Mi sentii contento. Sapevo che cercarla in quel modo avrebbe portato a qualcosa! « Scommetto che la troverò! » Per un momento, dimenticai perfino d'aver paura. Ciò che facevo somigliava ai nostri giochi di bambini, al « guardia e ladri ». Continuai a camminare per un altro isolato, anch'esso con molte vetrate; ma trovai un secchio per le immondizie, certo dimenticato, e anch'esso aveva all'intorno un segno di gesso color rosa. Nell'isolato seguente non trovai nulla, anche se c'erano posti molto adatti su cui scarabocchiare; Jeanie non era passata di là, cosí decisi di attraversare la strada e portarmi sull'altro marciapiede. Lí, in un posto illuminato, c'era un segno quasi invisibile. La fortuna era dalla mia parte, ne ero sicuro. Percorsi ancora vari isolati trovando sempre un qualche segno; finché, di colpo, scomparvero. Cercai e cercai di nuovo, non ce n'erano proprio piú. Che il gessetto fosse finito? O lui l'aveva scoperta e glielo aveva portato via? No, Jeanie non si sarebbe mai separata da tanto tesoro, e poi quello era viale Allen, una strada molto frequentata di giorno. L'uomo non avrebbe mai osato comportarsi rudemente. con lei davanti ad altre persone. Cominciai a camminare dalla parte sinistra, so che a sinistra c'è il cuore, e continuai in quella direzione. C'erano posti molto adatti a scarabocchiarli; le case erano vecchie e trascurate, ma le strisce di gesso erano meravigliose. C'era troppo gesso, questo era il guaio. Tutte le pareti erano scarabocchiate e su qualcuna c'erano scritto te certe parole che, quando uno le dice, gli lavano la bocca con il sapone. Però il gesso era bianco, non era il gesso di Jeanie. Improvvisamente, trovai di nuovo il suo segno; era una striscia che s'interrompeva soltanto quando c'era una porta o una finestra. Era un gessetto giallo. Le era sicuramente finito quello rosa e aveva ricominciato con il giallo. Era cosí facile seguirlo che, anziché camminare, cominciai a correre. Magari non lo avessi fatto; nella mia corsa pazza arrivai d'un tratto in un luogo in cui c'erano alcuni uomini. All'angolo, con i fari accesi, stazionava un'automobile. Ma ciò che piú mi intimorí fu che uno di quegli uomini era mio padre; era lí, fermo in mezzo agli altri. Feci un balzo indietro. Per fortuna mi voltava le spalle, cosicché non mi vide. L'ho sentito dire: -- ...qui, da qualche parte. Prima cominceremo a perquisire le case, meglio sarà. Uno degli uomini aveva un libro come quelli che usiamo a scuola, con il nome scritto to nell'interno della copertina. Mi sembrò un libro di matematica. Mi nascosi dall'altra parte dell'auto, cercando di sottrarmi alle luci; la striscia di gesso giallo continuava, ininterrotta. Morivo dalla voglia di piazzarmi davanti a mio padre e dirgli:--Papà, basta che tu segua questa striscia gialla e troverai Jeanie. Non ne ebbi il coraggio; se mi ~avesse visto per strada a quell'ora della notte, e specialmente dopo avermi chiuso a chiave, era capace di picchiarmi di santa ragione, di fronte a tutti quegli uomini. Cosí non mi rimase altro che continuare a seguire da solo, nell'oscurità di quel luogo, la striscia gialla augurandomi con fervore che mio padre non venisse mai a sapere che ero passato di là. Non riuscivo a capire perché Jeanie avesse buttato via i libri: non era scema al punto da far una cosa slimile con qualcosa che apparteneva alla scuola; e la prova che non le era successo nulla era che la striscia continuava. Per me, l'unica spiegazione alla storia dei libri abbandonati era che, forse, l'uomo si era offerto di portarglieli perché Jeanie non si stancasse e che, in un momento in cui lei s'era distratta, li avesse buttati via pensando che la ragazzina non ne avrebbe piú avuto bisogno. O poteva anche darsi che l'uomo le avesse detto che sarebbero tornati subito, e di lasciarli lí per riprenderli dopo. Però avevano camminato molto e io mi convinsi che Jeanie non s'era mai resa conto che i suoi libri erano stati abbandonati. D'un tratto le case si diradarono; piú in là c'erano soltanto terreni incolti; non c'erano neppure piú posti da poter segnare con il gesso. Ero arrivato ai confini della città; la strada continuava, ma non c'erano marciapiedi. Non ero mai stato in luoghi cosí fuori mano, ed ero abbastanza spaventato. Sull'ultima casa davanti alla quale passai, c'era un segno di gesso la cui continuazione doveva esser rimasta nell'aria. Decisi cosí di seguire quella linea immaginaria. L'idea non mi sorrideva: la strada era brutta e piena di pietre, e poi dovevo arrangiarmi a evitare le poche automobili che passavano. Un po' piú lontano (circa a un miglio, mi sembrò) vidi una palizzata di legnc~; quando vi arrivai, e ci misi abbastanza, mi rallegrai d'averlo fatto. Sui pali di sostegno della palizzata (alti piú o meno come me) c'era una striscia gialla, di gesso. Nonostante la distanza, Jeanie non aveva abbandonato le proprie abitudini; quel luogo, di sera, doveva essere molto solitario; ora era terribile. Quella strada deserta fiancheggiata dal nero della campagna, e le alte erbe da pascolo che sussurravano agitate dal vento. C'erano dei lampioni, ma molto lontani l'uno dall'altro, cosí che i tratti oscuri mi sembravano lunghissimi; Tutti i pali dei lampioni erano segnati, il che voleva dire che lui aveva avuto paura di chiedere un passaggio a qualcuno. Mi guardai alle spalle, e le luci della città erano un debole chiarore che si rispecchiava nel cielo. Quanto avrei voluto tornare indietro! Ma continuavo a pensare: « Non vorrei essere nei panni di Jeanie! ». E siccome ero il solo a sapere dov'era la poveretta, come avrei potuto tornare indietro? Cosí restai sulla breccia. Piú avanti mi aspettava di peggio, qualcosa cui non avrei voluto neppure pensare. I boschi! Era la cosa piú nera di tutto il nero che mi si stava avvicinando a poco a poco. Era come una grande muraglia cui andavo incontro e che si faceva sempre piú alta. I boschi! Infine mi chiusero e accerchiarono, come stringendomi. Diedi un'ultima occhiata al luogo in cui doveva essere mio padre e, respirando profondamente, mi addentrai nei boschi. In mezzo, la strada continuava e, con i lampioni, quell'avventura non fu poi cosí terribile; ecco, questo sí, ebbi la precauzione di guardare soltanto davanti a me. Per non vedere, magari, qualcosa che non avrei voluto. Ma, a dir il vero, avevo tanta paura che la sola cosa che mi sentivo di fare era andare avanti... Sul lampione successivo c'era un segno di gesso; su quello susseguente no... In qualche posto, lí intorno, dovevano aver cambiato direzione. Mi chiedevo: « Devo addentrarmi tra questi alberi? E se c'è qualcuno nascosto dietro a un tronco, e mi salta addosso? ». Piú che spaventato ero terrorizzato; pensavo che, se mi inoltravo tra gli alberi, sarei morto di sicuro. Se almeno ci fosse stato Eddie Riley con me; ma ero cosí solo... Avrei forse trascorso tutta la notte cercando di prendere una decisione, ma qualcosa la prese per me. D'un tratto, tra gli alberi, udii un rumore sgradevole, e vidi i fari di un'automobile che arrivava lungo la strada. Prima di rendermene conto, balzai da un lato perché non mi investisse; mi sembrò che andasse a una velocità fantastica. Lo stridere dei freni mi annunciò che l'auto s'era fermata sulla strada, da qualche parte; nascosto dietro a un albero, sentii una voce di donna dire: --Ti dico che non era un animale! L'ho visto in faccia! Che cosa starà facendo una creatura, sola, di notte, in posti come questi? Guarda se lo trovi, Frank. Lo sportello dell'auto si aprí e un uomo si diresse verso di me, chiamandomi. --Vieni, piccolo; non ti facciamo nulla, vieni! Avrei voluto, con tutto il cuore, correre verso quell'uomo e dirgli: « Per favore, signore, mi porti con sé! ». Ma dovevo pensare a Jeanie, e a null'altro. Quando mi si avvicinò di piú, mi voltai e corsi via per la paura che mi prendesse e mi impedisse di trovare Jeanie; e cosí mi addentrai nel bosco. Dopo essermi un po' allontanato, mi fermai trattenendo il respiro, non volevo rischiare che mi sentisse. L'auto si rimise in marcia e riuscii a scorgere tra gli alberi la luce rossa dei suoi fanalini. Quando ci si trova in mezzo a un bosco, gli alberi non sono cosí fitti come appaiono visti dall'esterno; ero in una situazione abbastanza spiacevole, ma non tanto brutta come fossi in una giungla o qualcosa di simile, come si legge nei libri. Pochi minuti dopo successe qualcosa di strano: le chiome degli alberi si fecero rosse, come si stessero incendiando. A poco a poco il rosso si smorzò e d'improvviso si trasformò in bianco. Mi resi conto, allora, che era la luce della luna piena. Da un lato, stavo meglio di prima perché potevo vedere con chiarezza dove camminavo; dall'altro, stavo peggio perché vedevo una infinità di strane ombre che non vedevo, prima, quand'ero circondato dal nero. Adesso vedevo troppo... Mi addentrai nel bosco sapendo che non avrei piú visto la strada, ma ero troppo spaventato per preoccuparmene. Di tanto in tanto mi sembrava di scorgere qualcosa e mi mettevo a correre... nella direzione opposta. In una di queste fughe inciampai in una cosa che brillava alla luce della luna; ciò che vidi accelerò i battiti del mio cuore. Per terra c'era la cassettina nella quale Jeanie portava a scuola il suo pranzo. Aveva certo pensato di riportarla indietro piena di lecca-lecca. Ebbi allora la certezza che Jeanie, giunta a quel punto, s'era rifiutata di andare avanti. Indubbiamente, l'uomo aveva chiacchierato lungo tutta la strada per distrarla e perché non si rendesse conto che si stavano addentrando nel bosco, sempre piú lontano. Ma qui Jeanie aveva capito che qualcosa non andava. Oltre alla cassettina, trovai altre cose: dovetti faticare un po', ma trovai due pezzi di gesso che qualcuno aveva calpestato e s'erano rotti. Trovai anche il nastro che Jeanie portava legato intorno alla vita; il laccio era rotto, come le si fosse impigliato in qualcosa mentre cercava di scappare. « Oh, Jeanie,--pensai,--non ti avrà mica ammazzato! » Un po' piú avanti del buio in cui mi trovavo, scorsi un posto illuminato dalla luce della luna; corsi in quella direzione, stringendo tra le mani le cose di Jeanie. Quando vi giunsi, seppi che quello era il luogo. Non vedevo nulla né sentivo nulla che me lo indicasse, ma lo seppi; sembrava che quel posto mi stesse aspettando. Era un posto piú spazioso del precedente, e nel mezzo c'era una vecchia casa in stato d'abbandono; le finestre erano senza vetri e sembrava disabitata da molto. Forse, un tempo, era stata una cascina; dietro aveva alberi grandi, e davanti era nascosta da alberi piccoli. Alla luce della luna, il vecchio edificio sembrava dirmi: « Vieni, piccolo, avvicinati », per potermi poi divorare. Feci un giro evitando gli alberi; occhi misteriosi sembravano guardarmi dalle nere bocche delle finestre, aspettando che mi avvicinassi. Infine mi decisi, e mi avvicinai al posto sul quale la casa proiettava la sua ombra; lí, la luce della luna non mi poteva tradire. Mi avvicinai a una delle finestre per ascoltare; non potevo sentir nulla, tanto il cuore mi batteva. Con un filo di voce sussurrai: -- Jeanie, sei qui? Restai quasi secco dopo aver parlato, ma non sentii nulla. Non osavo raggiungere la porta principale perché la luce della luna ci batteva su in pieno; e poi il portico era scuro come la bocca di un lupo. Senza pensarci troppo, mi arrampicai su una finestra cercando di non far rumore; a dire il vero sono molto bravo a scalare pareti. Una volta dentro, non riuscii a vedere assolutamente nulla. Mi sembrava che l'edificio fosse come in attesa; però nulla si mosse né ci fu alcun rumore. A cavalcioni sulla finestra, tirai un sassolino per vedere che cosa succedeva, ma non successe nulla e mi decisi a entrare in quella stanza, o quel che era. Mi aspettavo che una mano mi afferrasse, ma non successe nulla; a poco a poco vidi che la luce della luna illuminava la facciata della casa: mi fece da guida. Passai attraverso un buco nel quale una volta c'era stata una porta, e mi trovai in una specie di atrio molto illuminato dall'apertura della porta e dal lucernario che c'era nel tetto; di fianco vidi una scala sgangherata che si perdeva nell'oscurità. Armandomi di coraggio, misi la mano sulla colonnina della ringhiera; salii lentamente, fermandomi su ogni gradino. Scricchiolavano, e a un certo punto sembrò che quella maledetta casa dovesse crollare, ma non successe nulla e nessuno comparve; avevo la lingua fuori dalla paura. La casa era sempre in attesa. Quando arrivai in cima, trovai, da una parte, una ~orta chiusa; almeno c'era una porta; la spinsi per aprir~a. Mi dicevo che, se dietro c'era qualcuno, mi doveva aver già sentito da un pezzo. Facevo queste riflessioni per tranquillizzarmi . (Magari non ci fosse stato nessuno. ) Infine guardai dentro. La stanza avrebbe dovuto essere illuminata dalla luce della luna, ma aveva le persiane abbassate sulle finestre senza vetri. Piccoli raggi filtravano dalle persiane. Mi azzardai a sussurrare: --Jeanie, sei lí?--Feci questa domanda una volta per stanza; nell'ultima, qualcuno tossí in risposta. Mi tappai la bocca con la mano per non gridare. Sudavo come fosse estate, anche se eravamo in pieno inverno. Divenni di colpo di ghiaccio, sentendo di nuovo la tosse. Sembrava la tosse di un bambino piccolo e, radunando il poco coraggio che mi rimaneva, mi poggiai alla porta per trattenere la voglia di scappar giú per le scale. Pensandoci bene, mi sembrava però piú una richiesta di aiuto. Per terra c'era un mucchio di immondizie, o chissà cosa; chiamai di nuovo un po' piú forte: --Jeanie!--Nel colmo della mia disperazione, i fagotti, o quel che fosse, ch'erano per terra, cominciarono a muoversi. Mi sembrava che da quel mucchio sbucassero topi... o vipere. Mi sostenni saldamente alla porta per non stramazzare al suolo. Ciò che sbucò da quel mucchio erano due piedi; due piedi piccoli. Uno era nero, perché c'era infilata una calza; l'altro era bianco, e senza calza. La paura mi passò di colpo, perché sapevo. Pur nella semioscurità potevo vedere la blusa; aveva tossito per ché aveva un bavaglio. Corsi un gran rischio e accesi un fiammifero; avrei potuto alzare la persiana, ma per farlo avrei perduto piú tempo. La luce del fiammifero ci mostrò che nella stanza non c'era nessuno, tranne noi. Gli occhi di Jeanie brillavano, ma avevano le occhiaie dal tanto piangere. Guardai bene il nodo del bavaglio e poi spensi il fiammifero; avevo bisogno delle due mani per disfare il nodo. Mi andò piuttosto bene, perché sono abile in questo genere di cose. Jeanie aveva le mani legate dietro la schiena e i piedi strettamente immobilizzati; le mie mani erano troppo piccole per questo lavoro, mi sembrava passassero secoli mentre lo finivo, e a ogni istante avevo il presentimento che due mani si impadronissero del mio collo. Passandole un braccio intorno alla schiena, l'aiutai ad alzarsi. Jeanie pianse ancora un poco, forse perché ci aveva fatto l'abitudine. -- Dove è andato?--le chiesi. Tra singhiozzo e singhiozzo le uscí un filino di voce. --N-on ... so,--mi rispose alla fine. -- E molto che non lo vedi? --Da quando è comparsa la l-u-n-a. -- E uscito dalla casa? - Mi è sembrato di sentire i suoi passi, fuori. - Forse se ne è andato per sèmpre,--dissi speran zoso. --No... Ha detto che andava a scavare una fossa e... che poi sarebbe tornato... per... -- Per che cosa? -- Per ammazzarmi con quel coltello. Mi ha strappato un capello e ha provato il coltello davanti a me, per vedere se era ben affilato. Guardammo entrambi dietro a noi, invasi da un terrore inimmaginabile. --Usciamo di qui. Puoi camminare? --dissi a un tratto. --Ho le gambe addormentate,--disse Jeanie. Mentre si alzava, una gamba le si piegò e io la sostenni perché non cadesse. -- Appoggiati a me,--la esortai. Uscimmo dalla stanza e poi scendemmo le scale giungendo fino all'atrio illuminato dalla luna. Se fossimo riusciti a cavarcela! Camminammo il piú silenziosamente possibile. La circolazione del sangue nelle gambe di Jeanie si stava ri stabilendo a poco a poco, cosí che andavamo avanti con sempre maggior facilità. --Non far rumore, può darsi che ci stia aspettando, --la avvertii. D'improvviso successe ciò che temevo. Uno scoppio che sembrava lo sparo di un revolver ci paralizzò. La tavola sulla quale stavamo in piedi si piegò spezzandosi in due. Il peggio fu che uno dei miei piedi rimase imt)risJionato. e non riuscivo a liberarlo. Lavorammo come un reggimento, Jean1e e 1o, per tlrar fuori il mio piede dal ceppo in cui era rimasto intrappolato; era incastrato in modo tale che non potevo tirarlo fuori neppure togliendomi la scarpa. Alla fine rinunciammo e ci sedemmo sul penultimo scalino rassegnandoci alla nostra sorte e... aspettando. --Jeanie, vattene,--io le dicevo.--Vattene finché puoi, se segui la strada alla luce della luna... Jeanie mi si attaccava come fosse di colla e mi diceva: --No, no! Non me ne vado senza di te. Se devi restar qui, ci resterò anch'io. Non sarebbe giusto. Restammo un po' senza parlare, ascoltando... ascoltando con tutta la nostra attenzione. Di tanto in tanto cercavamo di farci coraggio dicendo cose che sapevamo non vere. --Forse non tornerà finché non farà giorno, e per allora qualcuno ci avrà trovato. Ma chi poteva arrivare, in una casa abbandonata in mezzo al bosco? Lui solo ne conosceva l'esistenza. -- Forse non tornerà piú. Ma se non pensava di tornare, non si sarebbe preso la briga di legarla in quel modo; lo sapevamo benissimo entrambi. -- Perché credi l'abbia fatto? Io non gli ho mai fatto niente di male,--disse Jeanie una volta. Mi ricordai qualcosa che avevo sentito dire da mio padre in occasione della scomparsa di Millie Adams. -- E un « latiaco » fuggito, o qualcosa di simile. --A te hanno fatto- qualcosa?--chiese Jeanie. Io sapevo soltanto che molto tempo dopo l'avevano trovata in un bosco sotto un mucchio di giornali vecchi. Ma non si poteva raccontare questo a una bambina come Jeanie. -- Credo che a scuola ti prenderanno in giro molto, dopo,--le dissi in tono scherzoso. -- Lui non faceva -altro che bere da una bottiglia e cantare in modo stonato; dopo mi ha mostrato com'era affilato íl coltello, e per farlo mi ha tagliato un ricciolo e se lo è arrotolato intorno a un dito. Sentimmo dei passi sulla ghiaia fuori della casa, e ci abbracciammo tanto forte da sembrare una sola persona. -- Fai in fretta, scappa!--le dissi all'orecchio. Jeanie era tanto spaventata che non poté parlare; scosse soltanto la testa. Trascorse un istante di completo silenzio e ci parlammo sottovoce . -- Forse è stato qualcosa ch'è caduto dagli alberi... --Magari rimane fuori... Vedemmo l'ombra entrambi e nello stesso tempo; la luce della luna lo illuminava in pieno, e sembrava che fosse fermo sulla porta davanti, in ascolto. All'inizio non si mosse; vedevo con grande chiarezza le sue spalle e la sua testa. Ci stringemmo contro la parete, cercando di rimanere nell'ombra; ma il mio piede non usciva dall'incomoda po sizione e la blusa di Jeaníe era molto bianca. L'ombra cominciò a muoversi e ad avvicinarsi; si allargava come una macchia d'inchiostro sulla carta assorbente. Alla fine mi sembrò lunghissima, come avesse i trampoli. Adesso era nell'atrio, lui, non la sua ombra. --Nascondi la faccia contro la mia spalla, non guar 1 13 darlo, cosí forse non ci vede--le dissi, la bocca controil suo orecchio. Io guardavo attraverso i capelli di Jeanie. Il pavimento scricchiolò un poco, e ciò mi fece capire che l'uomo cominciava a camminare..., e forse a salire la scala. Sembrava un gatto, tanto furtivi erano i suoi movimenti. Non ci aveva ancora visto, perché veniva dal chiarore della luna. Si stava avvicinando a noi passo a passo. Jeanie voleva girare la testa, ma io gliela immobilizzai. D'un tratto, l'uomo si fermò e rimase immobile. Certo aveva visto la blusa di Jeanie. Udimmo uno schiocco, e una luce giallastra ci illuminò; non era molto brillante, ma sufficiente perché ci vedesse. Avevo ragione; era l'uomo che si fermava sotto la tenda. Ma a che cosa mi serviva adesso? Quelle braccia lunghe, quegli occhi sporgenti! Il tipo sorrise e disse: -- Cosí, mentre sono stato via è arrivato un ragazzino? E non siete riusciti a scappare...! Ah, ah!,--l'individuo salí un altro gradino.--Non mi piacciono i bambini, ma già che si è preso la briga di venire, dovrò fare la fossa un po' piú grande. Io volevo togliere il piede da quella scomoda posizione e, nello stesso tempo, allontanarmi il piú possibile da quel mostro. Accanto a me, Jeanie sembrava un agnellino. Facendo uno sforzo, trovai la voce per dire: -- Se ne vada, ci lasci soli! Esca! L'uomo si avvicinò ancor piú e stava già chinandosi su di noi quando gridai: -- Papà! Vieni subito! Papà! -- Sí, chiama il tuo paparino!--disse allungando una delle sue lunghe braccia come per afferrare la blusa di Jeanie.--Chiama il tuo paparino. Ti troverà tagliato a pezzi; gli manderò un pezzo del tuo orecchio per posta. Io non sapevo piú quel che facevo. Cominciai a colpire l'uomo con la gamba libera, mentre tenevo Jeanie tra le braccia. Il mio piede lo raggiunse allo stomaco. Non se l'aspettava. Lanciò una esclamazione: -- Uff! Il match continuò: la scala scricchiolava con rumori che somigliavano a fuochi d'artificio o a una bordata di cannoni. Lui scivolò e cadde rotolando per la scala, sollevando una nuvola di polvere. Quando, infine, riuscii a veder qualcosa, mi accorsi che mancava un bel tratto di scala, anche se non tanto da non poterlo scavalcare; la ringhiera penzolava, e la cosa piú bella era che il mio piede era finalmente libero. L'uomo giaceva ai piedi di quella che era stata una scala, ma non sembrava ferito gravemente, perché stava già cercando di levarsi a sedere. Con furia cercò qualcosa nelle tasche, e in una mano gli comparve qualcosa che brillava. --Presto, Jeanie, il mio piede è libero!--le gridai, e entrambi fuggimmo via, adoperando mani e piedi. Ci infilammo nella stanza in cui si trovava prima Jeanie e chiudemmo la porta. L'uomo doveva salire lentamente perché la scala non crollasse, cosí avemmo il tempo di cercare delle cose pesanti con cui puntellare la porta; per sfortuna non c'era niente cke pesasse molto: trovammo soltanto due casse vuote. Non potevamo saltare dalla finestra perché era molto alta e Jeanie si sarebbe fatta male; io stesso mi sarei rotto un braccio nel tentativo. Per di piú, per allora l'uomo sarebbe già arrivato di sopra. Prendemmo le due casse vuote, le mettemmo una sull'altra e ci appoggiammo contro di loro per far peso. Potevamo sentire l'uomo salire cautamente, mentre imprecava e ci malediceva. Dopo qualche istante, potemmo sentire lo strofinio dei suoi vestiti contro la sottile parete che ci divideva. Giunto di sopra scoppiò in una risata agghiacciante e cominciò a spingere la porta che un poco cedette; ma noi la puntellavamo con tutte le nostre forze. Le diede un altro spintone, e questa volta non riuscim mo a chiuderla del tutto; sentivo già il suo respiro, tantoci era vicino. --Non dovremmo pregare?--mi chiese Jeanie. -- Sí--le risposi, mentre continuavo a spingere. Jeanie cominciò a pregare sulla mia spalla. -- Se morissi prima di svegliarmi, prego Dio che... L'uomo spinse piú forte, e stavolta si poteva dire che la porta si fosse aperta quasi del tutto; io non ce la facevo piú. Una delle braccia di quel mostro passò attraverso l'apertura, come per raggiungerci. -- Prega piú forte! Oh, Jeanie. prega perché ti sentano! Non ce la faccio piú...! La voce di Jeanie si alzò in un grido. -- Se io morissi prima di svegliarmi...! Con l'ultimo spintone venne la fine. Rotolammo al suolo, Jeanie, io, le casse, la porta... Ciò ci diede un momento di respiro, perché l'uomo andò a finire al centro della stanza e perse qualche attimo prima di rialzarsi. Io gli lanciai contro una delle casse, e Jeanie e io ci allontanammo l'uno dall'altra; lui la inseguí brandendo il coltello. Stavo andando verso l'atrio, ma mi dovetti fermare. Jeanie s'era sbagliata e l'uomo l'aveva intrappolata. La sola cosa che la poveretta faceva era correre da una parte all'altra davanti alla finestra; il tipo saltava da un posto all'altro con il coltello in mano. Jeanie e io gridavamo come pazzi; quella casa, poco prima tanto tranquilla, adesso pareva un manicomio. Afferrai una delle casse e gliela lanciai contro con tutte le mie forze; lo colpí alla nuca e per un momento rimase come intontito. Ma la cassa era vuota, e non pesava molto. Si voltò verso di me, furioso. --Tra un minuto mi occuperò di te!--mi gridò. E roteò le braccia cercando d'acchiapparmi come fosse un moscerino. Con il dorso della mano riuscí a darmi un colpo in testa, e per il colpo sbattei contro la parete. Mentre scivolavo a terra, vidi una cometa con una coda lunghissima. L'ultima cosa che riuscii a vedere fu l'uomo che copriva la testa di Jeanie con uno dei sacchi che avevamo visto prima. La cometa si fece sempre piú brillante finché parve frantumarsi e moltiplicarsi, ma questa volta le vedevo attraverso l'apertura della porta; poi vidi degli uomini che portavano lanterne come quelle che adopera mio padre, e mi parve anche che fosse lui, uno di loro. Ma no, era impossibile; era tutto frutto della vertigine. Caddi addormentato sperando di svegliarmí in tempo per salvare Jeame. Quando mi svegliai, mi sembrò di ondeggiare tra il suolo e il soffitto; e lo stesso faceva Jeanie. Mi pareva che stessimo galleggiando nell'aria. Pensai che eravamo morti e ci eravamo trasformati in angeli. La realtà era diversa. Un uomo portava Jeanie tra le braccia, e un altro portava me. --Attento alle scale,--disse uno di loro. Nessuno di quelli che erano arrivati era mio padre; d'un tratto lo vidi: gesticolava con un coltello in mano, mentre uno che era con lui cercava di trattenerlo. Mio padre diceva: -- Peccato che non sia arrivato prima! Difficilmente lo avrei lasciato vivo! Senza testimoni...! Ci portarono subito dal medico, Jeanie e io, non appena giungemmo in città; disse che stavamo bene, ma che, per un certo periodo, avremmo avuto degli incubi. Mi chiesi come sapesse in precedenza che tipo di sogni avremmo fatto. Quando tornammo a casa domandai a mio padre: -- Ho fatto male? Come mi sono comportato? Mio padre si tolse il distintivo e me lo appuntò sul pigiama. -- Sembri un agente--disse per tutta risposta. Ah! Quasi mi scordo di una cosa: a Jeanie non piacciono piú i lecca-lecca. Ellery Queen Nella casa delle tenebre Ellery Queen è lo pseudonimo collettivo degli scritto tori americani Frederic Dannay e Manfred B. Lee, cugini di primo grado, nati entrambi a Brooklyn nel 1905. Lee è morto nel 1971, Dannay nel 1982. Autori di circa una cinquantina di volumi di narrativa poliziesca (la loro collaborazione data a partire dal 1928)~ devono la fama soprattutto all'investigatore dilettante, di professione scritto tore di romanzi gialli, che porta lo stesso nome scelto dai suoi ideatori come pseudonimo. Dal 1941 i loro testi sono apparsi sulla rivista Ellery Queen Mistery Magazine. Tra i romanzi piú famosi ricordiamo: The Roman Hat Mistery, 1929 (La poltrona n. 30); Tbe Chinese Orange Mistery, 1934 (Un delitto alla rovescia); The De~il to Pay, 1938 (Hollywood in subbuglio). Titolo originale: The Adventure of the House of Darkness Traduzione di M. Polillo, in Ellery Queen non sbaglia, Milano, Mondadori, 1979 --E questa--proclamò monsieur Dieudonné Duval con un deprecatorio fremito dei suoi mustacchi--è la riprova che il mondo è ancora popolato di anime candide. Certo, non dovrei essere io a dirlo. Ma guardi lei stesso. Non sembra, come si dice... una stia di polli? Ellery Queen s'asciugò la nuca e sedette su una panchina sul bordo dello stretto budello che percorreva il parco dei divertimenti.--Davvero--sospirò--una stia di polli impazziti, mio caro Duval. Condivido interamente il suo entusiasmo letterario... Djuna, per amor di Dio: stattene quieto un momentino. -- Il sole nel pomeriggio inoltrato lanciava un calore insoppòrtabile, e da parecchio tempo ormai la candida camicia s'era incollata alla pelle per il gran sudare. -- Andiamo avanti?--disse Djuna speranzoso. --No, stiamo qui--brontolò Queen, incrociando le stanche gambe. Era tutta l'estate che prometteva a Djuna di portarlo al lunapark, ma non aveva fatto i conti con le sue tossine. Sotto l'ala protettiva di monsieur Dieudonné --genio della scenografia e uno dei mille pittoreschi ami-ci di Queen--aveva già gustato le etiche delizie dei lunapark Paese della Gioia durante due sfibranti ore che avevano seriamente intaccato la sua riserva d'energia. Djuna. naturalmente, merito dell'eccitazione, o della gioia, o della sua infaticabile gioventú, era ancora fresco come la brezza cke soffiava dal mare. --Lo troverà di un divertimento che non le dico,-- disse il focoso monsieur Duval, mettendo in mostra i suoi candidi denti.--E il mio chef-d'ceuvre, al Paese della Gioia.--Il Paese della Gioia era una novità assoluta per la zona: un parco di divertimenti modello, meticolosamente organizzato, che offriva un'infinita varietà di ingegnosi passatempi e di divertimenti meccanici, per la maggior parte escogitati da Duval; non c'era niente del genere, su tutta la Costa Atlantica.--La Casa delle Tenebre!... Quella sí, caro mio, che è una trovata! --Dev'essere una cannonata--s'affrettò a dire Djuna, guardando Ellery. --Che espressione inadeguata, Djuna--bofonchiò Queen, asciugandosi ancora i rivoli di sudore sulla nuca. La Casa delle Tenebre, che sorgeva proprio davanti a loro, dall'altra parte della strada, non appariva gran che divertente, per un posato gentiluomo dai gusti piattamente cattolici. Era un cocktail di Gasa ~lel terrore e di tunnel dell'amore. Una fantasia degenerata aveva immaginato le sue assurde pareti ed i cadenti soffitti. Secondo Ellery--ma naturalmente aveva avuto abbastanza tatto da non farlo notare al suo ospite--ricordava da vicino un vecchio film tedesco, Il gabtnetto del dottor Caligari. Sporgeva, rientrava, le sue pareti s'avviticchiavano fantasticamente, spalancava false finestre e balconi decrepiti sempre sul punto di crollare. Niente era normale o decente. Un grosso, tozzo rettangolo, di cui tre lati s'affacciavano su uno spiazzo trasformato in vicolo da incubo epilettico, col selciato sconnesso e stanchi lampioni che s'afflosciavano sino a terra; il quarto lato era occupato dalla biglietteria e da una lunga cancellata attraverso la quale si accedeva all'interno. La stradina serviva unicamente a creare l'atmosfera: il vero spavento, pensò Ellery, cominciava al di là di quelle macabre pareti surrealistiche. --Alors--disse monsieur Duval tirandosi in piedi --mi è permesso di scusarmi un attimo? Torno subito. Poi vi~siteremo... Pardon!--Piegò in un inchino il suo smilzo corpicino e schizzò in direzione della biglietteria; di fianco al botteghino, un giovanotto vestito con l'uniforme del lunapark stava arringando un gruppetto di persone. Queen sospirò e chiuse gli occhi. Il lunapark non era mai molto affollato, ma quel torrido pomeriggio d'estate era quasi deserto: i potenziali visitatori gli avevano preferito le gioie della spiaggia e di un buon bagno di mare. Gli altoparlanti, mimetizzati un po' dappertutto tra i baracconi, rovesciavano musica da ballo nei viali quasi deserti. --Che ridicolo--disse Djuna, divorando un enorme sacchetto di popcorn. --Eh?--disse Ellery, aprendo l'occhio appannato. --Chissà dov'è che va. Ha una fretta da matti. --Chi?--Ellery aprí anche l'altro occhio e seguí la direzione dello sguardo di Djuna. Un uomo dal corpo massiccio e dai capelli grigi avanzava quasi a passo di corsa per il viale. In testa aveva un cappello stazzonato, era vestito di nero, e grossi goccioloni di sudore gli striavano la faccia. Nel suo atteggiamento c'era qualcosa di selvaggiamente deciso. --Ah!--mormorò Ellery con un gesto di sconforto. --A volte mi chiedo dov'è che certa gente prenda tutta quell'energia. --Ma non è ridicolo?--insistette Djuna con la boc ca piena. --Sí, probabilmente lo è--disse Ellery sonnacchioso, e chiudendo di nuovo gLi occhi.--Hai messo il dito nella piaga, mio caro. Non ci avevo mai pensato, prima, ma davvero un uomo anziano che traversa di corsa un parco di baracconi in un pomeriggio d'estate è una cosa ridicola. Forse, Djuna, è il Coniglio Bianco! D'altra parte, il genus lunaparki, con tutti gli ordini similari, sono una famiglia di camminatori nati. Bene, bene, che appassionante problema!--Sbadigliò. --Dev'essere scemo--disse Djuna. --No, no, figlio mio, questa è la conclusione di un pensatore abulico. Se vogliamo giungere a conclusioni esatte, bisogna innanzitutto considerare che il nostro messer Coniglio non è venuto al lunapark per tuffarsi nelle delizie dei baracconi. Mi segui? IL lunapark è quindi per lui un semplice mezzo per raggiungere un suo scopo. Messer Coniglio--nota il taglio dei suoi abiti, si tratta d'un roditore d'alto bordo--è estraneo al lunapark. Tutto questo, per lui, è come se non esistesse. Passa accanto all'Inferno dantesco e al Dragone volante, alle bancherelle del popcorn e a quelle del torrone senza curarsi di loro, come se fosse cieco, o esse invisibili... La diagnosi? Un appuntamento, direi, con una signora. E il gentiluomo è in ritardo. Quod erat demonstrandum... Ed ora, per amor del cielo, ingozzati col tuo granoturco pietrificato. e lasciami in pace. --E finito--disse Djuna, guardando con aria meditabonda il sacchetto vuoto. --Eccomi qui--gridò una voce dal forte accento francese, Ellery represse un lamento vedendo monsieur Duval che avanzava, inesorabile come la morte, verso di loro.--Vogliamo proseguire, amici miei? Ho promesso di farvi divertire come... Ouf!--Monsieur Duval soffiò e traballò. Ellery balzò in piedi, in allarme. Ma era soltanto l'omaccione dal cappello stazzonato che aveva urtato il mingherlino francese e l'aveva quasi raso al suolo: lo sconosciuto mormorò qualche parola che voleva essere di scusa, e ripartí a razzo. -- Cochon --disse piano monsieur Duval, gli occhietti lucidi di rabbia. Poi si strinse nelle esili spalle e guardò l'uomo. l --A quanto sembra--disse asciutto Ellery --il nostro Coniglio Bianco non ha saputo resistere al fascino del suo chef-d'oeuvre, Duval. Vedo che s'è fermato ad ascoltare le maliose blandizie del suo imbonitore. --Coniglio Bianco, -- ripeté il francese, senza capire.--Ma certo, è un cliente! E il cliente ha sempre ragione, non è vero? And~iamo, amici miei. L'omaccione s'era fermato di scatto e s'era infilato nel gruppo, per ascoltare il gallonato cicerone. Ellery sospirò, s'alzò dalla panchína, e tutti e tre s'incamminarono per il viale. Il giovanotto stava dicendo in tono confidenziale: --Signore e signori, voi non potrete dire di aver visitato il Paese della Gioia se non siete entrati nella Casa delle Tenebre. Mai è stato presentato un padiglione cosí emozionante. Un'esperienza nuova, diversa. Niente del genere in nessun altro lunapark del mondo! Emozioni, paura, terrore... Una ragazza alta, slanciata, davanti a loro rise e disse al vecchio che la teneva a braccetto:--Oh, papà, proviamo a entrare. Dev'essere divertente. --Ellery vide la testa bianca, coronata di una paglietta, assentire, e la donna Si fece strada nel gruppo dirigendosi al botteghino. Il vecchio si tenne attaccato al suo braccio. La sua andatura era stranamente rigida, e camminando strascicava leggermente i piedi. La ragazza acquistò due biglietti, e sparí col vecchio nel padiglione. -- La Casa delle Tenebre -- declamava il giovane oratore in tono drammatico-- mantiene... quel che il suo nome... promette. Non un solo lumicino in tutto il padiglione ! Dovete orientarvi affidandovi al vostro istinto! E se l'istinto non funziona... lah! ah! Buio come in fondo al pozzo. Vedo che quel signore con l'abito marrone è un po' spaventato. Non abbia paura. Abbiamo preso le nostre precauzioni perché anche i deboli di cuore... --Non preoccuparti, fratello--tuonò un indignato vocione da basso tra la folla. Il debole di cuore cui si era rivolto l'imbonitore era un fusto di negro, vestito in marrone secondo l'ultima moda, con una paglietta che brillava come di luce propria contro l'ebano della sua pelle. Aveva accanto una graziosa ragazza di colore che non faceva altro che ridere. --Vieni, dolcezza, facciamogli vedere chi siamo noi ! Due biglietti qui, signore! -- E la coppietta seguí la ragazza e il padre di prima nei recessi della terrificante dimora. -- Potrete vagare ore e ore senza riuscire a tornare all'aperto--continuava il giovanotto sulle ali dell'entusiasmo.--Ma se sarete troppo terrorizzati per continuare a cercare la strada giusta, di tanto in tanto lungo il percorso vedrete delle frecce verdi: seguitele, e troverete una porticina, dalla porticina entrerete in un corridoio che gira intorno intorno al padiglione, e seguendo il corridoio vi troverete--ehm--nella stanza dei fantasmi, dove c'è l'uscita. Ma, attenzione, non passate da queste porticine di emergenza a meno che non siate ben decisi a uscire, perché le porte si aprono solo da una parte -- ah, ah! -- quella che dà sull'uscita, e buonanotte al divertimento. Non potrete piú rientrare nella Casa delle Tenebre. Ma nessuno ricorre alla scorciatoia. Tutti si divertono un mondo seguendo le frecce rosse... Un tale con un gran barbone nero, un basco afflosciato sul cocuzzolo del capo, una cravatta a farfalla e una di quelle cassette piatte di legno che usano i pittori, acquistò un biglietto ed entrò nel padiglione. Passando sotto lo sguardo curioso della gente in attesa davanti al padiglione, le sue guance s'imporporarono. --Che idea è mai questa?--chiese Ellery. -- Le frecce? --Monsieur Duval sorrise con l'aria di scusarsi. --Una concessione ai vecchi, agli infermi e agli apprensivi. E davvero una cosa da far gelare il sangue nelle vene, il mio capolavoro, signor Queen, e di conseguenza...--Si strinse nelle spalle.--Ho progettato un passaggio che permette di uscire dal padiglione in qualsiasi momento. Non ci fosse questo espediente, come dice il mio giovane collaboratore, uno potrebbe vagare per ore e ore senza riuscire a trovare l'uscita. Le frecce rosse e verdi sono fosforescenti, ma non fanno luce e non disturbano l'oscurità. Il giovanotto proseguí: --Se seguite le frecce rosse, non è tuttavia detto che andiate verso l'uscita. Alcuni trovano la strada giusta, altri no. Ma ad ogni modo... Dopo molte eccitanti avventure lungo il vostro peregrinare... Ed ora, signore e signori, per il prezzo di... --Andiamo,--disse deciso Djuna, conquistato dalla facondia dell'imbonitore.--Dev'essere divertente da morire. --Da morire--disse Ellery cupo, mentre la gente s'avviavia verso il botteghino o andava a curiosare intorno agli altri padiglioni. Monsieur Duval sorrise deliziato e con un grazioso inchino porse due biglietti. --Vi attenderò qui,--annunciò.--Sono curiosissimo di conoscere le vostre impressioni sulla mia piccola maison des ténèbres. Che Dio vi assista -- concluse con una risatina. Ellery grugní, mentre Djuna scattava in avanti attraverso la cancellata e verso l'ingresso, che s'apriva obliquamente in un angolo. Un usciere strappò i biglietti e solennemente accennò col pollice di sopra la spalla. La luce del giorno languiva su una scala che precipitava nel sottosuolo. -- Nella cripta, eh? -- borbottò El lery. -- Ah, la « stanza dei fantasmi » che diceva il giovanotto. Dieudonné, con che gioia ti strangolerei! Si trovarono in una stanzetta stretta e lunga, col soffitto a volta come una cantina e debolmente illuminata da lampadine velate da ragnatele artificiali. La stanza sapeva di muffa, le paretli erano scrostate e lunghe crepe correvano sui muri. Il genio tutelare del luogo era un cortese scheletro che prese il cappello di Ellery, gli diede in cambio un dischetto d'ottone, e pose il cappello in uno degli scompartimenti di una lunga colombaia. La maggior parte degli scomparti era vuota, ma Ellery scorse in uno la cassetta del pittore, e in un altro la paglietta del vecchio con la figlia. Il rito aveva qualcosa di macabro, e Djuna rabbrividí pregustando gli imminenti orrori. Una grata di ferro divideva la stanza in due parti, ed Ellery pensò che i visitatori evidentemente emergevano dalle tenebre dall'altra parte della cancellata, riscattavano le loro proprietà attraverso un'apertura nella grata, e tornavano nella benedetta luce del giorno per un'altra scala che si apriva sul lato destro del padiglione. -- Vieni, su-- ripeté l'impaziente Djuna. --Dio, che tartaruga sei. Qui sta l'ingresso.--E corse a una porta sghimbescia con un cartello: Entrata. D'un tratto si fermò e attese Ellery che stava perdendo tempo nella saletta.--L'ho visto--sussurrò. -- Eh? Chi? -- Lui. Il Coniglio. Ellery sobbalzò.--Dove? --E appena entrato qui, -- i suoi chiari occhi di ragazzo si fecero sospettosi. --Dici che il suo appuntamento l'ha qui dentro? --Un posto piuttosto originale per un appuntamento, devo ammettere--mormorò Ellery, guardando con disgusto la porta sghimbescia. -- Ma la logica... E poi, Djuna, non è cosa che ci riguardi. Affrontiamo da uomini questa condanna e facciamola finita nel piú breve tempo possibile. Vado io per primo. --No, io voglio andare per primo. --Dovrai passare sul mio cadavere. Ho promesso a papà di riportarti a casa--ehm--vivo. Attaccati alla mia giacchetta e non lasciarla mai. Andiamo. Quel che seguí è storia. Il clan dei Queen, come l'ispet 28 tore Queen faceva spesso notare, è formato solo da eroi.Tuttavia, nonostante che Ellery sia sicuramente di razza pura e appartenga al ramo diretto, non passò molto che brancolava già nel buio, tremando e, disperato, nella ricerca della strada giusta, desiderando di tutto cuore di trovarsi distante mille anni luce da quel buco maledetto. Un luogo satanico. Dall'istante stesso in ~. ~ schiarono attraverso la porta sghimbescia e rotolarono per una scala dai gradini retrattili per cadere su qualcosa di viscido che sibilando sfuggí rapido da loro, conobbero tutti i tormenti dei danna,i. Non c'era modo di orientarsi: erano nelle piú impenetrabili, fitte, scoraggianti tenebre in cui Ellery avesse mai avuto la sfortuna di imbattersi. Tutto quel che potevano fare.era di tentare di procedere lentamente, tastando il terreno con la punta del piede, passo dietro passo, e sperare nella provvidenza. Letteralmente, non ci si vedeva a un centimetro dalla punta del naso. Andarono a sbattere contro pareti che reagivano con una spiacevole scossa elettrica. Urtarono contro mucchi d'ossa e scheletri. Una volta seguirono una freccina rossa che però non aveva punta, e trovarono un buco nella parete abbastanza grande da lasciar passare un uomo, carponi. Ma non erano minimamente preparati a quello che li attendeva dall'altra parte del cunicolo: un pavimento che precariamente s'inclinava sotto il loro peso e rovesciandosi d'un tratto li fece scivolare contro l'altra parete della stanza -- se di stanza si trattava--e attraverso una botola li depositò con un salto d'un mezzo metro su un pavimento imbottito... Poi ci fu l'incidente della scala sulla quale si continua a salire senza mai arrivare alla fine (dato che si tratta di una scala mobile che si muove in senso inverso); il soffitto che si abbassa schiacciando l'incauto visitatore; il labirinto largo appena per lasciar passare un uomo e cosí basso da costringere uno gnomo a camminare a testa bassa; la grata dalla quale escono soffi d'aria gelida che ghiacciano le gambe; la stanza del terremoto, e altre delizie del genere. E, a completamento del tutto, gli altoparlanti diffondevano un concerto di brontolii, scricchioli, catene strascicate, fischi, esplosioni, spari, urla, da far morire d'invidia un compositore di musica concreta. --Che bello, eh? -- gracchiò debolmente Ellery, atterrando sul fondo della schiena dopo essere scivolato su qualcosa di viscido. Poi fece alcune irriferibili considerazioni su monsieur Dieudonné Duval, e finalmente chiese:--Dove siamo adesso? --Ragazzi, se è buio! --disse in tono soddisfatto Djuna, afferrando il braccio di Ellery.--Non si vede un accidente. Ellery grugní e riprese ad avanzare a tentoni.--Promettente davvero.--Le sue dita incontrarono una superficie di vetro, un pannello stretto, ma piú alto di lui. Lungo i bordi c'erano delle screpolature, il che indicava che il pannello doveva essere una porta, o una finestra. Ma per quanto cercasse, non riuscí a trovare la maniglia. Aprí il temperino che portava sempre in tasca e cominciò a raschiare il vetro, che evidentemente doveva essere stato coperto di una vernice opaca. Ma dopo aver lavorato sodo per alcuni minuti, era riuscito soltanto a far filtrare un'esilissima striscia di luce. --Non va, -- disse sconsolato. -- Questa è una finestra, e la luce indica che deve aprirsi su un balcone o qualcosa di simile, probabilmente sopra il cortile. Bisognerà trovare... --Ouch! --strillò Djuna dietro di lui. Si sentí il rumore di una scivolata, e quindi un tonfo. Ellery si voltò di scatto. --Perdio, Djuna, che t'è successo ? La voce del ragazzo giunse vicina, nell'oscurità. Stavo cercando come uscire e... sono scivolato su qualcosa e sono caduto. --Oh,--Ellery sospirò di sollievo.--Dallo strillo che hai cacciato, credevo che avessi visto Belzebú in persona. Bene, tirati su. Non è il primo ruzzolone che fai in questo maledetto buco. --Ma... è bagnato--piagnucolò Djuna. --Bagnato?--Ellery avanzò a tentoni in direzione della voce e trovò la mano tremante di Djuna.--Dove? --Sul... pavimento. Mi è scappata dentro una mano quando sono scivolato. ~... bagnato, e attaccaticcio, e caldo. --Bagnato, attaccaticcio e cal... -- Ellery lasciò la mano del ragazzo e si frugò in tasca per trovare la pic-- cola pila tascabile. Mentre l'accendeva, ebbe la netta sensazione che stava per fare una drammatica scoperta. C'era qualcosa di irreale, eppure di definito, in quella tenebra. Djuna ansimava e gli si teneva stretto... Era una porta, abbastanza normale, con appena un tantino di cubismo, con l'architrave piuttosto basso e una piccola maniglia. La porta era chiusa. Qualcosa di vischioso, color rosso scuro, filtrava da sotto la porta e si allargava in una grande macchia nella stanza in cui Si trovavano. --Fammi vedere la mano--disse Ellery con voce priva d'espressione. Djuna, gli occhi sbarrati, tese la mano stretta a pugno. Ellery la spalancò e guardò il palmo. Era rosso. Lo portò al naso e l'odorò. Poi tolse di tasca un fazzoletto e con gesti meccanici ripulí la mano di Djuna.--Bene. Non sa di vernice, vero Djuna? E non credo proprio che Duval si lasci trascinare dall'entusiasmo al punto di gettare roba simile sul pavimento del suo baraccone. -- Patlava a voce bassa, a mezza strada tra il pavimento bagnato e l'orrore che cominciava a dipingersi sul volto di Djuna.--E adesso, ragazzo, vediamo un po' di aprire questa porta. Spinse. La porta si aprí un poco, e poi si bloccò. Ellery strinse le labbra e spinse con tutta la forza. C'era qualcosa che ostruiva la porta. Qualcosa di grosso e pesante. Ma poco per volta cedeva, centimetro per cen timetro... Ellery si piazzò deliberamente in modo da impedirea Djuna di vedere cosa ci fosse nell'altra stanza, e col piccolo fascio di luce della pila esplorò il nuovo locale. Era una stanza ottagonale, perfettamente vuota. Solo otto pareti, un pavimento e un soffitto. Oltre alla porta dalla quale lui si affacciava, c'erano altre due porte. Su una c'era una freccia verde, sull'altra una freccia rossa. Ed erano entrambe chiuse... Poi spostò il fascio di luce lungo il pavimento e fino alla porta, per vedere cosa l'ostruisse. Il fascio di luce incontrò una forma indefinita scura, grande, immobile. Una figura piegata in due, come un coltello da tasca, appoggiata alla porta. Il fascio di luce si fermò su quattro fori nerastri in mezzo alla schiena, quattro fori dai quali scendevano quattro rivoli di sangue che avevano inzuppato i vestiti e avevano fatto una grossa macchia sul pavimento. Ellery borbottò qualcosa a Djuna e s'inginocchiò. Sollevò il capo del cadavere. Era il grosso Coniglio Bianco. Quando si alzò, Queen era pallido come uno straccio e stranamente assorto. Fece lentamente ondeggiare il fascio di luce sul pavimento. Una striscia rossa conduceva dal cadavere a un punto quasi al centro della stanza. Ai piedi della parete opposta c'era una pistola a canna corta. Nella stanza si avvertiva ancora, pesante, l'odore della polvere da sparo. -- E... è...--sussurò Djuna. Ellery afferrò un braccio del cadavere e lo trascinò nella stanza in cui essi 9i trovavano. La pila illuminò la finestra dalla quale aveva pochi minuti prima raschiato un po' di vernice. Diede un calcio deciso, ed il vetro volò in pezzi mentre la luce del giorno irrompeva nella stanza. Ellery allargò la breccia in modo da poterci infilare la testa, e si trovò su uno dei fantastici balconcini che si affacciavano sulla corte interna della Casa delle Tenebre. Sotto c'era una piccola folla, richiamata dal fragore dei vetri che andavano in frantumi. Scorse la smilza figura di monsieur Duval accanto al botteghino, che parlava animatamente con un uomo in cachi, uno dei poliziotti privati del lunapark. -- Duval,--gridò.--Chi è uscito dal baraccone? -- Eh ? -- Al francese, dalla sorpresa, era andata di traverso la saliva. -- Da quando sono entrato io. Svelto, uomo, non restare lí a boccheggiare. --Chi è uscito? -- Monsieur Duval si bagnò le labbra, e guardò Queen con occhietti spaventati.--Ma nessuno è uscito, Queen... Che succede? Ah... la sua testa... il sole... -- Bene! --urlò Ellery.--Allora, si aggira ancora in questo balordo labirinto. Guardia, telefoni subito alla polizia. E non lasci uscire nessuno. Arresti tutti quanti, a mano a mano che escono dal baraccone. Qui dentro, è stato assassinato un uomo! Il biglietto, scritto to da una calligrafia chiaramente femminile, diceva: « Caro Anse, devo assolutamente vederti. E importante. Troviamoci al solito posto, al lunapark, domenica pomeriggio, alle tre, nella Casa delle Tenebre. Starò attenta, nessuno mi vedrà. Specie questa volta. Lui ha dei sospetti. Non so cosa devo fare. Ti amo, ti amo! ! ! --Madge ». Il capitano Ziegler, della polizia della contea, fece cantare le nocche a mitraglia e abbaiò: --E questo è il saldo, Queen. L'ho pescato proprio nelle sue tasche. Ora, chi è Madge, e chi diavolo è quel bel tipo dei sospetti? Il maritino, lo do a cento. La stanza era ora fantasticamente illuminata da una dozzina di pile i cui fasci di luce si intersecavano in una trama non meno bizzarra dell'intero padiglione, con la grossa lanterna cieca retta da un poliziotto sopra il cadavere a fare da punto focale a quelle lucciole impazzite. Sei persone erano allineate contro una delle ot~ pareti: cinque guardavano fisso, come affascinate, la macchia del cadavere contro la porta, al centro dei raggi di luce. La sesta--il vecchio dai capelli bianchi, sempre a braccetto della ragazza alta e slanciata--guardava fisso davanti a sé. --Hmm,--disse EllerY; diede una rapida occhiata ai sei fermati.--E sicuro che non c'è nessun altro in tutto il baraccone, capitano Ziegler? -- Tutti qua. Il signor Duval ka tappato tutti i buchi del macinino. Ci ha fatto lui da guida, abbiamo guardato in tutti i buchi. Nessun altro. E visto che nessuno ha potuto svignarsela da 'sta trappola di matti, l'assassino dev'essere uno di quei sei.--Il poliziotto li guardò con aria drammatica; tutti abbassarono lo sguardo, tranne il vecchio. -- Duval,--mormorò Ellery. Monsieur Duval sussultò; era pallido piú del cadavere.--Non c'è qualche sistema « segreto » per sgattaiolare di qua senza essere visti ? -- Ah, no, no, Queen. Se vuole, posso portarle una piantina, mostrarle... --Non importa. --La... stanza dello scheletro è la sola via d'uscita-- balbettò Duval.--Ah, che questo dovesse succedere a... Ellery disse in tono pacato a una donna molto elegante che si appoggiava sconvolta alla parete:--Lei è Madge, vero? -- Ricordava ora che quella donna era l'unica tra le sei persone fermate che egli non avesse visto nel gruppetto che ascoltava le perorazioni dell'imbonitore. Doveva essere entrata nella Casa delle Tenebre prima di tutti gli altri. Gli altri cinque erano, precisamente, la ragazza alta col vecchio padre, l'uomo dalla barba con la cravatta a farfalla, l'atletico negro e la sua graziosa amichetta mulatta.--Vuole darmi le sue generalità complete? -- Io... non sono Madge -- sospirò la donna, tremando. I suoi occhi tragici erano sottolineati da grosse borse violacee. Aveva a occhio e croce un trentacinque anni, e qualche anno prima doveva essere stata una gran bella donna. Ellery ebbe la curiosa impressione che l'avesse invecchiata e imbruttita non l'età, ma la paurá. --Questo è il dottor Hardy--disse d'improvviso la ragazza alta con voce chioccia. E s'aggrappò al braccio del padre come se già si fosse pentita di aver parlato. -- Chi?--s'affrettò a chiedere il capitano Ziegler. -- Il.. morto. Il dottor Anselm Hardy, lo specialista d'oculistica. Di New York City. -- Ha ragione--disse l'ometto quieto che stava inginocchiato accanto al cadavere. Porse qualcosa al poliziotto.--Ho trovato un suo biglietto da visita. -- Grazie, dottore. E lei come si chiama, signorina? --Nora Reis,--la ragazza alta rabbrividí.--E questo è mio padre, Matthew Reis. Noi non sappiamo nulla di questa... orribile faccenda. Siamo venuti per caso al lunapark. Se avessimo saputo... --Nora, mia cara--disse in tono gentile il padre; ma non mosse né gli occhi né la testa. --Cosí, voi due conoscete il morto, eh? --L'antipatica faccia di Ziegler esprimeva pesanti sospetti. -- Se lei permette, --disse Matthew Reis. La sua voce aveva una morbida intonazione musicale.--Io e mia figlia conoscevamo il dottor Hardy esclusivamente per la sua posizione professionale. Una circostanza facilmen te documentabile, capitano Ziegler. Sono stato in cura dalui per oltre un anno. E mi ha operato agli occhi.--Uno spasimo di dolore contrasse il suo volto di cera.--Cataratta, disse... -- Hmm,--disse Ziegler.--Era.. -- Sono completamente cieco. Ci fu un lungo silenzio. Ellery scosse il capo con impazienza, irato con se stesso per non aver capito subito la cosa. Avrebbe dovuto accorgersene. La chiara dipendenza del vecchio nei confronti della figlia, il suo sguardo fisso, il vago sorriso, l'andatura strascicata... -- E questo dottor Hardy è il responsabile della sua cecità, signor Reis?--chiese d'improvviso. -- Non ho detto niente di simile, -- mormorò il vecchio.--~ stata senza dubbio la mano di Dio. Lui ha fatto quello che poteva. Sono cieco ormai da due anni. -- Lei sapeva che il dottor Hardy si trovava in questo posto oggi? -- No. In questi due anni, non ci siamo mai incontrati. --Dove eravate voi due, quando la polizia vi ha fermati ? Matthew Reis si strinse nelle spalle.--Non so dove, piú avanti. Prossimi all'uscita, credo. -- E voi?--chiese Ellery alla coppia di negri. -- I-io, mi chiamo, -- balbettò il negro, -- Juju Jones, signore. Pugile, pugile professionista. Peso leggero, signore. Io non so niente di 'sto dottore, signore. Io e Jesse ci siamo divertiti un mondo in una stanza che andava e rotolava da tutte le parti, signore. Noi... --Amore--l'interruppe la mulatta, aggrappandosi al suo braccio. -- E lei, che ci dice?--chiese Ellery al barbuto. L'uomo alzò le spalle alla maniera dei francesi.--Che le dico io? Questo è arabo per me. Sono stato tutto il giorno sulle rocce del Capo, ho fatto un paio di marine e un paesaggio. Sono un pittore: James Oliver Adams, per servirla, -- c'era qualcosa di aggressivo nel suo atteggiamento. --Troverà la mia cassetta e le tele al guardaroba di sotto. Non conosco questo morto, e volesse il cielo che non mi fossi mai lasciato tentare da questo casino d'un baraccone. --Casi...--farfugliò monsieur Duval, furioso.--Ma l~i sa di cosa parla?--gridò, avvicinandosi al barbuto. --Io sono Dieudonné Du... -- Via, via, Duval, -- disse Ellery conciliante. -- Non abbiamo alcuna intenzione di far da testimoni in un alterco a causa di pur nobili divergenze artistiche; non ora, a ogni modo. Dove si trovava lei, signor Adams, quando la polizia bloccò il giochetto? -- Piú avanti,--l'uomo aveva una strana voce gutturale, come se avesse qualche disturbo alle corde vocali. --Stavo cercando di uscire da questo posto infernale. M'era venuto il mal di stomaco. Io... -- Vero, -- intervenne il capitano Ziegler. -- Ho trovato io 'sto uccellino. Bestemmiava come un turco dando testate da tutte le parti nel buio. Lo vedo e mi dice: « Come diavolo si fa a uscire? Quel tale là fuori ha detto che bisognava soltanto seguire le frecce verdi: sarei disposto ad andare non so dove, ma mai piú in questo buco spaventoso ». Ma perché aveva tanta fretta di andarsene, signor Adams? Cosa sa lei di questa faccenda? Avanti, sputi quello che sa. L'artista non nascose il suo disgusto, e rifiutò di parlare. Si strinse di nuovo nelle spalle e si appoggiò alla parete con aria rassegnata. -- Secondo me, -- disse Ellery, scrutando i volti dei s~i contro la parete,--la prima mossa sarà di tro vare quel tale che « ha dei sospetti », come dice la lettera di Madge. Bene, Madge, s'è decisa a parlare? E da sciocchi questa ostinazione. Cose del genere non possono restare segrete. Prima o poi... La signora elegante s'inumidí le labbra; sembrava sul punto di svenire.--Credo che lei abbia ragione. Prima o poi, si saprebbe la verità,--disse con voce appena percettibile.--Parlerò. Sí, mi ckiamo Madge... Madge Clarke. Ha ragione. Ho scritto to io quel biglietto al... dottor Hardy.--Poi la sua voce s'alzò in tono appassionato.--Ma non l'ho scritto to di mia spontanea volontà. Lui mi ha obbligata. Era una trappola. Io lo sapevo. Ma non potevo... --Chi l'ha obbligata?--tuonò il capitano Ziegler. --Mio marito. Il dottor Hardy e io eravamo amici... sí amici, semplicemente. Mio marito dapprincipio non s'accorse di nulla. Poi... scoprí tutto. Deve averci pedinati... molte volte. Noi.. c'incontravamo qui. Mio marito è molto geloso. Mi obbligò a scrivere quel biglietto. Ha minacciato di... uccidermi se non lo scrivevo. Ora, non m'importa piú di nulla. Arrestatelo. E un assassino! -- Nascose la faccia tra le mani e scoppiò in singhiozzi. Il capitano Ziegler disse rudemente:--Signora Clarke. --La donna lo guardò, e poi il suo sguardo s'abbassò alla pistola che il poliziotto teneva in mano.--Questa pistola appartiene a suo marito? La donna rabbrividí.--No. Lui ha una pistola, ma la canna è piú lunga. E... un buon tiratore. --Deve averla comperata a un banco di pegni-- borbottò Ziegler, infilandosi la pistola in tasca; poi accennò cupamente a Ellery. -- E lei è venuta qui, signora Clarke,--disse Ellery gentilmente,--nonostante le minacce di suo marito? -- Sí. Sí. Non potevo starmene in casa mentre... L'avrei avvisato... --Una decisione molto coraggiosa. Suo marito... l'ha visto al lunapark, tra la folla? --No. Ma deve essere stato Tom. Me lo disse, che avrebbe ucciso Anse. --E ha incontrato il dottor Hardy? La donna rabbrividí.--No. Non riuscii a trovarlo... --Ha incontrato suo marito nel padiglione? --No. -- E allora, dove è? --disse Ellery secco. --Non può mica essere svanito in una nuvola di fumo. L'epoca dei miracoli è ormai finita... Crede che potrà ricavare indicazioni utili dalla pistola, capitano Ziegler? -- Proverò,--Ziegler si strinse nelle spalle.--Il nome del fabbricante è stato limato via. Ed è una vecchia pistola. Non ci sono impronte. Una faccenda piuttosto difficile. Ellery sbuffò con stizza, e si girò a guardare l'ometto che stava accanto al cadavere. Djuna, a due passi da lui, tratteneva il respiro. D'improvviso disse:--Duval, non c'è modo di illuminare questa stanza? Monsieur Duval sussultò, ancor piú pallido nella luce delle lampade tascabili che incrociavano le loro luci sul suo volto.--Non esiste una sola presa elettrica in tutto il padiglione. Eccetto che per la stanza dello scheletro. -- E le frecce? Sono visibili, nel buio. -- Sí, ma perché sono dipinte con una vernice fosforescente. Sono desolato di questo... --Naturale che sia desolato: raramente un delitto è occasione d'ilarità. Lei che ne dice, capitano? --Non lo so. A volte mi pare d'avere a portata di mano l'assassino, e il momento dopo m'accorgo d'essere in alto mare. Non so come abbia fatto a scapparci, ma questo Clarke è l'assassino. Lo troveremo e lo faremo cantare. Ha fatto secco il dottore dal punto dove lei ha trovato la pistola--Ellery aggrottò le ciglia, pensoso-- poi ha trascinato il corpo contro la porta della stanza precedente in modo da avere il tempo di uscire dal padiglione. La striscia di sangue è eloquente. I colpi non si sono sentiti a causa del rumore infernale che c'è in questo posto dannato. L'assassino doveva saperlo, e anche questo faceva parte del suo piano. -- Hmm. Tutto chiaro, tranne la sparizione di Clarke... se è stato Clarke.--Ellery si mordicchiava un'unghia, pensando a quanto gli aveva detto Ziegler. C'era una cosa che non quadrava... -- Ah, il dottore ha finito. Allora? dottore? L'ometto quieto si tirò ritto in piedi nella luce della lanterna cieca. I sei contro la parete erano incredibilmente immobili.--Abbastanza semplice. Quattro colpi in un'area di pochi centimetri. Due hanno trapassato il cuore. Un buon tiratore, signor Queen. Ellery era serissimo, scuro in volto. --Un buon tiratore,--ripeté.--Sí, davvero un buon tiratore, dottore. Da quanto tempo è morto? --Circa un'ora. E morto istantaneamente, ad ogni modo. --Vale a dire -- mormorò Ellery -- che è stato ucciso pochi minuti prima che io trovassi il cadavere. Il suo corpo era ancora caldo. Guardò con attenzione il volto rossastro del morto. --Ma lei sbaglia, capitano Ziegler, sulla posizione dell'assassino al momento dell'uccisione. Non poteva essere cosí distante dal dottor Hardy. Al contrario, da quel che mi pare di capire, doveva essere VlCiniSSimO al dottor Hardy. Lei ha trovato delle bruciature sul corpo e sui vestiti del morto, vero dottore? Il dottore lo guardò stupito. --Bruciature? No. Ed è naturale. Nessuna bruciatura. Il capitano Ziegler ha ragione. Ellery disse con voce acuta: -- Niente bruciature? Ma è impossibile! Ne è sicuro? Devono esserci delle bruciature ! Il dottore e il capitano Ziegler si guardarono l'un l'altro. -- In qualità di esperto in queste cose, signor Queen --disse gelido il medico-- sono in grado di assicurarle nel piú formale dei modi che la vittima è stata uccisa da quattro colpi di pistola esplosi da una distanza dai tre ai quattro metri. Forse anche di piú. Il volto di Ellery subí una straordinaria metamorfosi. Aprí la bocca per parlare, la richiuse, diede un'altra occhiata in giro, poi ficcò una mano in tasca, trasse una sigaretta, l'accese e cominciò pacatamente a fumare.--Tre o quattro metri. E niente bruciature,--disse, a bassa voce tra sé e sé.--Bene, bene. Davvero sorprendente. Una lezione d'illogicità che interesserebbe persino il professor Dewey. Non riesco a crederlo. Non è possibile, non è possibile. Il dottore lo guardò con ostilità.--Mi reputo uomo abbastanza intelligente, signor Queen, ma secondo me, lei sta dicendo un sacco di sciocchezze. --Che le gira in testa?--chiese il capitano Ziegler. --Ma non capite? --Quindi, cambiando discorso, disse:--Vediamo un po' cosa aveva in tasca. Il poliziotto accennò col capo a un mucchietto di oggetti sul pavimento. Ellery si accucciò, senza badare alla curiosità di tutti quelli che si trovavano nella stanza. Quando si alzò, sembrava ancor piú irritato. Non aveva trovato quello che cercava, quello che la logica gli aveva detto che avrebbe trovato. Non c'era neppure una scatola di fiammiferi, una sigaretta, un accendisigari. E nemmeno un orologio: Ellery esaminò anche il polso del morto per vedere se c'erano tracce del braccialetto di un orologio. S'aggirò per la stanza, lo sguardo fisso al suolo, guardando dappertutto con moltissima attenzione. Il fascio di luce della sua pila frugava in ogni angolo della stanza. -- Ma abbiamo già rastrellato questa stanza!--esplose il capitano Ziegler. -- In nome del cielo, cosa sta cercando, Queen ? -- Qualcosa-- mormorò cupo Ellery-- che deve assolutamente esserci, se c'è ancora un grammo di logica in questo mondo. Mi faccia vedere cosa hanno trovato i suoi uomini nelle altre stanze, capitano. --Ma non hanno trovato niente. --Non dico cose che possano attirare l'attenzione ~,. un poliziotto come evidentemente importanti. Anche le cose trascurabili: un pezzetto di carta, una scheggia di legno, qualsiasi cosa. Un uomo dalle spalle immense disse rispettosamente: --Ho guardato io stesso, signor Queen. Tutto pulito come uno specchio. -- S'il t!ous platt -- disse nervosamente monsieur Duval--di questo la responsabilità è nostra, in buona fede, naturalmente. Abbiamo installato un complesso sistema di ventilatori e aspiravolperi che eliminano istantaneamente qualsiasi sporcizia e mantengono la maison des ténèbres in un perenne stato di immacolata nitidezza. --Aspirapolveri! --esclamò Ellery--Le gioie del progresso... E possibile! E questo impianto funziona in continuazione, Duval? --No, mio caro. Solo di notte, quando la Casa delle Tenebre è deserta e--come dire?--inoperante. Ma ecco perché i suoi gendarmes non hanno trovato nulla, neppure la polvere. --Toccato,--mormorò divertito Ellery: ma i suoi occhi restavano seri.--L'impianto non funziona di giorno. E cosi siamo al punto di partenza. Capitano, perdoni la mia insistenza: ma è sicuro che è stato cercato dappertutto? Anche nella stanza dello scheletro? Qualcuno avrebbe potuto... La faccia del capitano Ziegler non prometteva nulla di buono.--Non riesco proprio a capirla. Quante volte glielo devo dire? L'agente di guardia al guardaroba ha detto che nessuno è uscito e nessuno è entrato dal momento in cui è stato scoperto il cadavere. Ma che va cercando ? --Bene, allora-- sospirò Ellery -- non mi resta che chiederle di perquisire i sei fermati, capitano.--E c'era una nota di disperazione nella sua voce. L'espressione accigliata di Ellery Queen, quando terminò di esaminare gli oggetti che i sei sospettati avevano indosso, avrebbe meritato di essere eternata in una pittura. Aveva compiuto il suo lavoro con la massima accuratezza, senza badare al coro di proteste dei fermati, specialmente da parte dell'artista, Adams, e della signorina Reis. Ma non era riuscito a trovare quello che assolutamente avrebbe dovuto esserci. Si sollevò dalla posizione accucciata e con un gesto indicò che gli oggetti potevano essere restituiti ai loro legittimi proprietari. --Parbleu!--gridò improvvisamente monsieur Duval.--Non so cosa lei stia cercando, amico mio, ma è possibile che sia stato messo in tasca a uno di noi, a nostra insaputa, n'est-ce pas? Se è qualcosa di pericoloso, forse... Ellery alzò lo sguardo con un barlume d'interesse.-- Ottima idea, Duval. Non ci avevo pensato. --Vediamo subito -- disse monsieur Duval tutto eccitato, e rovesciando il contenuto delle sue tasche--se il cervello di Duval è capace... Voici! Vuole dare un'occhiata, Queen? Ellery guardò il mucchietto di roba un attimo.--Colpo a vuoto. Grazie lo stesso, Duval. -- Cominciò a frugarsi in tasca. Djuna annunciò con orgoglio:--Io ho tutto quel che dovevo avere: a me, non m'ha fregato niente nessuno. --Allora, signor Queen?--disse impaziente Ziegler. Ellery gli fece cenno con la mano.--Sto arrivandoci, capitano... Abbia pazienza.--Rimase immobile, lo sguar do perso in lontananza.--Un momento. C'è ancora una possibilità...--Senza alcuna spiegazione, spinse la porta sormontata dalla freccia verde, e si trovò in uno stretto corridoio, buio come le altre stanze. Lo ispezionò alla luce della torcia elettrica. Poi corse in fondo al corridoio, e cominciò una minuziosa ispezione, centimetro per centimetro, con estremo accanimento, come se la sua stessa vita dipendesse dall'esito delle sue ricerche. Per due volte dovette svoltare ad angolo retto, e infine si trovò di fronte ad una porta con un cartello: Uscita. Spinse la porta, e uscí nella debole luce della stanza del10 scheletro. Un poliziotto vedendolo si toccò il berretto in segno di saluto; lo scheletro di servizio appariva spaventato. --Nemmeno una goccia di cera, o qualche scheggia di vetro, o un fiammifero usato -- borbottò. D'un tratto, un'idea gli attraversò il cervello.--Agente, vuole aprirmi la porta? Il poliziotto aprí una porticina nella grata di ferro, ed Ellery entrò nell'altro settore della stanza. Si avviò deciso alla colombaia dove i sei fermati, ed egli stesso, avevano depositato gli oggetti piú ingombranti e i cappelli, prima di scendere nelle tenebre del baraccone. Ispezionò minuziosamente tutti gli oggetti. Quando arrivò alla cassetta del pittore, l'aprí; diede un'occhiata ai tubetti di colore, ai pennelli, alla spatola, e a tre piccole tele --un paesaggio e due marine--dipinte nella piú scolastica e piatta delle maniere, e la richiuse... Camminò su e giú per la stanza, sempre accigliato. I minuti passavano. La Casa delle Tenebre era silenziosa, quasi in ossequio al suo imprevisto cadere. Il poliziotto dava segni d'impazienza. D'un tratto, Ellery si fermò, e l'espressione si fece piú serena, addirittura sorridente... -- Sí, sí, deve essere cosí,--mormorò.--Come ho fatto a non pensarci subito? Agente! Porti questa roba nella stanza del delitto. Questa piccola tavola la porto io personalmente. Ora che abbiamo l'equipaggiamento completo, improvviseremo una rappresentazione molto emozionante. Ellery bussò alla porta della stanza ottagonale, e venne ad aprirgli lo stesso capitano Ziegler. -- E tornato? --l'investí il poliziotto. -- Stavamo giusto per andarcene. Ne ho le scatole... -- Ancora qualche minuto, prego,--disse calmo Ellery, risospingendo il poliziotto nella stanza del delitto. --Devo fare un piccolo discorso. -- Un discorso! --Un discorso intessuto di sottigliezze e di astuzia, mio caro capitano. Duval, quanto sto per dire delizierà il suo esprit gaulois. Signore e signori, vogliate restare ai vostri posti, prego. Cosí va bene, agente: posi tutto sul tavolo. Ed ora, signori, se volete essere cosí gentili da dirigere la luce delle vostre pile su di me e sulla tavola. . daremo inizio alla nostra dimostrazione. La stanza era silenziosissima. La salma del dottór Hardy era stata messa in una cesta di vimini e coperta con uno straccio. Ellery, al centro della stanza, illuminato dai fasci convergenti di tutte le pile, sembrava un idolo indiano in un tempio. Appoggiò una mano sulla tavola e giocherellò con gli oggetti dei fermati.--Alors, mesdames et messieurs, cominciamo. Inizieremo col rilevare la straordinaria circostanza che la scena del delitto è notevole soprattutto per una sua caratteristica: il buio. Ora, ciò è alquanto fuori della normalità. Questa è proprio in senso letterale una casa delle tenebre. Un uomo è stato ucciso in una delle sue stanze. Nella casa--oltre, naturalmente, alLa vittima, a me stesso ed al mio sospiroso aiutante -- troviamo sei persone che presumibilmente dovevano essere dedite ad assaporare le delizie della satanica creazione di monsieur Duval. Nessuno, dal momento in cui fu commesso il delitto, è uscito da questo luogo attraverso l'unica possibile uscita, se dobbiamo credere alla parola del costruttore di questo edificio, il summenzionato monsieur Duval. Ne consegue inevitabilmente, quindi, che l'assassino del dottor Hardy è una di queste persone. Nel buio ci fu un movimento, si udí un sospiro uscire da piú gole, che però si spense subito. -- Osserviamo ora--continuò Ellery assorto--come il fato arricchisca di romantiche complicazioni questo caso. Il cast di questa tragedia delle tenebre include almeno tre personaggi che possiedono qualcosa in comune con la tenebra. Mi riferisco al signor Reis, che è cieco; ed al signor Juju Jones e alla sua amica che sono negri. Non è significativo questo? Non vi dice niente? Juju Jones si lamentò: -- Io sono innocente, signor Queen. Ellery proseguí: --Inoltre, il signor Reis avrebbe un possibile movente: la vittima gli curò gli occhi, e in seguito a questa cura il signor Reis divenne cieco. E la signora Clarke ci propone un marito geloso. Due moventi, dunque. Sin qui, tutti d'accordo... Ma tutto questo non ci offre alcuna indicazione determinante per la soluzione del delitto stesso. --Bene--chiese Ziegler in tono garbato--e allora, cos'è che deve darci la « indicazione determinante »? -- L'oscurità, capitano, l'oscurità, -- replicò Ellery con gentilezza quasi untuosa.--A quanto pare, io sono l'unico che sia rimasto impressionato da questa circostanza. --La voce s'alzò di qualche tono. --Questa stanaa è completamente buia. Non c'è elettricità, niente lampadine, niente gas, niente candele, niente lanterne, niente finestre, niente che possa far luce. Gi sono tre porte, che si aprono però su luoghi egualmente bui. Le frecce verde e rossa non diffondono alcuna luce, essendo semplicemente fosforescenti... Tuttavia, in questa stanza buia come l'inchiostro, qualcuno è stato capace da una distanza di tre o quattro metri di piazzare quattro pallottole in un'area di pochi centimetri nella schiena della sua invisibile vittima! Qualcuno inghiottí rumorosamente. Il capitano Ziegler bofonchiò:--Per... -- Come? --chiese pacato Ellery.--Quei quattro colpi sono troppo precisi per essere dovuti al caso. In principio ho sostenuto che dovevano esserci delle bruciature sul corpo del dottor Hardy perché ero convinto che l'assassino doveva essere vicinissimo alla vittima doveva toccarla, forse l'aveva persino immobilizzata, e quindi aveva poggiato la bocca della pistola alla schiena ed aveva fatto fuoco. Ma il dottore ha escluso questa ipotesl! Sembrava impossibile. In una stanza completamente buia,? A piú di tre metri di distanza? L'assassino non poteva aver ucciso il dottor Hardy semplicemente basandosi sul suo udito, dirigendosi al rumore dei passi della vittima: i colpi sono troppo precisi perché questa storia sia accettabile. Inoltre, il bersaglio si muoveva, anche se lentamente. Non riuscivò a capire come avesse fatto. La sola risposta logica era che l'assassino disponeva di una luce per vederci. Ma non c'era alcuna luce. Matthew Reis disse. compitamente: -- Molto intelligente. -- Piuttosto elementare, direi, signor Reis. Non c'era luce nella stanza... Ora, grazie al sistema di aspirapolveri di monsieur Duval, non c'è mai la minima sporcizia sul pavimento. Ciò significa che se avessimo trovato qualcosa, doveva per forza appartenere ad uno dei sei sospetti. Ma la polizia ha cercato minuziosamente e non ha trovato nulla di nulla. Io stesso ho rastrellato questa stanza, cercando una pila, un fiammifero, un cerino, una qualsiasi cosa che avesse potuto fornire all'assassino la luce per scorgere la sua viltima. Poiché avevo analizzato i fatti, sapevo cosa dovevo cercare. Ma non trovando nulla, non riuscivo proprio a capacitarmi. Ho esaminato anche il contenuto delle tasche dei sei sospetti: ma senza trovare alcuna indicazione. Un solo fiammifero avrebbe potuto aiutarmi, sebbene mi rendessi conto che era assai improbabile che l'assassino si fosse servito di un fiammifero: poiché il tranello in cui la vlttima è stata attirata era stato minutamente preparato in ogni particolare. L'assassino aveva fatto in modo di condurre la vittima nella Casa delle Tenebre. Aveva progettato di commettere qui il suo delitto. Senza dubbio, era già entrato qui prima, e aveva notato la totale assenza di ogni sorgente luminosa. In conseguenza, doveva aver predisposto un mezzo sicuro per scorgere la vittima. Difficilmente si sarebbe affidato al precario aiuto di un fiammifero: certo, avrebbe preferito una torcia elettrica. Ma non ho trovato nulla, nulla, neppure l'improbabile fiammif~ro. Se non era sulla sua persona. l'aveva forse gettato via? Ma dove? Non è stato trovato, né nelle stanze né nel corridoio di sicurezza. Ellery fece una breve pausa, inspirando una profonda boccata di fumo.--E cosí sono giunto alla conclusione che -- e fece dei cerchi di fumo -- la luce doveva emanare dalla vittima stessa. -- Ma no!--balbettò monsieur Duval.--Nessuno sarebbe cosí idiota... -- Senza saperlo, naturalmente. Ho osservato il fu dottor Hardy. Era vestito di scuro. Non portava alcun orologio, con o senza lancette fosforescenti. Non aveva né fiammiferi né accendisigari: evidentemente, non fumava. E non aveva neppure una pila. Niente che potesse spiegarmi come aveva potuto l'assassino mirare cosí bene. Voglio dire--mormorò--nulla, eccetto un'ultima possibilità. --Che... --Vorrei pregare i signori della polizia di spegnere la lanterna cieca e le loro torce. Un momento soltanto, prego. Per qualche attimo nessuno si mosse. Poi, i fasci di luce si spensero l'uno dopo l'altro, finché la stanza ripiombò nell'oscurità, come Ellery l'aveva trovata quando vi era penetrato la prima volta.--Restate ai vostri posti, prego,--disse cortesemente Ellery.--Nessuno si muova. Non si avvertiva il minimo rumore: solo il respirare veloce delle persone nella stanza. Il puntino di luce della sigaretta di Ellery si spense sul pavimento. Poi si sentí uno struscio e lo scatto di una molla. E davanti ai loro occhi stupiti, una macchia rettangolare di luce, non piú gran~e di una pedina da dama, appannata, madreperlacea, Si mosse attraverso la-stanza. Si muoveva in linea retta~ come un piccione diretto al suo nido, e poi un'altra macchia luminosa si staccò dalla prima e toccò qualcosa ed ecco!~ c'era una terza macchia di luce. -- Abbiamo cosí dimostrato--disse la voce fredda di Ellery--come la natura provveda ai suoi figli piú testardí. Fosforo, naturalrnente. Fosforo in vernice. Se, per esempio, l'assassino fosse riuscito a toccare la schiena della vittima prima che questa entrasse nella Casa delle Tenebre--magari approfittand~ degli inevitabili spintoni che ci si dà l'un l`altro quando c'è folla--si sarebbe assicurato abbastanza luce per commettere il suo delitto. In questo posto totalmente buio, non doveva far altro che cercare la traccia fosforescente. Poi quattro pallottole ben piazzate da una distanza di tre metri~ un'impresa per niente eccezionale per un buon tiratore, e i fori delle pallottole si mangiano la maggior parte della vernice: quel poco che resta, viene disciolto nel sangue che sgorga dalle ferite... e l'assassino può andarsene impuniito... Sí, sí, molto intelligente. No, non mi scappi! La terza macchia di luce s'era posta bruscamente in movimento: appariva, spariva, sempre piú vicina alla porta sormontata dalla freccia verde... Si sentí un colpo e un tonfo, e poi il rumore di una zuffa furiosa. Le luci esplosero in rapida successione, incrociandosi nel buio alla ricerca del punto dal quale veniva il rumore. I fasci di luce illuminarono una parte del pavimento e rivelarono Ellery avvinghiato a un uomo che lottava disperatamente in silenzio. Accanto a loro giaceva la cassetta del pittore, spalancata. Il capitano Ziegler con un balzo fu addosso all'uomo e gli diede un buon colpo in testa con lo sfollagente. L'uomo si rovesciò indietro con un lamento. Era il pittore, Adams. -- Ma come ha fatto a capire che era stato Adams --chiese il capitano Ziegler alcuni momenti dopo, quando nella stanza era stata ristabilita una parvenza d'ordine. Adams giaceva sul pavimento, ammanettato; gli altri s'erano raccolti in cerchio intorno all'assassino, alcuni con un'espressione di sollievo sul volto, altri ancora spaventati. -- Per una curiosa circostanza,--disse Ellery, ripulendosi gli abiti.--Djuna, smettila di palparmi! Sto benissimo!... E stato proprio lei, capitano, a fornirmi la chiave, quando mi disse che aveva trovato Adams che s'aggirava disperato nel buio e che si lamentava che voleva uscire ma non riusciva a trovare l'uscita. Disse che gli avevano detto che sarebbe bastato seguire le frecce verdi, ma quando aveva applicato questo consiglio, s'era trovato ancor piú impegolato nel labirinto. Ma com'era possibile questo, se avesse seguito le frecce verdi? Ogni porta sormontata dalla freccia verde si apre su uno stretto corridoio che conduce direttamente nella stanza dello scheletro, e quindi all'uscita. Di conseguenza, la verità era che egli non aveva seguito le frecce verdi. Poiché non c'era motivo che mentisse su questo particolare, bisognava necessariamente concludere che egli aveva creduto di seguire le frecce verdi, ma in effetti aveva seguito quelle rosse, che lo hanno portato sempre piú irrimediabilmente nel labirinto. --Ma come... -- Molto semplice. Daltonismo. Egli è affetto da quella disfunzione visiva, piuttosto comune, per cui uno non riesce a distinguere il verde dal rosso. Senza dubbio, egli non conosceva questo suo difetto: molti daltonici non sanno di esserlo. Lui era convinto che avrebbe potuto fuggire alla svelta, prima che fosse scoperto il cadavere, fondandosi su quanto avevo promesso l'imbonitore. Ma non è questo il punto piú importante. Il punto importante è che egli affermava di essere un pittore. Ora, è pressoché impossibile che un pittore sia daltonico. Il ~atto che si fosse cacciato da solo in trappola, confondendo le frecce verdi e quelle rosse, dimostra che egli non conosceva questo suo difetto. Ma ho esaminato il paesaggio e le due marine nella cassetta, ed i colori erano tutti perfettamente a posto. Capii, quindi, che non potevano essere stati dipinti da lui, che voleva farsi passare per quello che non era. Ma se cosí stavano le cose, egli diventava il piú sospetto tra tutti i fermati. Poi, quand~ unii a queste considerazioni le riflessioni sulla sorgente di luce, tutto divenne chiaro. Vernice fosforescente: cassetta del pittore. Ed era entrato nella Casa delle Tenebre proprio prima di Hardy... Il resto, è stato puro divertimento. Lui sapeva che non correva alcun rischio col fosforo, poiché chiunque avesse esaminato la cassetta, l'avrebbe fatto alla luce, e non avrebbe notato la presenza di vernice fosforescente. Il resto lo sapete. -- Allora mio marito...--cominciò la signora Clarke con voce strozzata, guardando l'assassino che non aveva ancora ripreso conoscenza. --Ma il movente, amico mio,--protestò monsieur Duval, asciugandosi la nuca.--Il movente! Un uomo non uccide per niente! Perché... -- Il movente? --Ellerv si strinse nelle spalle. -- Ma lei conosce già il motivo, Duval. Davvero, lei conosce...--Si fermò e d'improvviso s'inginocchiò accanto al barbuto. Le sue mani sfrecciarono--e si staccarono dall'uomo stringendo... una barba finta. La signora Clarke urlò ed indietreggiò.--Ha persino contraffatto la voce. Costui, temo, è il nostro evanescente signor Clarke! Eden Phillpotts Tre uomini morti Eden Phillpotts (1862-1960), nato in India da genitori inglesi, ma educato a Plymouth, cominciò la sua attività di scritto tore nel 1890, pubblicando piú di 150 opere tra poesia, narrativa, saggistica e teatro. Tra i suoi romanzi polizieschi ricordiamo The Grey Room, 1921 (La camera grigia); The Red Relmaynes, 1922; A Voice from ~he Dark, 1925 (Una voce nelle tenebre), sotto lo pseudonimo di Harrington Hext pubblicò The Thing at Their Heels, 1923. I suoi investigatori sono personaggi piuttosto convenzionali: stereotipi del giovane onesto e sviato nelle indagini dai buoni sentimenti, oppure dell'anziano e cinico capace però di risolvere tutti i casi. Titolo originale: Three Dead Men Traduzione di Alessandra Proietti Quando Michael Duveen, il capo dell'agenzia di investigazioni, mi chiese di andare nelle Indie occidentali per una missione speciale, ne fui piacevolmente sorpreso. Era la fine di gennaio e il tempo a Londra era orribile; la prospettiva di qualche settimana ai tropici era davvero allettante. --Mi offrono diecimila sterlíne-- spiegò Duveen --e se non ci fosse di mezzo una traversata di dieci giorni, ci andrei molto volentieri. Forse non le ho mai detto che nelle mie vene scorre qualche goccia di sangue africano e che ho sempre provato una certa simpatia per i negri. Ma il mare e io siamo nemici irriducibili e sono ormai troppo vecchio per riprendere questa nostra antica disputa. Ho già risposto che avrei mandato comunque una persona di mia assoluta fiducia e anche se da lontano, avrei seguito personalmente le indagini. Le mie condizioni sono state: se si risolve il caso mi a«ontenterò di cinquemila sterline, se invece non se ne viene a capo basterà che ci paghino le spese. Mi hanno risposto oggi con un telegramma; accettano le mie condizioni. La prego dunque di imbarcarsi il prossimo lunedí a Southampton, sul Don. ~ ~nr~ln -- Se riesce a risolvere questo caso sarà un grosso successo; è parecchio ingarbugliato e con gli elementi a disposizione non è possibile fare la minima ipotesi. Per il momento, però, non le voglio confondere le idee con questa massa di elementi; è meglio che lei parta con la mente sgombra; se le dessi l'intero fascicolo si farebbe delle idee preconcette, che ostacolerebbero la sua indagine ancor prima che inizi. Apparentemente si tratta di un crimine, con tre morti e nessun assassino; molto interessante ma al tempo stesso molto difficile; questa per il momento è soltanto un'impressione. Può darsi che lei lo risolva senza troppe difficaltà, altrimenti potrà fornirmi le informazioni necessarie perché io lo faccia direttamente dall'Inghilterra. E non è neanche da escludere che risulti un fallimento per entrambi. Ci vedremo ancora prima che lei parta; faccia comunque oggi stesso il suo biglietto per poter trovare una buona sistemazione a bordo. Quest'anno sembra che tutti abbiano deciso di andare nelle Indie occidentali. --Dove devo andare? --A Barbados. Dagli elementi che ho, il caso sembra limitato all'isola. E chiaro che, se servisse, lei potrà andare piú lontano. Le auguro buona fortuna; spero che le vada bene e sono sicuro della sua riuscita. Ringraziai quell'uomo straordinario e me ne andai pieno di orgoglio; era difficile che Duveen si lasciasse andare a fare complimenti. Non lodava mai nessuno ed esprimeva la sua soddisfazione solo sul piano del lavoro; sapevo bene che non mi aveva scelto per un'indagine che si prospettava molto importante, senza la convinzione che io sarei stato all'altezza della sua fama internazionale. Quindici giorni dopo mi ritrovai a passeggiare sul ponte deserto del Don. Potei contemplare lo spettacolo fascinoso della luce della luna e dell'aurora fuse insieme. Erano quasi le quattro e, guardando a oriente, vidi una sottile onda di luce rosata che tingeva il cielo, per poi cambiare in bianco purissimo e giallo oro pallido. La luna dominava nel cielo e le stelle splendevano; la falsa Croce del sud brillava radiosa, mentre quella vera scintillava lontano sulla linea dell'orizzonte. Improvvisamente la scena cambiò. Grandi fasci di abbagliante luce arancione Si a«esero a occidente; la~luna si fece piú pallida e svaní; le stelle si spensero ad una ad una e la Croce del sud fu inghiottita dall'aurora. Fino a quel momento Barbados era apparsa come un immenso mostro marino galleggiante tra la luce bianca e intensa di Ragged Point e il rosso di un faro su un promontorio piú lontano; ora con il sole cosí alto nel cielo, come si può vedere sc~ltanto ai tropici, l'isola si delineava in tutti i suoi dettagli, sotto quella luminosità sfolgorante. Vidi pianure coltivate, ondeggianti, sulle quali le enormi estensioni di canna da zucchero somigliavano a verdi campi di grano o di avena; scorsi i mulini a vento, le case sparse qua e là sulla scura terra coltivata, mentre, piú in basso, coronata di palme che si infittivano verso la costa, si estendeva Bridgetown, con il suo luminoso ammasso di case bianche sulle acque azzurre e le spiagge calcinate dal sole. La nave avanzo orgogliosa tra innumerevoli lance e imbarcazioni dai colori vivaci. Attraversò la baia di Carlisle; issò, per salutare una piccola corazzata, la bandiera rossa e sparò un colpo di cannone per annunciare il suo arrivo puntuale nel porto. Subito fummo circondati da una flotta di barconi con a bordo uomini di tutte le razze, dalla pelle color mo gano, o castana, o gialla e bianca; dietro di noi si am mucchiavano dozzine di imbarcazioni piú piccole in attesa di entrare nel porto. Il sole brillava; le gru della nave gemevano e cigolavano. I passeggeri correvano da una parte all'altra dei ponti per salutare, per radunare i bagagli, per lasciare la mancia ai camerieri prima di sbarcare. Al momento dello sbarco mi consegnarono un messaggio; subito dopo le mie valigie e il mio baule furono caricati su un'elegante lancia bianca con i cuscini rossi. A bordo c'era un signore dall'aspetto distinto; mi salutava affabilmente, mentre due negri remavano in direzione della costa; la faccia dell'uomo era bruciata dal sole dei tropici, ma gli occhi chiari, i capelli biondi e i lineamenti rivelavano le sue origini inglesi. Era alto, ben fatto, vestiva di nero, colore che in qualche modo nascondeva la sua reale corporatura e i suoi muscoli. Dimostrava quarantacinque anni; la vita a Barbados lo aveva invecchiato prima del tempo; piú tardi venni a sapere che non ne aveva piú di trentacinque. Amos Slanning, proprietario della Pelican, una delle industrie e delle piantagioni piú famose della zona, chiacchierava, mentre ci dirigevamo verso la costa. Nel corso della conversazione mi forní qualche elemento per introdurre la storia che poi mi avrebbe raccontato. --Barbados--disse--a differenza della maggior parte delle Indie occidentali, ha avuto una storia abbastanza pacifica. Una nave inglese ne prese possesso nel 1605 e da allora è rimasta in mani inglesi. Non c'è angolo in tutto l'impero piú leale di Bimshire, come noi chiamiamo l'isola. Il destino della mia famiglia è legato a questa terra fino dai tempi della rivoluzione inglese; fu allora che moltissimi realisti in disgrazia si rifugiarono qui, e, tra loro, gli Slanning. Quegli esuli stabilirono saldi principi monarchici che vigono tuttora, anche se noi spesso ingigantiamo il nostro ruolo nella storia dell'isola. I miei antenati si sono arricchiti di generazione in generazione e sono diventati grandi proprietari terrieri, con intere colonie di schiavi. Prima dell'emancipazione eravamo, di fatto, i coloni piú ricchi dei Caraibi e neanche quell'evento è riuscito a rovinarci, come è successo in molti altri casi. Davanti a lei sta l'ultimo degli Slanning delle Indie occidentali. Il tempo e le aircostanze hanno quasi estinto la nostra famiglia: mio fratello gemello, Henry, è stato assassinato da poco tempo. Anche se nulla può riportarlo in vita, io non morirò in pace se il mistero della sua morte non sarà risolto. Si interruppe e mi fece delle domande su Duveen (avevo con me delle lettere di Duveen per Mr. Slanning). Allora gli spiegai che, non potendo venire di persona a seguire il caso, mi aveva incaricato di raccogliere per lui il maggior numero possibile di elementi. Piú tardi andammo all'Ice House. Restammo seduti per mezz'ora ad un tavolo di quel famoso ristorante: mentre lui scorreva le lettere ebbi agio di osservare la vita nella città, dalla terrazza in ombra. Lí sotto si estendeva una strada di case bianche, con i tetti di legno che la luce del sole tingeva di argento. Le porte dei negozi si aprivano sul biancore accecante della strada impolverata, dove il continuo viavai della gente sollevava dal terreno una nube di caldo vapore. Chiassosi gruppi di passanti andavano e venivano spensierati. I piccoli tram che portavano a Benfield e Fontabelle e nelle altre periferie della città, passavano di continuo. C'erano carri trascinati da mule che trasportavano barili di zucchero e melassa nelle proprietà vicino alla città; asini carichi di fasci di canne di colore verde brillante Le auto pubbliche camminavano lentamente affiancate ai marciapiede, mentre gli altri veicoli si incrociavano a velocità sostenuta. La grande automobile di Slanning, una rarità per quei tempi, ci aspettava sotto la terrazza ed era oggetto della curiosità di tutti. Le strade erano piene di donne; le signore piú eleganti usavano veli neri per ripararsi dalla luce accecante. Le negre, vestite di bianco, con i loro cesti di mercanzie sui turbanti colorati, passeggiavano a piedi scalzi chiacchierando. Vendevano cocco, canna da zucchero, arance, limoni, banane, fichi, nespole, manghi, pesce, torte e dolci, noci, ananas e un'infinità di cibi freschi e in salamoia. Gli uomini di colore, lucidi come metallo, trascinavano pigramente i carretti e conducevano il bestiame senza smettere un momento di parlare. Negli angoli piú freschi, seduti sotto i fasci di ombra vellutata dei balconi, pigri e fannulloni passavano il tempo a masticare canna da zucchero e frutta, a mercanteggiare con le venditrici di bibite, tra una sigaretta e l'altra; succhiavano ghiaccio e ridendo si scambiavano battute e si facevano scherzi. Accanto c'erano vecchi mendicanti e sciami di bambini, bambolotti ~di cioccolata~dalle teste lanose e dai grandi occhi neri. Di tanto in tanto, un getto d'acqua rinfrescava la strada arroventata; ma l'asfalto~ nel giro di pochi minuti, ridiventava asciutto. Poliziotti negri, in uniforme bianca, mantenevano l'ordine; ogni tanto trascinavano via un vagabondo cencioso. Alcune donne attraversavano la strada conducendo maiali cosí magri e ossuti da sembrare cani; altre tenevano anatre sotto il braccio e portavano, in cesti di vimini, galli e galline chioccianti. Ma c'era anche gente di un certo prestigio: preti negri, avvocati negri, soldati negri, commercianti negri con le loro signore che ostentavano vistosi cappelli e ombrellini, appariscenti cianfrusaglie e vestiti di taglio antiquato. I commercianti si muovevano in fretta da una parte all'altra; indossavano il cappello a cilindro e buffi pantaloni bianchi. Mosconi enormi ronzavano sopra le loro teste e l'aria pesante profumava di caldi odori di polvere e di f rutta . Senza rendermene conto mi ero lasciato assorbire dalla scena, ma, all'improvviso, il signor Slanning mise fine alla mia distrazione. --Ora capisco,--disse.--Mi auguro che non sia venuto fin qui inutilmente. Andremo a mangiare al Club. Lí ]e racconterò la storia, quella che conosco; poi la accompagnerò a casa. Spero di averla mio ospite. Declinai l'invito spiegando che era mia intenzione sere completamente libero nelle settimane seguenti. -- Sono convinto che un soggiorno nella sua casa creerebbe molte diffi~oltà,--dissi, e lui fu d'accordo La grande automobile ci icondusse rapidamente fino al Club. Un incontro casuale interruppe il nostro breve viaggio. ~i superò una piccola automobile con a bordo due signore; l'auto si fermò e Amos Slanning scese per parlare con loro. Si rivolse a una delle due, una elegante signora di mezz'età, mentre l'altra ascoltava. Quest'ultima era una ragazza molto bella, apparentemente una straniera; di carnagione chiarissima, dagli occhi di un azzurro spento, senza luce. Forse, nel suo paese le sue guance sarebbero state rosee; lí non era che un delicato fiore di serra. -- Spero che lei si senta meglio, disse Slanning alla signora piú anziana; la donna gli strinse la mano con calore e lo rassicurò. -- E la povera May che non sta bene; la porterò negli Stati Uniti durante l'estate,--continuò. -- E un'ottima decisione, -- rispose Slanning guardando la giovane donna con tenerezza,--la povera ragazza ha proprio bisogno di distrarsi. Poi abbassò la voce; sicuramente stava parlando di me. Un attimo dopo mi presentò alle due donne. La ragazza fece un cenno col capo senza parlare; sua madre mi strinse la mano, esprimendomi il suo augurio per un buon risultato delle indagini. --Tutti quelli che hanno amato il fratello del mio caro amico condividono la sua pena,--disse con semplicità.--~hi lo aveva conosciuto lo ~stimava molto. Sono certa che lei dovrà affrontare grandi difficoltà; per questa tragedia non è possibile immaginare nessuna spiegazione umanamente comprensibile. Parlava con chiarezza e con accenti gravi Alla fine aggiunse che, se lo avessi voluto, potevo andare a trovarla. Si allontanarono con la loro macchina e Slanning ebbe la certezza che io le avevo osservate con particolare attenzione.--Niente,--disse,--le mette in relazione con la morte di mio fratello; eppure potrebbe esserci qualche legame. Sono amiche molto care. Il marito di Lady Warrender, il generale Sir George Warrender, era nostro intimo amico. Non è da escludere che le due donne possano essere implicate, in modo inconsapevole e senza colpa, nel fatto. A lei spetta il compito di sciogliere questo mistero quando le avrò detto tutto quello che so. --La ragazza sembra molto ammalata--dissi. --Lo è e per validi motivi. Ma non è il suo corpo che è malato. Ha dovuto affrontare una esperienza tragica. Raggiungemmo una piazza che non aveva niente di particolare eccetto una statua di Lord Nelson in bronzo verde; subito dopo arrivammo al ~luò di Slanning, dove finalmente ci concedemmo un abbondante pasto. Dopo pranzo mi condusse in un piccolo tumoir; lí potevamo stare soli. Mi offrí un sigaro; lo rifiutai, ero impaziente di entrare subito in argomento. Nemmeno lui fumò e incominciò subito il racconto. --Mi interrompa quando vuole,--disse, e proseguí.--Mia madre morí quando io ed Henry avevamo quattordici anni. A quel tempo vivevamo ancora in Inghilterra ed avevamo terminato gli studi ad Harrow. Poi ci iscrivemmo tutti e ~due a Cambridge. Durante le vacanze invernali venivamo qui a trovare mio padre; lui, di solito, in estate, faceva un viaggio in Europa e ci portava con sé in Francia e in Italia. Stavamo per finire gli studi all'università quando mio padre, Fitzhebert Slanning, morí quasi inaspettatamente ~era sempre stato delicato di salute). Henrv ed io gli succedemmo nella proprietà. Mio padre considérava un grave danno per le Indie occidentali che le proprietà venissero amministrate da lontano; molto prima di morire ci aveva fatto promettere che saremmo vissuti e avremmo lavorato qui. Mantenemmo la nostra promessa. E opinione diffusa, credo, che i gemelli si assomiglino come due gocce d'acqua! nell'aspetto, nel carattere e nei gusti e, di certo, è spesso cosí. Sarebbe presuntuoso, però, da parte mia, affermare che valgo un terzo di quello rhe valeva il mio gemello. Era piú intelligente, aveva piU senso critico, e molto piú dominio di sé. Ci somigliavano solo superf;cialmente, lui infatti era piú riflesSiVO e meno impetuoso. Con questo non voglio dire che io ero l'ottimista e Henry il pessimista; ma è certo che, se io per carattere sono piú entusiasta e fiducioso, lui era giudice cauto e perspicace. Avevamo un amministratore abile, fedele a mio padre e cresciuto secondo i saldi principi degli Slanning. All'inizio fu lui che ci aiutò ad affermarci; del resto amavamo il lavoro, eravamo ben preparatl e riuscimmo a portare avanti con successo l'industria zuccheriera che i nostri antenati avevano impiantato. Ora io sono l'ultimo erede e non c'è nessun altro Slanning nteressato alle proprietà Pelican. Sono soltanto mie, insieme alle rendite che dànno e alle responsabilità che comportano. La vita scorreva per Henry e per me nel benessere e nella tranquillità. Eravamo sempre d'accordo; e non c'era, o perlomeno questo io credevo, idea o progetto che non condividessimo. Il lavoro mi assorbiva completamente. Henry aveva allargato i propri interessi: si o«upava dell'amministrazione e aveva realizzato opere pubbliche di grande utilità. Era molto generoso; si preo«upava del benessere dell'isola e dei suoi abitanti piú poveri. Se c'era un uomo che non aveva nemici, quello era mio fratello. Il suo entusiasmo e il suo profondo senso della giustizia gli avevano guadagnato il rispetto dei ric chi e la devozione dei poveri. Eppure quest'uomo è stato assassinato da un suo simile in circostanze misteriose, e insieme a lui è morto un altro uomo, uno che avrebbe dato mille volte la vita per Henry o per me. Il suo nome era John Diggle, un negro autentico, i cui antenati avevano lavorato per generazioni alla Pelican. Era guardiano not turno delle piantagioni. Qui a Barbados nessuno riesce asottrarsi ai continui furti dei negri vagabondi. All'epoca del taglio della canna facciamo sorvegliare le nostre piantagioni; e i furfanti che vengono con l'intenzione di rubare ci pensano due volte se sanno che possono sentirsi fischiare una pallottola vicino alle orecchie. Un tempo i nostri guardiani gridavano il « Chi va là » ai negri che si aggiravano di notte nei campi di canne da zucchero; se nessuno rispondeva, sparavano. Era una consuetudine molto antica e naturalmente oggi non si usa piú. Ora le descriverò in che modo è stato ucciso Henrv in quella notte di luna piena. La mattina del giorno seguente Henry non mi raggiunse come sempre per la colazione. Il domestico, che avevo mandato a cercarlo, mi disse che non era né nella sua camera né nel suo studio. Preoccupato lo cercai dappertutto, ma non riuscii a trovarlo. Poco dopo arrivò la tragica notizia dalla piantagione. Montai sul mio cavallo e arrivai a una radura, a circa un chilometro dalla casa, ai limiti della piantagione, non molto lontano dall'Hotel Crane, sulla costa sud dell'isola. Mio fratello giaceva morto, con il petto attraversato da una pallottola e sul suo corpo era riverso John Diggle, ormai cadavere Il suo fucile fu trovato con tutti e due i caricatori VUOtl, a circa venti metri dai due corpi--non c'era nessun dubbio che era stato il fucile di Diggle l'arma che li aveva uccisi entrambi; le cartucce erano di un calibro particolare e nessun'altra arma sparava cosí bene in tutta l'isola. Sul posto del delitto fu trovato anche un revolver, nuovo di zecca, con il tamburo vuoto. Sicuramente non era mai stato usato, io non l'avevo mai visto né mai ne avevo sentito parlare. Un'indagine fatta in seguito accertò che mio fratello lo aveva comprato in Inghilterra insieme a una scatola di cento proiettili mai aperta. Il revolver era un Forrest. Questo insolito acquisto di Henry, se si tiene conto del suo straordinario odio e della sua paura per le armi da fuoco, è uno dei misteri di questa vicenda. L'autopsia rivelò che i due uomini erano stati feriti da lontano e questo portava a scartare l'ipotesi piú ovvia. I poliziotti di qui (gente di colore) sostengono che il povero Diggle ha ammazzato Henry e poi si è ucciso; ma questo e impossibile. Prima di tutto lo amava visceralmente e avrebbe sopportato qualunque tortura piuttosto che torcergli un solo capello; e poi lui stesso è stato ferito da una certa distanza. Dalla natura delle ferite si poté calcolare che il colpo era stato sparato da circa venti metri, ~la stessa distanza che separava i due corpi dal fucile. A dieci metri circa dal punto in cui si trovava il cadavere di mio fratello, nascosto tra le piante, scoprimmo un mucchio d1 canne e una di quelle accette che si usano per tagliarle. Era molto strano che quell'attrezzo si trovasse lí e questo fece pensare alla presenza di un ladro. Tutto lascia credere che fosse molto indaffarato quando lo sorpresero. Ma per quanto si sia offerto al furfante il perdono totale e una lauta ricompensa in cambio di informazioni, nessuno si è fatto vivo. Il motivo che può avere spinto mio fratello a uscire quella notte fa parte del mistero. Perché in realtà non esiste nessun motivo. Mai lo aveva fatto, che io sappia: anche se amava fare passeggiate solitarie a piedi e a cavallo--era un contemplativo--non era mai capitato che si alzasse subito dopo essere andato a dormire. Eppure, la notte della sua morte Si è svegliato, si è infilato gli stivali, si è buttato addosso una leggera giacca di lana di alpaca sul pigiama e si è spinto, per oltre un chilometro nella piantagione, fino al punto in cui sapeva che Diggle montava la guardia. Arrivo ora al terzo uomo che, a quanto sembra, ha perso la vita in quella notte fatale. Io personalmente non lo metto in relazione in alcun modo con il fatto che le ho raccontato. Non vedo il minimo legame fra i due delitti; e sono certo (e in realtà lo siamo tutti) che quel povero diavolo di Solly Lawson è stato eliminato da un suo nemico. Era un mulatto, lavorava alla Pelican e viveva con la vec chia madre, una negra, in una capanna vicino alla scogliera. Un buono a nulla, con un brutto carattere, ma ci era fedele come un cane; litigava con i compagni di lavoro e forse si dava arie di superiorità per la sua parte di sangue bianco. Solly aveva molto successo con le donne e nel suo ambiente era un pericolo continuo. Per storie di donne fu coinvolto in numerose risse e gli vennero attribuiti diversi figli bastardi. Anche se il disgraziato non era benvoluto, noi avevamo la debolezza di perdonare le sue colpe, perché aveva gioia di vivere e capiva le cose al volo. Lo tenevamo con noi perdonandogli le sue colpe per rispetto alla vecchia madre, per suo padre che era morto e in fondo anche per lui. Era già stato in galera e sapeva bene che, se avesse avuto a che fare con la giustizia un'altra volta, lo avremmo allontanato dalla Pelican. Negli ultimi tempi però sembrava trasformato e stava diventando un membro responsabile della comunità. Cosí almeno aveva detto la vecchia signora Lawson. Bene, in quello stesso misterioso giorno, si diffuse la notizia della fine di Solly Lawson. Quell'uomo cosí vivace e pieno di gioia di vivere (per noi una fonte di allegria, per i suoi compagni motivo di continua esasperazione) fu trovato morto con la gola squarciata da un'orecchia all'altra. Un caso rivelò l'omicidio; il suo corpo giaceva su uno scoglio, tra la costa rocciosa e il mare. Era chiaro che i suoi assassini lo avevano gettato là sotto già cadavere; ma invece di f~inire in pasto ai pescicani cento metri piú in basso, il suo corpo Sli era fermato su quello scoglio nascosto. Da lí fu caricato su una barca e portato a riva. Nella caduta si era rotto diverse ossa, ma la ferita fatale era quella alla gola. Neanche nel suo caso è emerso alcun movente per l'assassinio; e anche se sono certo che ci deve essere di mezzo una donna, niente getta luce sul fatto e nessuno a Barbados può essere sospettato. Cosicché ci troviamo di fronte a tre delitti, apparentemente tutti senza movente: ma anche se nel caso di Solly si può essere certi che sia stato lui a suscitare qualche segreto rancore e a tirarsi addosso la punizione (e probabilmente c'è tra noi chi conosce il segreto della sua morte), per quanto riguarda mio fratello e John Diggle, non esiste, su quest'isola, né nel mondo intero, una sola spiegazione per la loro morte. Le ho già parlato di mio fratello; Diggle, anche se umile, godeva dello stesso rispetto e della stessa considerazione. Non c'era in tutta la piantagione e nella nostra azienda un dipendente piú popolare. Lascia la moglie e tre figli; mio fratello era padrino del maggiore. Questo è il quadro drammatico del caso che lei dovrà decifrare. Ora mi faccia pure tutte le domande che vuole, a meno che non preferisca rimandarle ad un altro momento. -- Dovrò fargliene molte, signor Slanning,--risposi,--ma potrebbe dirmi adesso qualcosa di piú di Lady Warrender e sua figlia? -- Con piacere. Comunque il rapporto che le lega a mio fratello non ha niente a che vedere con quello che le ho raccontato, e tanto meno con la sua morte. Lei non deve assolutamente farsi condizionare da questa storia e in ogni caso la consideri una confidenza del tutto privata. Si tratta di una delle poche esperienze su cui mio fratello ha mantenuto il segreto; non ne avrei saputo niente, se non me ne avessero parlato le Warrender. Circa un anno fa Henry mi aveva consigliato di sposarmi; gli avevo risposto che lui doveva fare altrettanto. Fu d'accordo con me e ci scherzammo sopra insieme. Io ero convinto che fossimo~due inguaribili scapoli. In realtà Henry desiderava sposarsi, e per quanto ciò appaia paradossale, corteggiava la giovane May Warrender. Sua madre non ne sa peva niente. Soltanto dopo la morte di Henrv la ragazza le rivelò che lui voleva sposarla e che glielo aveva proposto già due volte. --Non ha qualche ragione per dubitare della ragazza? --Nessuna, non è ~persona capace di inventare storie simili. Se me lo avesse detto un'altra donna avrei potuto dubitare; ma è impossibile mettere in dubbio la parola di gente cosí. Evidentemente Henrv la amava molto e aveva fatto di tutto per conquistarla. Mio fratello dimostrava piú anni di quelli che aveva in realtà; e alla ragazza che non aveva ancora vent'anni, deve essere sembrato anche piú vecchio. Non si potrà mai sapere se rimase davvero deluso o no. Era a tal punto filosofo che non avrebbe mai permesso, ne sono certo, che il fatto lo turbasse piú del dovuto. Mav aveva per lui un profondo affetto, tanto che, dopo la sua morte, si ammalò; eppure aveva dichiarato alla madre che non avrebbe mai potuto sposare Henry. Probabilmente quell'insuccesso non turbò Henry piú del dovuto; era un uomo di vivace intelligenza e un sottile osservatore della natura umana: se veramente ne fosse stato ferito e avesse cercato di nasconderlo, non credo che ci sarebbe riuscito. Ci conoscevamo bene e di certo in quella circostanza non perse la sua abituale saldezza < perlomeno mai con me. Era sempre stato un uomo giusto ed equilibrato. Questo fu il racconto di Amos Slanning; fui colpito dalla quantità di ipotesi che si potevano formulare. Non avevo alcun dubbio che mi avesse raccontato solo la sua versione dei fatti. Era un uomo semplice e ingenuo, profondamente scosso dalla morte del fratello. Ora spettava a me continuare le indagini nel miglior modo possibile. La polizia locale non aveva né ipotesi né piste e nelle stesse condizioni si trovavano i parenti degli assassinati. Nessuno riusciva a stabilire un legame tra i fatti e a ricostruire una storia credibile. Gli stessi avvenimenti apparivano incerti, giacché l'opinione generale separava la morte del giovane mulatto Solly Lawson da quella degli altri due. Tutti sostenevano che era una semplice coincidenza che avessero perso la vita nello stesso giorno. Terminato il racconto, il signor Slanning mi accompagnò a fare una lunga passeggiata per l'isola e ci fermammo sul luogo della tragedia. Tutto intorno si estendevano i campi di canna da zucchero. Dai bordi dei campi si piegavano sulla strada i fusti puliti, in basso un tappeto di foglie secche, in alto il fogliame verde brillante. Stretti canali si intrecciavano nel terreno e, intorno alle canne più gralldi, si arrampicavano caschi di banane, con le larghe foglie che si muovevano al vento. In mezzo al campo spuntavano gli alberi del pane, il mogano pregiato e le piante di tamarindo, che offrivano la loro ombra a«ogliente . Vicino a una casetta circondata da una siepe spinosa cresceva un albero profumato, il cui frutto verde e lucente pendeva dai rami nudi, quasi senza foglie. -- Qui vive la povera vedova di Diggle--disse Slanning--e siamo a meno di un chilometro dal luogo della tragedia. Da qui si può vedere tutta la nostra proprietà, che si estende ad arco dal nord al sud, fino alla scogliera di corallo vicino all'Hotel Crane. Se non accetta di essere mio ospite, può alloggiare lí, per trovarsi piú vicino al luogo del delitto. Ma non sapendo ancora dove avrei svolto le mie indagini, decisi di rimanere a Bridgetown; dopo esserci fermati alla radura dove suo fratello era stato ucciso, visitai la casa padronale dell'ultimo degli Slanning di Barbados ritornai alla fine in città, dove, in una piazza isolata, non lontano dal Club, presi in affitto due stanze. Il mio obiettivo era lavorare in incognito, per quanto possibile, e in questo fui assecondato da Amos Slanning. Nessuno era ufficialmente a conoscenza della mia missione, anche se subito mi resi conto che in realtà molti ne erano al corrente. Io avrei voluto avere altre informazioni che il fratello del morto non poteva darmi; e poiché la vicenda era ancora avvolta nel mistero tutti si compiace vano di parlarne, e spesso la conversazione nel fumoir delClub finiva su questo tema. Venni accolto come socio temporaneo di quel circolo e trascorsi alcuni giorni letteralmente chiuso là dentro. Scoprii che Amos Slanning era popolarissimo, senz'altro molto piú di quanto lo era stato Henry; infatti, anche se del morto si parlava con rispetto e se ne piangeva la morte improvvisa, non sembrava godere della stessa popolarità. Senza dubbio il resto dell'umanità non lo vedeva con gli stessi occhi di suo fratello gemello. Un avvocato socio del Club, che li conosceva molto bene tutti e due, me ne diede una descrizione amichevole, ma obiettiva. --Henry Slanning,--mi disse,--era un uomo d'affari molto ambizioso. Non gli piaceva essere contraddetto; e ben pochi lo facevano, perché era un uomo di buon senso, assolutamente democratico, e sempre al corrente delle piú attuali tendenze del pensiero contemporaneo. Lei non può farsene un'idea corretta attraverso il giudizio del fratello. Non aveva affatto lo spirito entusiasta e la giovialità di Amos. In realtà aveva un carattere ombroso. --Ha una qualche ipotesi su come sono andati i fatti?--domandai tanto per dire qualcosa; l'altro mi rispose che non ne aveva nessuna. --Posso supporre che se Henry avesse subíto una delusione molto forte--mi rispose--o un rovescio economico o un torto, si sarebbe potuto suicidare. Suo fratello, invece, dice che mai per nessuna ragione al mondo sarebbe stato capace di farlo. Ma in questo caso è chiarissimo che non si è trattato di suicidio. Hanno sparato deliberatamente contro di lui e da una certa distanza, circa venti metri, secondo quanto dicono i medici. Questo mi raccontò l'avvocato. Altri ancora mi fornirono nuove informazioni che gettavano un po' di luce sul suo carattere. Tutti mi aiutavano a completare il ritratto di Henry Slanning ma nessuno riuscí a farmene un quadro esatto; capii che quel ritratto sarebbe rimasto incompleto a meno che lo stesso Duveen non si fosse dimostrato all'altezza del compito. Dedicai una delle prime visite a Lady Warrender; la sua descrizione dell'u«iso differiva dalle altre. Secondo lei Henry era religioso, ma non ortodosso né devoto ad una qualche particolare fede. --Se fosse vissuto sarebbe diventato cattolico,--affermò. E aggiunse: --Era un uomo di pensiero e lo mteressavano i problemi metafisici e psicologici. Il mio defunto marito condivideva le sue inquietudini, a entrambi piaceva abbandonarsi a interminabili argomentazioni sul libero arbitrio, il determinismo, la fede, la ragione, ecc. C'era una parte del carattere di Henry del tutto ignota a suo fratello. Henry sapeva benissimo di avere un ingegno molto piú sottile e una capacità di immaginazione molto piú vasta. Amava Amos; piú come un padre ama un figlio che come un fratello ama un fratello. Mai lo turbò con le sue profonde meditazioni o mise in discussione la sua fede. Evitò sempre di affrontare davanti ad Amos argomenti che lo mettessero in difficoltà o che lo facessero apparire inferiore nella conversazione. Era gentile e sensibile con tutt~i. Detestava le persone vanitose e petulanti e si indignava con chiunque criticasse le Indie occidentali e Barbados in particolare. -- Davvero lei non sapeva che voleva sposare la signorina Warrender? --Non ne avevo la piú pallida idea. A volte scherzavo con loro, dicevo a lui e a suo fratello che avrebbero dovuto trovarsi una moglie per non permettere che i famosi Slanning di Barbados si estinguessero con loro. Henry replicava sempre che era Amos a doversi sposare. May, credo, avrebbe mantenuto il segreto sulla sua proposta--come lui stesso le aveva chiesto--se non fosse morto. Ma, a quel punto, pensò che la cosa migliore fosse confidarmi tutto e io allora lo raccontai al fratello. Non si sa mai in che relazione possono stare due fatti anche apparentemente lontani. -- Non aveva notato qualche cambiamento in lui negli ultimi tempi? -- No. La sua morte è avvenuta circa sei settimane dopo il secondo rifiuto di May. --Si sarebbe opposta al matrimonio? --No, assolutamente. Era un uomo eccezionale e degno di stima; un signore nel vero senso della parola. Mia figlia gli era molto affezionata e non avrebbe voluto causargli quel dolore; ma non lo amava. Anche se aveva solo quindici anni piú di lei, ne dimostrava molti di piú. Era vecchio per la sua età. Un uomo tranquillo, pacifico, solitario, che amava la lettura; di gusti assolutamente lontani da quelli,di una ragazza normale. Avrebbe potuto essere un ottimo marito, ma non per May. A poco a poco mi costruii un'immagine di Henry Slanning, anche se non posso affermare che riuscissi a farmene un'idea chiara. Si delineava e si cancellava, a volte piú nitida, a volte píú sbiadita. Mi resi conto che per alcuni era un cinico, con tutto il mondo di passioni che può nascondersi in un cinico; per altri, di ristretta mentalità religiosa, un sospetto libero pensatore. Tutti erano comunque d'accordo nel riconoscere la bontà delle sue iniziative e delle sue azioni. In una occasione soltanto, e dove meno me lo sarei aspettato, ebbi il sospetto che avesse agito in maniera almeno discutibile. Ero andato a trovare la vedova di John Diggle, una donna piuttosto chiacchierona, ma intelligente. Ci si poteva fidare della sua memoria e della sua onestà. Stava raccogliendo i panni stesi sulla siepe, vicino alla casa. Mi parlò, con tristezza, dell'uomo che era stato ucciso e delle sue qualità. -- Non aveva un solo nemico, era il migliore degli uomini e il miglior marito. Ha lavorato per anni per il signor Amos e per il signor Henry, e in tutto quel tempo, mai ha avuto un rimprovero da loro. Lo stimavano moltissimo ed il mio povero John li considerava due persone eccezionali. -- Vogliamo entrare in casa, signora Diggle, al riparo dal sole? So che tutti partecipano del suo dolore; il signor Diggle era molto rispettato. -- Lo era veramente; solo i furfanti che andavano in giro a rubare la canna da zucchero avevano da dire con lui. -- Aveva mai litigato con Solly Lawson, quel disgraziato a cui hanno tagliato la gola? -- Mai. Sapeva bene che Solly era uno scapestrato, ma John era benevolo con i giovani ed era sicuro che prima o poi anche lui avrebbe messo la testa a posto. Il mio John era davvero un buon cristiano. -- Mi racconti di lui. E molto importante per me. La donna esitò per un momento, ma poi, a poco a poco~ riuscii a farla parlare di alcuni ricordi piú recenti. -- Suo marito ha mai fatto qualcosa che il signor Henty non avrebbe approvato? -- No, il signor Henry era un uomo buono. Ma forse... -- Andavano sempre d'accordo? -- Ora che me ne parla, mi viene in mente uno strano episodio, signore. Due o tre giorni prima di essere assassinato, il mio John tornò a casa molto triste. Io gli domandai: « Cos'hai John? ». E lui: « Niente ». Ma io di nuovo: « Eppure c'è qualcosa che non va, ti si vede in faccia ». Lui rispose: « Sei una maledetta stupida ». Poi~ prima di tornare a lavorare, aggiunse: « Quei dannati ladri di canna portano guai e tutto poi ricade su di me ». -- Riuscivano a portar via molta canna? -- No, signore. C'era sempre qualche furto di notte e John, di tanto in tanto, sorprendeva qualcuno, ma non mi risulta che se ne preoccupasse molto. Perciò una volta gli dissi: « Non te la prendere per queste sciocchezze », ma lui mi rispose: « Me ne preoccupo e come; sono cose che stanno a cuore al signor Henry. Il padrone mi ha detto che non sono abbastanza sveglio e che non faccio il mio dovere fino in fondo con i ladri ». La sua risposta mi sorprese moltissimo; anche perché aveva aggiunto che per il futuro avrebbe eseguito gli ordini senza preoccuparsi delle conseguenze e io non potei fare a meno di dire: « Tu devi fare sempre quello che ti ordinano, John ». -- Le ha spiegato meglio che cosa intendeva dire? --No, se n'è andato borbottando tra sé; nel giro di pochi giorni aveva già recuperato il suo buonumore. Non riparlò mai piú della cosa e io non ci pensai fino al momento della sua morte. Allora avrei voluto saperne di piú, ma ormai era tardi: il povero John giaceva a terra con il petto squarciato e una ferita mortale al cuore. -- E da escludere che sia stato il signor Slanning a sparare su suo marito? --Dio mio! Il padrone sparare a John? E come pensare che John possa avere sparato al padrone. Il padrone era una persona perbene, assolutamente incapace di uccidere. Non ha mai sparato un colpo di fucile in vita sua. Non ha mai schiacciato nemmeno uno scorpione. Voleva bene a John. Me lo aveva detto una volta che John si era ammalato. E John si sarebbe fatto ammazzare cento volte per il signor Henry o per il signor Amos. Era un uomo fedelissimo e viveva per i suoi padroni. --Ha un'idea su come possano essere andate le cose signora Diggle? Se John aveva sorpreso a volte qualche ladro di canna, poteva avere dei nemici. --No, soltanto uno o due uomini finirono in carcere, ma non ce l'hanno mai avuta con John. E giusto che chi agisce male ogni tanto paghi. John è stato assassinato con il suo fucile, non se lo dimentichi. Lo portava sempre con sé, non se ne separav~a mai. --Pensa che sarebbe stato possibile impadronirsi del fucile di John? ¨ Lo poteva fare soltanto il padrone. Se fosse venuto di notte e avesse detto: « Prestami il fucile, John », John glielo avrebbe dato subito. Ma il padrone non voleva fucili, 1i detestava. -- Suo marito le raccontò mai di avere incontrato, in uno dei suoi giri notturni, il signor Slanning? --Mai, signore. Me lo avrebbe detto di certo. Comunque sarebbe stato molto strano; i signori Slanning non si avvicinavano mai alla piantagione di notte. -- E i suoi amici che cosa ne pensano? --E gente ignorante, signore. Pensano che il diavolo abbia suggerito al padrone di uscire ~i notte e a John di sparargli e poi che il diavolo stesso abbia ammazzato John. Ma che faceva Dio nel frattempo? Il padrone e John erano due uomini molto buoni e ora di certo si trovano in cielo, con aureole d'oro sulla testa, ali d'oro e arpe d'oro; sicuramente non deve far piacere a quel demonio che li ha uccisi che adesso siano felici. Deve andare all'inferno, che è il luogo che si merita. -- Pensa che Solly Lawson sia implicato nella vicendai -- Non ne so nulla. E morto; nessuno può sapere se è stato lui o no. -- Sarebbe stato capace di rubare canna? -- Penso che ne abbia rubata moltissima; ma non ha mai fatto niente contro il signor Slanning, che molte volte ha preso le sue difese. La gente di colore ruba per ignoranza e non si rende nemmeno conto di fare del male; questo non significa che sia gente malvagia, però. Il povero Solly, se avesse visto qualcuno aggredire John e il padrone, sarebbe corso in loro aiuto. Ne sono certa. Continuò a parlare tra le lacrime. Era una donna intelligente e di buon senso; era impossibile non commuoversi di fronte al suo dolore. Di tanto in tanto smetteva di parlare e singhiozzava. Non era la paura del futuro che la affliggeva, ma la pena per la perdita del marito; infatti Amos Slanning si era preoccupato di garantire la sicurezza a lei e ai suoi tre figli. Alcuni giorni dopo le mie indagini mi condussero in un'altra parte dell'isola, da un'altra donna in lutto, la madre di Solly La~vson. La sua capanna si trovava vicino ai gradini tagliati nella roccia, sulla scogliera di corallo, non lontano dalla costa. Vi si arrivava attraversando un promontorio, dove sulla terra arida crescevano la opuntia e gli enormi aloè. Grandi cavallette saltavano pigramente. Le lucertole si scaldavano al calore del sole accecante. Dappertutto regnava un profondo silenzio, interrotto soltanto dall'acuto ronzio degli insetti. Vicino alla capanna si aggirava una capra nera, mentre, nel letto secco di un ruscello, saltava una rana. I turisti avevano inciso le loro iniziali sulle foglie carnose degli aloè; gli innamorati vi avevano intrecciato i loro nomi. La capanna di Mary Lawson si trovava vicino al luogo in cui era stato assassinato suo figlio. La donna era una negra piccola e rugosa che si era sposata con un inglese, un vecchio marinaio, che aveva trovato lavoro alla Pelican, dopo avere abbandonato i traffici costieri con le Antille. Mary poté darmi ben poche informazioni oltre a quelle che già avevo; confermò però le impressioni degli altri su Solly. -- Non era cattivo, signore; è che gli piacevano troppo le donne. Il mio Solly era un gran bel ragazzo. Ha perso la testa e ha fatto molte sciocchezze; litigava spesso con i vicini, ma, le ripeto, in fondo non era cattivo e si pentiva dei suoi errori. Aveva un temperamento molto violento. Si irritava per un nonnulla e allora cominciavano i guai. Tutti però lo perdonavano perché era sempre pronto a pentirsi. Il signor Henry non fu mai troppo severo con lui; Solly sapeva cavarsela bene con i fratelli Slanning, chiacchierava e alla fine li faceva ridere. -- Aveva affetto per i suoi padroni? -- Li adorava. Non si faceva mai abbastanza per loro, me lo diceva sempre; del resto tutti li amavano. Nessuno avrebbe potuto far loro del male. Se si accorgeva che qualcuno aveva cattive intenzioni nei confronti del signor Henry o del signor Diggle, si infuriava ed era capace di litigare con chiunque. -- Era in buoni rapporti con John Diggle? -- Sí, era suo amico. Il signor Diggle era una persona perbene, molto generoso con mio figlio e sempre pronto a difenderlo quando gli altri lo accusavano. -- Ma se il signor Diggle avesse scoperto suo figlio a rubare canna da zucchero? -- Lo avrebbe fatto arrestare, ne sono sicura. Dio perdoni il mio Solly. E successo una o due volte, ma John lo ha sempre perdonato e Sollv, nonostante il carcere non gli ha mai serbato rancore. Cosa fatta capo ha, signore. -- Le sembra possibile che quella notte Sollv stesse rubando? --No, direi proprio di no. Potrebbe darsi, ma mi sembra difficile che osasse farlo di nuovo. Non era lontano da casa. Credo invece che sia venuto alle mani con qualche attaccabrighe per una storia di donne; può darsi che quei delinquenti si siano nascosti e gli siano saltati addosso per ucciderlo. -- Delinquenti? Secondo lei erano piú di uno? -- Sí; Solly era forte e veloce. Non c'è nessun negro sull'isola abbastanza forte da avere potuto uccidere con le sue sole mani e un coltello il mio povero Solly. E poi, per buttarlo giú dalla scogliera, ci sarebbero voluti almeno sei o sette uomini. Si era lasciata andare a parlare della forza del figlio con un misto di tristezza e di soddisfazione. -- Ricorda il nome di qualcuno che ce l'aveva con -- No, nessuno. Negli ultimi tempi aveva messo la testa a posto. Io stessa ne ho avuto conferma dalle molte persone alle quali l'ho domandato. Eppure qualcuno l'ha ucciso. Chissà che non siano stati dei marinai; soltanto loro si fermano un solo giorno e poi ripartono. --Conosce qualche ragazza che gli voleva bene e che ce l'aveva con lui? --Molte, signore. Per quello che ne so io, a Georgetown, aveva una sola ragazza, che gli era molto fedele e lo amava moltissimo. --E lui la trattava bene? -- Era molto buono e affettuoso. r,a ragazza ripeterebbe le stesse cose se lei la interrogasse. Indagini su«essive sul carattere e la s~oria di John Diggle e Solly Lawson confermarono queste due versioni di moglie e madre. Tutte le testimonianze coincidevano fra loro e non differivano molto da quella di Amos Slanning. Per una strana combinazione tutti e tre i morti non avevano precedenti, né potevano essere considerati pericolosi per la società. Infatti anche il giovane mulatto che non aveva mai rispettato la legge e non godeva certo di una buona fama, non aveva commesso colpe cosí gravi da giustificare la sua uccisione. I negri fanno minacce con grande facilità, ma soltanto raramente le mettono in atto. Un delitto come questo, compiuto a sangue freddo, non trovava nessuna spiegazione e non somigliava a nessun altro. L'unica cosa certa era che fosse avvenuto; e la difficoltà maggiore per la polizia locale era proprio che fosse avvenuto senza lasciare una sola traccia; senza l'ombra di un sospetto o di un colpevole. Quei poliziotti erano delle brave persone, abbastanza intelligenti; non c'è dubbio che le prime indagini erano state condotte in termini assolutamente professionali, con efficienza e con metodo. Non avevano incontrato nessuna difficoltà e, perlomeno all'apparenza, non c'era una sola persona in tutta Barbados che non avrebbe collaborato alle indagini. Ma i loro sforzi risoluti non vennero ricompensati: il delitto non trovò alcuna spiegazione. Nessuno dei molti detectives improvvisati che si diedero da fare per risolvere il caso riuscí a gettare luce su quel mistero. La maggior parte delle persone con cui avevo parlato era dell'idea ~he la morte di Solly Lawson non avesse nulla a che vedere con quel'a di Slanning e Diggle Infatti l'unico elemento che le metteva in relazione era la canna tagliata vicino al luogo del delitto. Al tempo stesso era difficile attribuire a Solly il bottino di un ladro notturno colto sul fatto. E se anche il ladro fosse stato lui, sembrava impossibile che avesse potuto ammazzare il suo padrone ed il guardiano. Inoltre, né dai registri della Pelican, né da quelli di nessun'altra piantagione risultavano i nomi di persone sospettabili di un tale crimine. Per i negri essere sorpresi a rubare canna era peccato veniale. Del resto sembrava molto improbabile che un bianco rubasse canna. E non mancava chi, come la madre di Lawson, era`dell'idea che nel fatto fossero implicati dei marinai. Ma non c'era nessun elemento che provasse questa ipotesi. Il punto per me fondamentale era capire perché Henry Slanning fosse uscito quella notte; una volta spiegato quel comportamento cosí insolito tutto il resto sarebbe stato chiaro. Ma il motivo di quel gesto continuava a sfuggirmi. Ogni piega di questa indagine estenuante era una strada senza uscita. Eppure un motivo ci doveva essere per ogni avvenimento inspiegabile di questo mistero; ma per me restava incomprensibile. Evidentemente Henry Slanning era andato nel luogo dove sapeva di trovare John Diggle di guardia; non si saprà mai se cercava lui o un altro, e solo un testimone potrebbe dirlo. Fino ad ora nessuno si è presentato; di testimoni nemmeno l'ombra. In simili situazioni, nove volte su dieci, è il caso a offrire una traccia per l'indagine: un indizio o una riflessione nuova apre la strada e indica una pista da seguire. Ma non avvenne niente di tutto questo. Nessuna testimonianza fu di rilievo e nessuno riuscí a entrare nel vivo dell'indagine. Apparentemente ci si trovava di fronte a tre delitti, senza dubbio premeditati, commessi una notte su quella piccola isola. Eppure non si riusciva a trovare né un movente né un colpevole. Annotai molti particolari e proseguii la mia indagine, utilizzando i pochi indizi secondari, ma il mio insuccesso fu totale. Mi trovai nella sgradevole situazione di non poter formulare alcuna ipotesi, e dopo sei settimane di lavoro durissimo e rigoroso, mi vidi costretto ad ammettere il mio fallimento. Sfiduciato, ricominciai tutto da capo, ma ben presto mi ritrovai in una nuova spirale di insuccessi. In realtà non potevano nemmeno dirsi insuccessi. Paradossalmente la mia indagine fu del tutto inutile. Non riuscii a formulare nessuna ipotesi; anche se una volta ho intravisto la verità, come poi è apparso chiaro in seguito, me ne sono allontanato perché ero convinto di sbagliare. L'ultima delle sei settimane trascorse a Barbados per l'indagine, la dedicai interamente ad Amos Slanning. Era stato molto generoso con me e aveva insistito perché mi fermassi qualche giorno come suo ospite alla Pelican, prima di lasciare le Indie occidentali. In realtà anche lui era molto deluso del mio insuccesso, ma certamente non piú di quanto io stesso dichiarassi. La verità è che, anche se istinto e inclinazione naturale mi rendono adatto a questo lavoro, e anche se, in passato, avevo risolto brillantemente molti casi misteriosi, in questa occasione il mio fallimento era stato totale. Non potevo che ammetterlo e augurarmi che il mio capo avesse piú fortuna di me. Parlammo molto di Henry; usando tutto il mio tatto, in ogni occasione possibile, avevo fatto in modo--non soltanto con Amos--che la conversazione cadesse su Henry; ciò mi aveva permesso di essere sicuro dell'esattezza di alcune opinioni: Amos aveva un'idea di suo fratello ben lontana dalla verità. Ne ammirava l'onestà e lo stimava e rispettava come tutti gli altri; ma non si era mai preoccupato di conoscerne a fondo il carattere cosí diverso dal suo e non si era mai accorto della natura intellettuale e del desiderio di conoscenza di Henry. Per esempio, quando insistevo sulla possibilità del suicidio (questa idea mi perseguitava anche se i fatti stavano lí a dimostrare l'omicidio) Amos Slanning affermava sempre che niente era piú improbabile; addirittura, quando si accertò che il fratello aveva comprato un revolver in Inghilterra, non esitò ad affermare che di certo non lo aveva comprato con quell'intenzione. Altri invece non escludevano del tutto l'idea che Henry, spinto dalle circostanze, sarebbe stato capace di suicidarsi, ma dato che ci trovavamo di fronte ad un evidente omicidio, e non ad un suicidio, questa ipotesi non fu nemmeno presa in considerazione. Gli chiesi una foto del morto, da allegare al mio dossier; somigliava moltissimo ad Amos, ma l'espressione era diversa, piú intelligente e malinconica; senza dubbio quel viso rifletteva l'inquietudine e le delusioni della sua vita. Eppure nessuna sfumatura di cinismo oscurava i suoi tratti, e la sua bocca, pur essendo piú ferma di quella di suo fratello, esprimeva la stessa generosità. La fotografia era stata scattata prima della storia d'amore di Henry. Soltanto per caso, due giorni prima di partire, entrai in possesso di quello che risultò poi essere l'elemento piú utile per me. Amos, cercando fra gli oggetti del fratello, aveva trovato un diario; non conteneva però nessuna informazione che gettasse luce sul passato, né vi era alcun riferimento alla storia d'amore di Henry. M~a insieme al diario scoprí dei manoscritto ti: le annotazioni di un uomo dii pensiero sugli argomenti piú eterogenei~. tutti però legati ad una piú ampia riflessione sull'uomo. Il mio sopralluogo nella biblioteca di Henry Slanning mi aveva già convinto della sua inclinazione per la filosofia, fatto confermatomi anche da Lady Warrender. I libri erano per ~o piú di argomento filosofico: mi capitarono tra le mani una traduzione di Gomperz (di certo una delle sue letture preferite) e traduzioni di altri autori tedeschi; tra queste l'edizione inglese di Nietzsche, in venti volumi. C'erano anche i tragici greci tradotti da Gilbert Murray e, tra i libri piú letti, opere di Platone e Aristotele. Privilegiava la grande tradizione filosofica pagana. I suoi scritto ti si rifacevano alla Anatomy of Melancholy. Erano frequenti strane citazioni, che indulgevano a una certa morbosità e che rivelavano con chiarezza il carattere dell'uomo attraverso i suoi gusti. Si trattava di scritto ti sull'amore, la passione, la pazienza, l'ambizione, il dovere, il suicidio, la giustizia, il libero pensiero e il libero arbitrio, come opposti al destino. Con gli anni era diventato un razionalista e non riconosceva nessun freno di natura soprann~aturale al comportamento umano. Il suo senso del dovere era profondissimo. Dissertava per lo piú di problemi inerenti alla giustizia, con spirito imparziale; si aveva la sensazione di trovarsi di fronte ad un uomo schiacciato dal proprio senso del dovere. I suoi studi erano rivolti in modo particolare ai concetti di superiorità, di potere, di calcolo, di necessità di mentire a causa delle circostanze, di ereditarietà e di ambiente, come forze oppos£e e alleate nello sviluppo del carattere. Chiesi di avere questa voluminosa documentazione perché, a mio parere, sarebbe stata di grande utilità per Duveen, quando avesse iniziato la sua indagine sulla sorte di Henry Slanning. Amos non si oppose a questa mia richiesta. --Piú avanti farò pubblicare tutti questi scritto ti,-- mi assicurò.--Sarà il modo piú degno per onorare la sua memoria. Rivelerà a tutti i suoi meriti, dimostrando che era un uomo di pensiero molto piú grande di quanto la gente supponesse. Cosí lasciai le Indie occidentali (riprendendo il Don di ritorno dalla Giamaica). Me ne andai riconoscente per la generosità e la stima che mi era stata dimostrata e arri«hito di due o tre amicizie che conservo tuttora. Ma nel mio intimo ero triste e deluso per il completo fallimento. Non avevo fatto nessun progresso, non ero riuscito a formulare nessuna ipotesi in quell'indagine che mi aveva portato cosí lontano e mi era costata un cosí duro lavoro. Quel mio totale insuccesso ebbe però un risultato positivo: risvegliò l'interesse di Michael Duveen, che non nascose la propria delusione di fronte a un fiasco cosí clamoroso. --Naturalmente ho elaborato una dozzina di teorie, --gli spiegai,--ma ciascuna, al momento decisivo, si scontrava con elementi che la negavano, rimettendo tutto in discussione. Non sono riuscito a trovare una sola spiegazione che mi consentisse di mettere insieme tutti i pezzi; anzi non sono riuscito a trovare una spiegazione per uno solo di quegli avvenimenti. Dagli elementi che ho ra«olto, durante queste settimane di lavoro incessante, posso affermare che quei tre uomini non avevano un solo nemico e che non esiste un solo individuo interessato alla loro morte. Forse lei obietterà che Amos Slanning di fatto ci guadagna. Ma in realtà non è cosí: avevano tutto in comune ed erano molto uniti. L'assoluta innocenza di Amos Slanning è infatti l'unico dato certo. La cosa piú incredibile è che la mia mente si rifiuta di accettare la realtà di queste morti, contro l'evidenza stessa dei fatti e dei miei giudizi. Non esiste un solo individuo sospettabile dell'assassinio di Slanning, mentre lui, nel suo intimo, poteva avere una ragione per suicidarsi; eppure non lo ha fatto. Duveen mi batté sulle spalle. --Rimandiamo a dopo i giudizi,--mi disse.--Per il momento ha risvegliato la mia curiosità. Dopo aver let to i suoi appunti potrò valutare meglio se il suo fallimento è cosí assoluto come lei crede. Intanto c'è moltissimo da fare. L'aspetto a cena tra una settimana, se non ha altri impegni. Allora potrà ascoltare la sua sentenza di condanna o di assoluzione. Comunque il cambiamen to d'aria le ha fatto bene. A parte l'espressione colpevole non l'ho mai vista cosí in forma. Con queste parole mi congedò; fui ben felice di avere altro a cui pensare fino alla sera della cena con lui. La rimandò di una settimana, ma prima ci incontrammo nel suo ufficio dove mi fece alcune domande sul caso delle Indie occidentali. Risposi a tutto e lui non fece commenti . Arrivò la sera della cena. Quando finimmo di mangiare si dispose a darmi lettura della sua soluzione. -- Ho risolto il caso,--disse. -- Risolto ?--balbettai . --Per me è una soluzione soddisfacente; sarei deluso se non sembrasse tale anche a lei. Non se la prenda. Neanch'io avrei potuto fare piú di quello che ha fatto lei. Le è mancata soltanto la necessaria capacità di sintesi per ricomporre il rompicapo dopo avere messo insieme tutti i pezzi; mancava solo la sintesi finale. -- Mancava tutto. - Lei aveva visto giusto. Soltanto avrebbe dovuto seguire la sua intuizione, invece di abbandonarla per paura. -- Come potevo seguire la mia intuizione contro un fatto assolutamente evidente ? --Caro amico, non esiste niente di assoluto. -- Ma un omicidio non può essere un suicidio. -- Un omicidio può essere un suicidio e un suicidio può essere un omicidio. Non si lasci andare ad affermazioni azzardate; accenda il suo sigaro e ascolti. Sono piuttosto soddisfatto delle mie conclusioni, anche se è molto probabile che solo due persone raffinate come noi siano in grado di apprezzarle nel loro vero valore. Da come mi ha descritto to Amos Slanning sono sicuro che a lui non piacerebbero. Dunque non aspettiamoci nessuna ricompensa. A quel.punto cominciò a leggermi la sua soluzione del mistero. IlI « Solo attraverso un'analisi sintetica e completa del carattere di quell'uomo è possibile arrivare a una spiegazione; su Henry Slanning, dalla cui morte dipendono quelle di altri due uomini meno importanti, John Diggle e Solly Lawson, esiste un'ampia documentazione ~er valutarne il temperamento complesso. Come elementi di giudizio però non ci sono solo i fatti che lo riguardano ma anche le sue riflessioni e le sue meditazioni. Ed è proprio sulla base di un giudizio. personale su di lui, fondato su diversi elementi, che posso ricostruire i fatti che hanno travolto la sua vita e quella delle altre due vittime . « La fine di Solly Lawson rappresenta l'ostacolo maggiore in quanto componente essenziale del caso. La fatalità lo ha coinvolto in quella tragedia; senza di lui ci sarebbe stata una sola vittima invece di tre e una morte legata a un problema psicologico interessante ma niente affatto misteriosa. Infatti il mistero che cercherò di spiegare non è l'opera premeditata di un uomo, ma l'effetto della cieca casualità. « Esaminiamo innanzitutto il problema in generale e cerchiamo di occuparci dei tre morti mettendoli in relazione. Come le dimostrerò, ci dobbiamo occupare solo di loro. Non ci sono da scoprire colpevoli che tramano nell'ombra; nessun altro, fatta eccezione forse per me, riesce ancora a capire il mistero. Solamente questi tre uomini sono i responsabili della loro stessa disgrazia; o forse sarebbe piú corretto dire che un gesto singolare di Henry Slannnig ha provocato la morte prematura delle altre due vittime. « Sappiamo che Henry Slanning è un uomo di gusti molto raffinati, contrario persino agli sport violenti. La signora Diggle ha detto di lui che non avrebbe osato uccidere uno scorpione. Era astuto, intelligente, un vero uomo d'affari. Aveva ereditato il benessere economico ma non aveva approfittato della sua posizione. Lavorava con entusiasmo e con grande rispetto per tutti i suoi dipendenti. Era generoso, previdente e sensibile. Si impegnava non soltanto per il proprio benessere e per quello dei SUOl impiegati, ~ma occupava anche ruoli ufficiali a Barbados e dedicava molto del suo tempo al benessere della collettività. Questo è l'uomo pubblico, l'immagine che di lui hanno suo fratello, gli amici e i conoscenti. Ma esiste un altro Henry Slanning; spirito indagatore, sempre alla ricerca di nuove esperienze conoscitive, un gran lettore, un pensatore sottile. Ha moltissimi interessi: ma soltanto alcuni temi possiedono per lui un fascino particolare. Sopra tutti gli altri uno attrae con forza il suo interesse: è un tema morboso, difficile da associare ad un uomo giovane, di soli trentacinque anni, ricco, forte e papolare. Non ci possono essere dubbi. Anche nel corso delle altre indagini private era emerso questo stesso tema che ricorre cosí di frequente nei suoi studi. Henry Slanning esprime il suo giudizio definitivo su questo argomento; indaga nella letteratura profana in cerca di una conferma e riesce a trovare una giustificazione che lo soddisfa anche nella storia cristiana. « Ma ritorneremo su questo. Per il momento è sufficiente dimostrare che quello che al principio è soltanto un interesse accademico si trasforma in un problema e in una tentazione personale. Aveva sperimentato tutto quello che la vita può offrire e realizzato al massimo le proprie ambizioni, o per lo meno cosí sembrava, quando si trovò ad affrontare una esperienza per lui nuova e tremenda: si innamora per la prima volta. Suo fratello --che gli era stato sempre vicino--ci assicura che fino a quel momento non aveva mai manifestato e dichiarato affetto per una donna. Non ne abbiamo le prove ma è ragionevole presumere che nessuna passione lo avesse travolto prima di innamorarsi di May Warrender. Non possiamo però affermarlo con certezza; Amos Slanning aveva ignorato fino al momento della morte del fratello questo amore e quindi non si può escludere che Henry fosse stato innamorato altre volte. « Di certo nutriva un profondo affetto per May Warrender, anche se il suo carattere schivo e sensibiI~ lo spingeva a tenerlo nascosto a tutti, salvo che a lei. La corteggiò con la delicatezza, la discrezione e la raffinatezza propria di un uomo come lui; si può immaginare che lo facesse confidando nel successo, perché la vita fino a quel momento era stata per lui facile e fortunata. Aveva molte cose da offrirle, ma l'oggetto del suo interesse, per quel che ne sappiamo, non sapeva apprezzarle; inoltre è proprio la ragazza a dichiarare che per lungo tempo non ha capito il senso piú profondo della sua amicizia. Soltanto poche donne, non sapendo bene che cosa è l'amore, lo avrebbero respinto. Lei, nella sua innocenza, aveva accettato la sua corte e lui non poteva sospettare che sarebbe stato respinto. Voglio mettere l'accento sulla gravità~della delusione di Slanning quando si rese conto che le sue speranze erano vane. Sono convinto che il trauma del rifiuto fu cosí violento e totale che Henry Slanning, come uomo che non aveva mai amato la vita per se stessa, si ribellò in quel momento contro di essa, sentendo la propria esistenza come una tirannia insopportabile. Se si tiene conto della sua straordinaria intelligenza è ragionevole supporre che sarebbe sopravvissuto a quella penosa esperienza e, come ogni uomo normale, avrebbe superato la delusione; ma non fu capace di aspettare. Tornò ai suoi studi filosofici e, provato dalla sorte, una sorte che sino a allora era stata generosa con lui, ritrovò in quel tema non piú uno spunto per la riflessione ma un invito all'azione. « Questo tema, idea dominante nella sua mente, era il suicidio. Lo testimoniano mille volte i suoi scritto ti. Quando riflette sull'amore, la speranza, la fede, l'onore, il dovere e simili argomenti, come un fantasma in pieno giorno, si insinua la volontà di autodistruzione. Non può farne a meno. C'è un fascino particolare per lui in quel tema su CUl ritorna di continuo. Vizia le sue meditazioni; come un filo nero, il suicidio serpeggia nella matassa dei suoi pensieri. Non tralascia un solo testo alla ricerca di modelli significativi. « Sostiene con i grandi pagani che vivere nel bisogno, nel disonore e nella sofferenza è una pazzia. Riecheggia le parole di Catone, Pomponio Attico, Epicuro. Cita Seneca, " Malum est in necessitate vivere, necessita.~ nulla est". E miserabile vivere nel bisogno, non c'è nessuna necessità di vivere nel bisogno. Afferma, con Marco Aurelio, che se la capanna brucia l'uomo saggio l'abbandona. Dice con Quintiliano: "Nemo nisi sua culpa diu dolet". Nessun uomo sopporta il dolore se non per propria colpa. Non si limita ad attingere al pensiero dei pagani per giustificare il suicidio, né gli bastano i medi o i persiani, i greci e i romani o tutti i popoli dell'antichità che gli forniscono esempi ammirevoli e degni di un gesto che i cristiani in genere considerano peccato. Cerca altri esempi nella Bibbia e ne trova nei libri apocrifi uno autentico, quando Razis, uno degli anziani di Gerusalemme, si u«ide (Maccabei, 2) e lo storico plaude al suo gesto. Non trascura illustri figure della chiesa cattolica, Pelagia e Sofronia, canonizzate per il loro santo martirio. Jacques du Chastel, vescovo di Soissons, che affrontò da solo un esercito e si annientò gloriosamente per la propria fede. Cita anche per esteso la famosa apologia del suicidio di John Donne, Biathanatos. « Per finire, afferma con Cicerone che un saggio deve abbandonare la vita all'apice della prosperità ed elabora uno scritto to su queste parole di Giuseppe: l'uomo che muore prima e l'uomo che vive piú del dovuto sono pa rimenti Vili. « Per quanto riguarda dunque Henrv Slanning, sonoconvinto che a seguito della delusione amorosa, la vita perse sapore per lui. Scelse il suicidio per istinto e per convinzione, ormal sicuro che un simile gesto trovasse giustificazione e conferma- nel pensiero filosofico. Ma lasciamo per un momento questo infelice idealista con la sua decisione; rivolgiamo la nostra attenzione alle altre due vittime della tragedia della Pelican. Per quanto riguarda John Diggle, il guardiano notturno, il suo carattere non presenta nessuna difficoltà di interpretazióne. Era un uomo retto, semplice, senza nemici, buon marito, buon padre, onesto e leale dipendente. Continuava la tradizione di suo nonno e di suo padre e lavorava con un solo obiettivo: il benessere dei propri padroni. Il suo rapporto con gli Slanning era molto di piú di un normale rapporto tra padroni e servi. Loro lo apprezzavano per quello che era e in ogni occasione gli dimostravano il proprio affetto e la propria stima. « Il compito di quest'uomo era sorvegliare la piantagione durante la notte; sappiamo che esiste una vecchia legge non scritto ta ma accettata da tutti: chiunque rubi nei campi di canna da zucchero lo fa a proprio rischio. In passato i ladri di canna venivano uccisi come i cacciatori di frodo e i ]adri comuni in Inghilterra. L'affermarsi di principi umanitari ha messo in disuso metodi cosí energici. Cent'anni fa erano considerate legittime le piú barbare torture fisiche che oggi sono ufficialmente dichiarate illegittime. E appunto il caso di questa antica prescrizione dell'epoca degli schiavi; ecco perché possiamo affermare che John Diggle non avrebbe mai sparato contro un ladro se non gravemente provocato. « Eppure qualche giorno prima della sua fine una nu be offusca la vita di John Diggle. E importante dare aquesta vicenda il rilievo che merita perché su di essa ho fondato la teoria che le esporrò: non possiamo non tenere in giusto conto la dichiarazione rilasciata dalla signora Diggle a Barbados. Se sarà necessario potremo interrogarla di nuovo anche se, a mio avviso, ha già detto tu~to quello che era importante sapere per noi. Vediamo di che cosa si tratta. « Racconta che negli ultimi tempi il marito ritornava a casa di malumore. L'uomo all'inizio nega il proprio turbamento, poi di fronte all`insistenza della moglie impreca contro i ladri di canna da zucchero; il suo astio riflette la preoccupazione del padrone. Henry Slanning ha rimproverato Diggle perché non esegue bene il proprio dovere di guardiano e dimentica come vanno trattati i ladri. « Dunque, poco prima della tragedia, John Diggle è stato rimproverato per trascuratezza nel suo lavoro; decide allora, succeda quel che succeda, di obbedire agli ordini del padrone alla lettera. Vedremo poi di che ordini si tratti; è chiaro comunque che John Diggle non si aspettava quel tipo di ordini da Henry Slanning. Ne fu sorpreso e molto. Innanzitutto era strano che Henry Slanning si preoccupasse dei piccoli furti di canna e si desse veramente pensiero per tali banalità. Inoltre è altrettanto strano che tentasse di porre fine a quella situazione ricorrendo a misure troppo severe e ormai cadute in disuso, che lui st~sso avrebbe condannate per primo. Ecco l'interpretazione che io do del turbamento di Diggle e della sua decisione di agire di conseguenza. E deciso ad obbedire a tutti i costi, senza preoccuparsi di quello che potrà succedere. E Diggle sapeva bene che poteva succedere qualcosa di grave, ma aveva ricevuto ordini precisi e non poteva fare a meno di obbedire, anche se quegli ordini lo avevano sorpreso, anzi spaventato. « Ma lascianmo anche lui alle soglie della tragcdia e rivolgiamo la nostra attenzione a Solly Lawson. Quello che so di lui mi è sufficiente per interpretare il suo carattere. Questo giovane mulatto non è cne un ado'escente passionale, animalesco, ma non malvagio. Sensuale, pigro, irascibile e fannullone, ma intelligente e vivace. La cosa piú importante per noi è però la sua totale devozione per i padroni. Infatti la sua completa mancanza di scrupoli quando ruba non toglie niente al suo affetto per quei due gentiluomini che gli avevano perdonato tante colpe e procurato un posto di lavoro. Solly La~n era capace di rubare di notte nella piantagione di Henry Slanning e di morire per lui l'indomani. Questa affettuosa devozione, tipica di molti uomini di colore, faceva parte del carattere del giovane Lawson. Molto spesso aveva parlato a sua madre della sua grande stima per i padroni. « Infatti che cosa afferma la signora Lawson? "Solly è un impulsivo, senza freni, impetuoso. Nel bene e nel male agisce in maniera impulsiva. " Poi aggiunge, e questo è di particolare importanza, che l'affetto del figlio per i padroni è tale che si sarebbe fatto uccidere per loro. Si capiscono molte cose da questa affermazione. Non va dimenticato poi che Solly non serbava rancore a John l)iggle. Anche se Diggle lo aveva fatto mettere in prigione Solly, una volta tornato in libertà, non avrebbe mai ceduto ad un impulso di violenza verso il guardiano; come diceva la madre per lui "il ~assato era passato " . « Questo è il ritratto del terzo dei nostri morti; la sua personalità è delineata adesso con chiarezza. « Se fosse stato diverso, se Diggle fosse stato diverso, se Henry Slanning fosse stato diverso, la mia ricostruzione dei fatti che li hanno portati alla morte sarebbe stata impossibile; ma essa si fonda sull'unico principio valido per ogni interpretazione, il principio della per sonalità; in questo caso, devo dire, con mio sincero stupore, che la trovo addirittura esauriente per i nostri fini. Avevo sospettato che qualunque teoria basata unicamente sull'analisi della personalità avrebbe avuto bisogno del sostegno di altri elementi, una volta arrivati ai dettagli. Fin dall'inizio mi ero predisposto a tener conto delle probabilità, ad affrontare un faticoso e sottile lavoro d'indagine per ricostruire i fatti, sbrogliando i fili di una matassa ingarbugliata. Addirittura avevo temuto che gli aspetti piú noti della personalità di Henry Slanning mi potessero confondere e mi impedissero di ricostruire l'intera vicenda. Con mia grande soddisfazione ho scoperto che non era cosí. Nei fatti, si sa, l'effetto segue sempre la causa, con chiarezza, lucidamente, secondo la personalità di ciascuno; il motivo si rivela soltanto alla fine, come il sole che appare da dietro una nuvola. Gli avvenimenti si sono succeduti in maniera logica e inesorabile. Tutto doveva accadere come è accaduto; non c'era nessuna altra possibilità. « Henrv Slanning è l'unico responsabile di tutta la concatenazione degli avvenimenti. Ha progettato un'azione ben precisa; ha preso accuratamente tutte le misure necessarie per garantirne il successo. Ma una volta portato a termine il proprio piano, un incidente ha scatenato altri eventi che lui non aveva previsto: fatali per il secondo ed il terzo attore del dramma. « Siamo alle soglie del nostro mistero. « Quando la casa dorme, Henry Slanning si alza e si avvia verso la piantagione; sceglie proprio quella parte dove pensa che si trovi John Diggle, con il suo fucile in spalla. Slanning va premeditatamente incontro alla morte. Vuole morire, ma non per propria mano. E nella sua natura; anche se cerca la morte non è capace di uccidersi. In qualche modo ha tentato di farlo. Ha mosso i primi passi verso questo obiettivo. Il revolver trovato accanto al suo cadavere è stato ordinato da lui alla ditta Forrest, New Street, Londra. L'ha ordinato, una settimana dopo la sua grande delusione, e lo ha ricevuto insieme ad una scatola di cento proiettili. Ma non se ne è servito. In qualche momento avrà pensato di farlo; forse quando soffriva per l'amarezza del rifiuto. Senza dubbio una momentanea aberrazione lo ha spinto ad ordinare l'arma; ma molto pri!ma che gli arrivasse ha recuperato quel tanto di equilibrio da rendere impossibile quel gesto. « Perché allora andò alla piantagione con l'arma scarica? Per garantirsi la reazione di John Diggle. ~sci in pigiama, una leggera giacchetta di lana d'alpaca, un grande cappello di paglia, uguale a quello che usano i negri. ~osí vestito, a quell'ora, in quel luogo, sarebbé certamente stato scambiato per un volgare ladro; sapeva bene di avere detto a Diggle qual era il suo dovere in un'occasione simile, sparare a vista contro chiunque ed era certo che lo avrebbe fatto. Il revolver fu un'ispirazione dell'ultimo momento, pensata per annullare ogni possibile esitazione di Diggle. Diggle avrebbe gridato il "Chi va la?" e non ricevendo risposta avrebbe sparato. Se fosse stato il ladro stesso a gridare "Chi va là?", si poteva essere certi che avrebbe sparato senza fallire il bersaglio. « Due di questi uomini sono morti nella radura dove già era stata tagliata la canna. Le mappe del luogo mostrano il sentìero che passa attraverso quella radura e prosegue verso la scogliera. Henry Slanning sceglie quella zona scoperta e comincia a tagliare canna con una accetta. Sa che nel silenzio della notte quel rumore arri verà subito alle orecchie di John Diggle. E cosí accade. Immediatamente il guardiano si precipita lí; pochi secondi dopo sopraggiunge Solly Lawson, in cammino verso casa, per la scorciatoia fra le canne. « Vediamo quello che accade con gli occhi di Solly Lawson. « Vede che Diggle si ferma di colpo e un uomo gli balza davanti. Il ladro si avvicina con la testa bassa e, in risposta all'ordine di Diggle di arrendersi, estrae un revolver e mira al guardiano. Il metallo brilla alla luce della luna: Diggle sa che deve sparare per primo, se ne ha il tempo. Spara e lo sconosciuto cade. Solly vede Diggle che lascia il fucile e si precipita verso l'uomo che ha colpito. Vede che il morto è Henry Slanning; giace a terra con il capo scoperto, illuminato dalla luce della luna. Solly ha visto tutta l'azione, cosí come l'aveva preparata e progettata il morto; c'è un solo de~taglio non previsto, il !sopraggiungere del giovane Lawson, fatale per lui e per Diggle. « L'ha appena visto uccidere il suo amato padrone; quello spettacolo orribile lo spinge alla vendetta immediata. Un solo attimo di riflessione avrebbe salvato entrambi; ma Lawson non riesce a riflettere. Vede l'assassino correre verso l'uomo steso a terra e, fuori di sé, agisce impulsivamente; non esita neanche un secondo, afferra il fucile di Diggle, forse grida alcune frasi infuriate, piene di odio e spara la seconda cartuccia sul corpo del guardiano inginocchiato a poca distanza. Poi butta il fucile e si precipita verso il morto; solo allora scopre di avere ucciso John Diggle. Si alza, corre, vuole dare l'allarme, mentre il corpo di Diggle giace riverso su quèllo del padrone e il loro sangue si mescola. Ma i piedi di Solly corrono sempre meno veloci, la sua spinta si esaurisce. Il suo cervello impazzito comincia a lavorare e ~di colpo capisce ciò che ha fatto. E un brutto sogno da cui si risveglierà o è la verità che il suo padrone e John Diggle giacciono morti nella piantagione e che lui stesso è un assassino? Allora comincia a valutare la propria posizione. ~hi potrà mai credere che John Diggle ha assassinato Henry Slanning? Ci vorrebbero prove impossibili. Come potrebbe la parola screditata di Solly convincere qualcuno ? « Potrebbero scriversi molte pagine sui pensieri di Solly in quel frangente; si potrebbe descrivere come, a poco a poco, abbia esaurito la sua capacità di pensare, per finire in una situazione disperata. Ma ci vorrebbe un artista piuttosto che un investigatore per dipingere adeguatamente il quadro della sua orribile caduta. Se fosse ritornato a casa per chiedere consiglio a sua madre, forse avrebbe intravisl:o uno spiraglio di luce; non lo fece. I pensieri del ragazzo divennero sempre piú cupi ed il futuro gli parve ormai senza speranza. « Un uomo piú astuto o un crin~ die ~ si~uru ~v1~6be mantenuto il silenzio e continuato per la sua strada, tenendo il segreto per sé, certo che non lo avrebbero mai collegato a quel delitto. Ma quest'uomo era ingenuo, impulsivo, ma non criminale. Suppongo che la sua mente abbia ceduto alla tensione; si può solo immaginare con quale terrore sia arrivato alla conclusione che, prima o poi, lo avrebbero accusato di un doppio crimine. I precedenti erano contro di lui e non ci sarebbe stato nessuno disposto a dire una sola parola a suo favore. Aveva lasciato Bridgetown la notte prima e si era diretto verso casa all'alba. Tutto quello che poteva raccontare era di avere visto John Diggle u«idere Henry ~Slanning e di avere vendicato il suo padrone con le proprie mam. Una simile confessione sarebbe stata una condanna. « Si può prevedere con una certa sicurezza, a mio parere, il risultato dei pensieri di Solly Lawson. Capisce in quell'ora meno vitale della mattina, che è meglio morire piuttosto che vivere affrontando ciò che lo aspetta. Inconsciamente ha camminato verso casa e si trova sulla strada che conduce alla scogliera. Il mare è lí, proprio sotto i suoi piedi, soltanto pochi minuti di sofferenza e tutto sarà finito. Meglio morire cosí che sulla forca. « Di nuovo agisce per impulso. Non vede un barlume di speranza, desidera soltanto porre fine al suo tormento prima possibile. Ormai estenuato si abbandona alla disperazione, deciso a scomparire dalla faccia della terra per sempre, senza lasciare nessun indizio che possa collegarlo ai due morti della piantagione. Si getterà dalla scogliera in mare, dove nessuno potrà piú trovarlo. Ma un istinto frequentemente osservabile nei suicidi, cercare la morte in due modi diversi, si manifesta anche in Solly Lawson, in quel momento estremo. Spesso gli uomini si uccidono in questa doppia maniera; di certo c'è in loro un sottile istinto che tende a rendere meno terribile la morte. Un uomo berrà prima veleno e poi si sparerà un colpo alla tempia, o come questo ragazzo disperato, si taglierà la gola e si getterà nel vuoto, con le poche forze che gli restano. « Cosí fece Solly; se fosse caduto, come era sua intenzione, nelle profondità del mare, nessuno mai sarebbe arrivato ad una spiegazione di queste tre morti. Ma il suo corpo si è fermato su uno scoglio, dove è stato ritrovato, rivelando cosí il suo segreto, e se non mi sbaglio, assumendo un ruolo fondamentale in questa misteriosa vicenda. « Questo è quanto accadde, secondo la mia interpretazione. Se qualcuno o6iettasse che non esiste una sola prova tangibile a sostegno della mia ipotesi, non potrei negarlo. Devo ammettere che propongo solo una teoria che concatena i fatti; la realtà non permette niente di piú. Il mio punto di vista, le ripeto, si basa su aspetti psicologici, interpretati come i fondamenti piú certi di un'azione. Dato che questi tre uomini hanno agito esattamente come le circostanze lasciavano prevedere, è difficile, anzi per me impossibile, pensare un'altra spiegazione logica della loro imorte. M. Duveen. » Resta da dire infine che, mentre molti accettarono le conclusioni di Duveen, altri le respinsero e, tra questi, come Duveen stesso aveva previsto, Amos iSlanning. Sostenne che la spiegazione della morte di suo frateilo era una pura fantasia; anche se come venni a sapere da varie fonti, la maggior parte degli amici e dei conoscenti di Henry Slanning, nelle Indie occidentali, era convinta che i fatti fossero veramente andati cosí. Anche se all'inizio respinsero quell'ipotesi, quando si furono abituati all'idea, finirono per crederci. La probabilità che quella fosse l'unica spiegazione possibile crebbe anziché diminuire. Quanto a Michael Duveen, non ebbe mai dubbi sulle ~ue conclusioni e, pur-rifiutando i generosi onorari che gli venivano offerti da un rliente che non era convinto, considerò sempre il caso come una delle sue migliori prove di analisi. -- E un esempio tipico--ripeteva spesso--d~i come qualche volta il movente può essere scoperto attraverso l'analisi della personalità di un individuo, quando ogni altra via è preclusa perché la morte impedisce di percorrerla. Io, pers~nalmente, ho sempre dubitato di quelle prove circostanziali piú chiare che contraddicono però le caratteristiche del cc,mportamento e del modo di agire di un uomo. E vero che in molti casi un individuo di buona reputazione può anche arrivare al delitto (la tentazione può spezzare sbarre di ferro con la stessa forza di una sega). Tuttavia, quando si conoscono l'indole di un uomo e le sue inclinazioni, si può dubitare obiettivamente di ogni azione che contraddica la sua condotta passata e ritenere degni di attento studio gli elementi che invece la confermino. Graham Greene Un cantuccio appartato dalle parti di Ed~ware Road Graham Greene, celebre scritto tore inglese nato a Berkhamstead nel 1904, è autore di numerosi racconti e di romanzi, alcuni dei quali noti come « divertimenti », sono autendci thrillers, essenzialmente basati sull'azione. Tra questi ricordiamo Stambul Train. 1932 (Il ~reno d'Istambul); A Gun for Sale, 1936 (Una pistola in l~endita) The Confidential Agent, 1939 (Missione confidenzzale), The Ministry of Fear, 1943 (Quinta colonna), Our Man in Havana, 1958 (Il nostro agente all'Avana). Avventura e suspense sono caratteristiche ~ostanti della narrativa di G. I suoi personaggi, generalmente individui socialmente emarginati e costretti alla fuga, sono spesso [ormentati da profonde crisi morali che riflettono le preoccupazioni dell'autore convertitosi al cattolicesimo nel 1927 nei confronti della grazia e della misericordia divina. Citiamo inoitre, tra le sue opere piú importanti, The Povver the and Glory, 1940 (Il potere e la gloria); The Heart of the Matter, 1948 (Il nocciolo della questione); The Quiet American, 1955 (Il tranquillo americano); The Honorary Consult 1973 (Il console onorario); The Human Factor, 1978 (Il fa~tore uman~ Titolo originale: A Little Place off the Edgware Road Traduzione di Piero Jahier e May Lis Rissler Stoneman (unica traduzione autorizzata) in Al di là del ponte e altri racconti, Milano Mondadori, 1958 poi in Amori facili, amori difficili, ivi, 1977 Craven oltrepassò la statua di Achille nella pioggerella estiva. Era appena scoecata l'ora di accensione dei lumi, ma già le macchine si erano allineate lungo tutto il cammino per l'Arco Marmoreo, e gli avidi visi scaltri apparivano ansiosi di darsi buon tempo con qualunque cosa potesse capitare. Craven ,li sfiorava amaro, col bavero del suo impermeabile avvolto stretto intorno alla gola: era in una delle sue giornate brutte. Tutto il percorso attraverso il parco gli faceva tornare in mente la passione amorosa, ma per l'amore ci volevan quattrini. Tutto quanto potesse afferrarne un poveretto, era la lussuria. Per l'amore occorreva l'abito buono, la macchina, un appartamento da qualche parte, o un buon albergo. Occorreva poterlo rinvoltare nel cellofane. Tutto il tempo era conscio di quella sua cravatta di raion sotto l'impermeabile, di quelle sue maniche bagnate: si tirava dietro il suo corpo come qualcosa di odioso. (Potevan prodursi degli istanti di felicità nella sala di lettura del British Museum, ma quel suo corpo lo richiamava indietro.) Portava seco, come unico sentimento, il ricordo di qualche sozza impresa compiuta sulle panchine del parco. La gente parlava come se il corpo morisse troppo presto--questo non era minimamente il cruccio di ~raven. Il corpo continuava a vivere-- e attraverso ~uella pio~ia scintillante, mentre si indirizzava ad una tribuna, eccoti passare un omarino tutto in nero, con uno stendardo: « Il corpo risusciterà ». Si risovvenne di un sogno dal quale si era destato tremando ben tre volte: si trovava solo nell'immenso cavernoso cimitero di tutto il mondo. Sottoterra, ogni tomba era collegata con un'altra: il globo era bucherellato come un alveare al servizio dei morti e, in ogni occasione del sogno, aveva nuovamente scoperto l'orribile fatto che il corpo non si corrompe. Non ci sono né vermi né decomposizione. Sottoterra, il mondo era cosparso di ammassi di carni morte pronte a risuscitare coi loro foruncoli i loro tumori e le loro eruzioni. Era rimasto a letto e si era ricordato come di una « buona novella » che, dopo tutto, il corpo era corrotto. Sboccò in Edgware Road camminando svelto --le Guardie erano in giro a coppie, grandi languide bestie allungate--corpi che parevano vermi, in quei pantaloni attillati... Le odiava, e odiava il proprio odio, perché sapeva cos'era: invidia. Era conscio che ognuno aveva un corpo piú bello del suo: l'indigestione Igli raggrinziva lo stomaco; era sicuro di aver l'alito infetto... ma a chi chiederlo? A volte si toccava qua e là segretamente, con qualche profumo: era uno dei suoi piú brutti segreti. Perché chiedergli di credere nella risurrezione di quel corpo che desiderava dimenticare? A volte, la notte, pregava (uno spunto di fede religiosa si annidava nel suo petto, come un baco in una noce) che, ad ogni modo, almeno il suo corpo potesse non risuscitare. Conosceva fin troppo bene tutte le vie laterali intorno a Edgware Road; quando era di cattivo umore, camminava semplicemente finché non fosse stanco, sbirciando la propria immagine nelle vetrine di Salmon e Gluckstein e negli A. B. C. Cosí, scorse immediatamente i manifesti davanti al teatro fuori uso di ~Culpar Road. Non erano insoliti, perché quakhe volta i filodrammatici della Banca Barcla~s prendevano in affitto il locale per un pomeriggio o un film oscuro ci veniva gratuitamente proiettato. Il teatro era stato costruito nel 1920 da un ottimista che riteneva che il basso prezzo del terreno avrebbe piú che compensato lo svantaggio di trovarsi a un miglio di distanza dalla zona abituale dei teatri. Ma nessuno spettacolo era riuscito, e~presto era stato abbar.donato a guarnirsi di tane, di topi e di ragnatele. La copertura dei sedili non era stata piú rinnovata, e tutto quanto gli era toccato in sorte era s~ata la casuale falsa animazione di qualche produzione dilettantesca, o di qualche rappresentazione gratuita. Craven si fermò e lesse: sembrava che tuttora, nel 1939, esistessero degli ottimisti, perché nessuno, salvo l'ottimista piú cieco, avrebbe potuto sperare di far quattrini in quel locale con la: « Società del Film muto ». Era annunziata la prima stagione di « primitivi » ~frase presuntuosa): non ce ne sarebbe mai stata una seconda. Be', i prezzi eran bassi, e forse valeva la pena per lui di spenderci uno scellino, adesso che era stanco, per ricoverarsi da qualche parte, fuor della pioggia. Comprò un biglietto, e penetrò nella tenebra dei sedili. In quella morta tenebra, un piano accennava qualcosa che ricordava monotonamente Mendelssohn: si sedette, in un posto sul passaggio, e immediatamente si sentí intorno il vuoto totale. No, non ci sarebbe mai stata altra stagione. Sullo schermo una donna formosa, in una specie di toga, torceva le mani, poi mosse traballando con certe mosse a scatti, verso un letto. Quivi sedette, fissando insensata come un cane da pastore attraverso la sua nera disciolta ed elastica capigliatura. A momenti sembrava si dissolvesse in puntini bagliori e righine ondulate. Un sottotitolo spiegava: « Pompilia tradita dall'amato Augusto, cerca la fine dei propri affanni ». Craven cominciò finalmente a vedere: un indistinto deserto di sedili. Non potevano esserci nemmeno venti persone in quel locale: qualche coppia che bisbigliava mentre le teste si toccavano, e un certo numero di solitari come lui, indossanti la stessa uniforme: l'impermeabile di poco prezzo. Eran sparsi qua e là come cadaveri: e di nuovo gli tornò l'ossessione: il mal di denti dell'orrore. Si disse disfatto: « Io sto diventando matto: i'altra gente non sente a questo modo ». Anche un teatro fuori uso gli rievocava quelle immense caverne dove cadaveri aspettavano la risurrezione. « Schiavo della propria passione, Augusto chiede sempre piú vino. » Un grosso attore teutonico di mezz'età giaceva sostenendosi sul gomito cingendo col braccio una donna formosa in un cambio di scena. La Canzone di Primavera seguitò a essere strimpellata scioccamente, e lo schermo vacillò in preda a un'indigestione. Qualcuno si fece strada tra il buio, strisciando oltre le sue gino«hia, un omarino; e Craven provò la spiacevole sensazione di una vasta barba che gli sfiorava la bocca. Poi ci fu un sospirone, e il nuovo venuto trovò il sedile vicino, mentre sullo schermo gli avvenimenti si eran prodotti con tale rapidità che Pompilia si era già pugnalata--o cosí ritenne--e giaceva immobile e pettoruta tra le sue schiave piangenti. Una voce sommessa e affannosa gli sospirò all'orecchio: - Cos'è successo? ~ addormentata? - No. Morta. - Assassinata?--chiese la voce con intenso interessamento. --Non credo. Autopugnalata. Nessuno zittí; nessuno era abbastanza interessato da opporsi a una voce; giacevano tutti rilassati tra quei sedili vuoti, in atteggiamenti di annoiata disattenzione. Il film era tutt'altro che finito: vi erano dei figlioli da venir presi in un modo o nell'altro in considerazione: sarebbe seguitato fino a una seconda generazione? Ma l'omarino barbuto sul sedile accanto sembrava s'interessasse soltanto della morte di Pompilia. Apparentemente il fatto di essere entrato in quel momento lo affascinava. Craven gli sentí pronunziare due vòlte il vocabolo:--Coincidenza--e seguitò a parlare tra sé, in toni sommessi e affannosi.--Assurdo se si fa tanto di rifletterci,--e poi:-- Neanche una goccia di sangue. Craven non ascoltava; stava seduto con le mani strette tra le ginocchia, affrontando il fatto che aveva tante volte affrontato, cioè che si sentiva diventare matto. Doveva riprendersi, andare in vacanza, consultare un medico (Dio solo poteva sapere quale infezione g~,corrcs~e nelle ne). Riuscí a rendersi conto che il suo vicino barbuto gli si era rivolto direttamente: --Cosa?--chiese impaziente.--Cosa ha detto? Avrebbe sanguinato piú di quanto lei possa figu rarsn --Di cosa parla? Quando l'uomo gli rispose, lo spruzzò di un fiato umidiccio. Nel suo modo di discorrere vi era un balbettio, una specie di impedimento. Disse: --Quando si ammazza un uomo... --Quella era una donna--corresse Craven, impa Ciò non farebbe alcuna differenza. - E ad ogni modo questo non ha nulla a che fare con un assassinio. --Non significa nulla.--Sembrava che si fossero in filati in un'assurda disputa senza senso, in quel buio. --Io me ne intendo, vede--disse l'omarino barbuto con tono di enorme sufficienza. --Di cosa? --Di cose simili--rispose quello, con guardinga ambiguità. Craven si voltò e cercò di vederlo chiaramente. Era pazzo? Era quello un monito su ciò che poteva diventare anche lui: balbettare in modo incomprensibile a degli sco nosciuti per i cinema? Pensò: « Perbacco, no » cercandodi vedere: « Sarò sano di mente ancora. Voglio esser sano ». Non poté distinguere che un piccolo corpo nero tutto rannicchiato. Quell'individuo aveva ricominciato a parlare tra sé. Diceva: « Chiacchiere. Chia«hiere simili. Diranno che è stato tutto per cinquanta sterline. Ma è una menzogna. Motivi su motivi. Ma prendono sempre il primo. Non guardan mai dietro. Trent'anni di motivi. Che scimuniti » aggiunse di nuovo con affannoso e sfrenato orgoglio. Cosí, era quella la pazzia. Finché avesse potuto rendersene conto, avrebbe potuto conservarsi in sé, relativamente parlando. Forse non cosí i~n sé come i ricercatori nel parco o come le Guardie di Edgware Road, ma piú sano di costui. Fu una specie di messaggio di incoraggiamento mentre il piano seguitava a strimpellare. Poi l'omarino si volse di nuovo, e lo spruzzò di saliva. --Suicida eh? Ma come si fa a saperlo? Non è solo il problema di chi stringa il pug~nale.--Posò una mano a un tratto, fiduciosamente, su Craven: era umidiccia e appi«icaticcia: Craven disse inorridito, mentre un possibile significato gli si insinuava nella mente: --Ma di cosa parla? -- Io me ne intendo,--ripeté l'omarino.--Un uomo nella mia posizione finisce per capire ogni cosa. -- Qual è la sua posizione?--interrogò Craven, sentendo quella mano umidiccia sulla propria, cercando di decidere se fosse isterico olno: dopo tutto vi erano dozzine di spiegazioni; poteva trattarsi di melassa --Una posizione assolutamente disperata, direi. -- A volte la voce gli moriva addirittura in gola. Qualcosa di incomprensibile era accaduto sullo schermo--basta levar gli occhi un momento da quelle immagini primitive, che l'intreccio ha già tirato avanti con un'andatura... Solo gli attori si muovevano pigramente a scatti. Una giovane in abito da sera sembrava piangesse nelle braccia di un centurione romano: Craven non aveva veduto finora nessuno dei due: « Non temo la morte, Lucio, nelle tue braccia ». L'omarino cominciò a ridacchiare, con intenzione. Aveva ripreso a parlare tra sé. Sarebbe stato facile ignorarlo completamente, non fosse stato per quelle mani umidicce che ora aveva ritirato; sembrava cercasse a tastoni il sedile che aveva davanti. Il suo capo aveva l'abitudine di lasciarsi penzolare all'improvviso da una parte, come un bimbo idiota. Disse distintamente e trascuratamente: -- La tragedia di Bayswater. --Cos'è stata? -- chiese Craven immediatamente. Aveva veduto quelle parole in un'edicola prima di entrare nel parco. -- Cosa? --Quella tragedia. --Pensare che chiamano Bayswater le scuderie di Cullen. A un tratto l'omarino cominciò a tossire volgendo il viso verso Craven e tossendo proprio nella sua direzione. Una specie di vendetta. La voce disse avvilita:--Mi lasci guardare. L'ombrello.--Stava alzandosi. --Non aveva ombrello. -- L'ombrello,--ripeté l'altro.--L'om...--e parve perdere del tutto la parola. Se ne andò strisciando al passaggio contro le ginocchia di Craven. Questi lo lasciò andare, ma prima che avesse raggiunto le ondeggianti tende polverose dell'uscita, lo schermo si fece bianco e chiaro: la pellicola si era rotta, e qualcuno accese immediatametne un lampadario soffocato dal sudicio. La luce fu sufficiente perché Craven potesse scorgere l'umidiccio sulle sue mani. Quello non era isterismo: era un fatto. Non era pazzo: era stato seduto vicino a un pazzo che in certe scuderie... che si chiamavano Colon, Collin... Balzò in piedi e si aperse il cammino da sé: il tendone nero gli sbatté sulla bocca. Ma era in ritardo: il pazzo era scomparso e vi erano tre svolte tra cui sce gliere. Scelse invece una cabina telefonica, e compose,con una sensazione strana per lui di salute e decisione, il numero 999. Bastarono due minuti per avere l'ufficio competente. Furono interessati e cortesissimi. Sí, c'era stato un omicidio in quelle scuderie... scuderie di Cullen. Il collo di un uomo era stato segato da un orecchio all'altro con un coltello, un delitto orrendo. Egli cominciò a narrar loro come si fosse trovato accanto all'assassino in un cinema: non poteva esser che lui; aveva del sangue sulle mani e ricordò con ripugnanza mentre parlava, quella barba umidiccia. Doveva esserci stata una orrenda perdita di sangue Ma la voce della polizia lo interruppe. --Oh, no--stava dicendo -- abbiamo catturato l'assassino, nessun dubbio al riguardo. ~ il cadavere che è scomparso. Craven buttò giú il ricevitore. Disse tra sé: « Perché doveva accader questo a me, proprio a me? ». Si sentí riportato negli orrori del suo sogno: quella squallida strada che si abbuiava lí fuori non era che una ~elle innumerevoli gallerie che mettevano in c~nunicazione l'una con l'altra le tombe dove riposavano gli incorruttibili cadaveri. Si disse: « E stato un sogno. i~: stato un sogno », e sporgendosi scorse nello specchio al disopra del telefono ll proprio viso spruzzato di stille di sangue simili alla ru glada di un polverizzatore. Cominciò a urlare: --Non voglio diventar matto. Non voglio diventar matto. Io sono in me. Non voglio diventar matto.--Subito cominciò a raccogliersi una piccola folla, e presto si avvicinò un agente. John Dickson Carr Persone o cose sconosciute John Dickson Carr (1906-1977), scritto tore statunitense, ha vissuto a lungo in Inghilterra. Ha pubblicato firmandosi anche Carr Dickson, Carter Dickson e Roger Fairbairn. Autore di piú di settanta romanzi polizieschi, C. deve la sua fama soprattutto a tre personaggi--Henry Bencolin, Dr. Gideon ~ell, Sir Henry Merrivale (« H.M. ») -- ciascuno dei quali protagonista, in qualità di investigatore, di numerose avventure. Spesso caratterizzati da elementi comico-farseschi l personaggi di Dickson Carr riescono a risolvere crimini apparentemente misteriosi e generalmente congegnati sull'ipotesi del delitto nella « camera chiusa ». Tra i suoi romanzi piú famosi ricordiamo Hag's Nook, 1933 (Il cantuccio della strega); The Three Coffins, 1935 (Le tre bare); The Crooked Hinge, 1938 (L'automa); The Plague Court Murders, 193~ (La casa stre~ata); The Emperor's Snuff-box, 19~3 (La tabacchiera dell'imperatore). Titolo originale: Persons of Things Unkhown Tr~ 7i~)nlo gli Lui~i Gabrielli -- In fin dei conti, è Natale,--disse il nostro anfitrione.--Perché non tirar fuori lo scheletro dal sacco? --O il gatto dall'armadio,--precisò lo storico che amava ripetere con esattezza anche le frasi fatte.--Par --Certo,--gli rispose.--Voglio sapere se chi dormirà nella stanzetta sopra la scala, sarà al sicuro. Aveva appena acquistato la proprietà e ci eravamo riuniti per inaugurarla. Io avevo deciso che bisognava animare la casa. Era una casa grande, umida, con le finestre alte, nascosta dietro una collina del Sussex. Dopo cena, ci eravamo riuniti in un gruppo intorno al fuoco, nel salone; un salone troppo lungo e pieno di correnti d'aria; sulle pareti, ricoperte da bei pannelli di noce, si riflettevano i molteplici e cangianti fulgori delle fiamme. Ma le correnti d'aria persistevano. A tutti noi, comunque, la casa piaceva. Aveva impianti di elettricita e riscaldamento modernissimi; tuttavia, quando si aprivano i rubinetti, rumori terrificanti salivano dalle tubature. Il passato s'era impadronito della casa, e si aveva la sensazione che persone o cose sconosciute la minacciassero. Cosí, quando il padrone disse con semplicita che poteva anche essere stregata, ciascuno di noi 5i volse verso la propria moglie. -- Lei non ci aveva mai detto che in c~ i f~cc~ n fantasma!--disse la moglie dello storico piuttosto spaventata. --Non ne sono sicuro,--rispose il nostro anfitrione con malta serietà.--Ma ho le prove che, un tempo, qui è accaduto quakosa di strano. Non si allarmi. Nessun mio amico ha ancora dormito in quella stanza. Ma, se preferite, possiamo cambiare argomento. -- Adesso che ha svegliato la nostra curiosità, dobbiamo andar avanti,--disse l'ispettore, commissario della polizia metropolitana. Fumava un grosso sigaro e pensava con soddisfazione all'esistenza di un eventuale fantasma.--Siamo nel luogo e nel momento adatto perché ci racconti quel che è successo. Di che cosa si tratta? -- Di qualcosa di sua competenza,--rispose lentamente il nostro anfitrione. Poi, fissando lo sguardo sullo storico: --E della sua. E una narrazione storica. Lei la chiamerebbe una favola storica, credo. --Forse. In che anno è accaduto? --Nel 1660. --Durante il regno di Carlo Il, vero Will? -- chiese la moglie dello storico. A volte lo annoiava con domande del genere.--Un'epoca appassionante. Mi affascina. Spero che nel racconto compaiano molti personaggi celebri. Lei sa che cosa voglio dire: Carlo Il, Buckingam e tutti gli altri. Da bambina, ricordo d'aver visto--e fece il nome d'un attore famoso--nel ruolo di David Farrick. Quel giorno ero eccitata. Speravo di trovare nel programma il nome di molte celebrità, come il dottor Johnson, e Goldsmith, e Burke, e Gibbson e Reynolds, e che apparissero in scena a ogni istante. Non ce n'era neppure uno. Mi sentii truffata prima ancora che si alzasse il sipario. Parlava senza convinzione. Lo storico guardò scetticamente al di soPra dei suoi occhiali. --L'avverto,--disse,--che se lei mi racconterà di aver trovato in una cassa documenti stinti dagli anni e ~1 ~ coperti da una scritto tura tremolante, li esaminerò con occhio professionale. E alla prima incongruenza... Ma anche lui parlava senza convinzione. Il nostro anfitrione era talmente serio che nel gruppo si fece un leggero silenzio. Eravamo a disagio. --No, non li ho trovati in una cassa. Me li ha dati il parroco. E non sono scritto ti con grafia tremolante. Non ve li posso mostrare perché li sto facendo ricopiare a macchina. E un diario intimo, molto voluminoso. E in gran parte noioso, anche se il secolo XVII mi interessa molto. Comincia nell'estate del 1660, subito dopo la Restaurazione, e finisce alla fine del '64. E stato scritto to dal signor Everard Poynter, padrone della magione di Manfred (a sei o sette miglia da qui) che a quei tempi era una fattoria Conosco Poynter,--aggiunse fissando pensosamente ii fuoco del caminetto,--conosco il suo carattere, so tutto della sua sciatica, conosco le sue opinioni sui montoni e sulla politica. So perché è andato a Londra a ballare sulla tomba di Olivier Cromwell e posso indovinare chi gli ha rubato i sacchi di biada durante la sua assenza Il giorno del suo matrimonio portava un berretto di castoro e scommetto che lo ha adoperato fino al giorno della sua morte. Nel diario, che il parroco mi ha prestato, parla molto della gente che lo circonda. I veri fatti, li conosco dal rapporto dell'indagine sul delitto. --Un momento!--disse l'ispettore rizzandosi sulla sua seggiola.--Povnter è morto per aver visto il fan tasma ? --No, affatto. Ma è stato uno dei testimoni. Ha visto un uomo ucciso da tredici pugnalate infertegli da una mano che non esisteva e da un'arma che non c'era. Cadde il silenzio. - Un delitto?--chiese l'ispettore. --Un delitto. -- Dove? --Nella stanzetta sopra la scala. La chiamavano « lo spogliatoio della signora ». Da un appartamento cittadino illuminato, si può benissimo dire che l'atmosfera di una casa non ipnotizza. Possiamo sentire il passare delle automobili che frenano bruscamente, possiamo maledire la radio del vicino. Non sentiamo ruggire il vento delle~colline, sappiamo che dietro a noi non si alza--in senso figurato--un muro fitto di ombre; sappiamo che a una cert'ora non dovremo andare in camera nostra, spegnare la luce e dar corpo a quel muro d'ombra. --Mi dispiace dirvi,--continuò il nostro anfitrione,--che nel racconto non compaiono nomi celebri. Con una eccezione, i suoi protagonisti non avevano alcun rapporto con la corte di Carlo Il, né con quella di Giorgio VI. Vivevano in un piccolo mondo affaccendato, forse ignorante. Quasi tutti sostenitori, accesi sostenitori, del re, fecero reincidere sui loro caminetti le armi degli Stuard, e si recarono trionfalmente a Londra solo per assistere, nell'ottobre del 1660, all'esecuzione dei regicidi. Il diario di Poynter è zeppo di questa gentucola, tra cui si incontra il possidente Radiow, a quei tempi padrone di questa casa e grande amico di Poynter. Vi si nomina anche la moglie di Radiow, Martha, e sua figlia Mary. La signorina Radiow aveva sedici anni. Non era di quelle che svengono facilmente. Poynter, cui piace entrare nei particolari, dice che era alta cinque piedi e aveva trentadue pollici di busto. « Graziosa e delicata » aggiunge, « occhi castani e bocca piccola, poteva tener testa a qualsiasi donna del contado nel maneggiare la conocchia; una volta, per scommessa, trangugiò una pinta di vino, e le piacevano gli spettacoli emozionanti, si trattasse della caccia all'orso o dell'impiccagione di un uomo. » Non parlo tanto per parlare. E tutto vero. Le piacevano anche i vestiti eleganti e i balli. Nell'estate del 1660, la signorina Mary si fidanzò cr~n Ri~hard Oaklev~ di Rawndene. Su ()akley non sappiamo molto. Anche se lo nomina spesso, Poynter non lo conobbe intimamente. Oakley era piú vecchio della ragazza. Era di buon carattere, aveva i capelli tagliati alla puritana e leggeva molti libri. Amministrava accortamente la propria tenuta di Rawndene, anche se smetteva di leggere e spegneva la luce sc~lo a notte alta. Gli piaceva anche vagabondare per i dintorni, incurante del caldo o della neve, silenziosamente e cupamente immerso nei suoi tetri pensieri. Tutto avrebbe fatto pensare che la signorina Marv dovesse preferire un fidanzato piú allegro. ~la, a quantó si deduce dal diario, Oaklev non era di cattiva compagnia e si adattava a lci perfettámente. Le donne possono capire questa situazione. E qui cominciano le difficoltà. Durante la Restaurazione, Oakléy non era ben visto. Nessuno metteva in dubbio la sua lealtà, ma aveva acquistato la proprietà sotto il protettorato di Cromwell. Se il nuovo governo annullava le vendite effettuate in quel periodo, la rovina di Oakley sarebbe stata certa. E, dati gli usi di quei tempi, sarebbero falliti anche i suoi progetti di matrimonio con la signorina Mary. Fa allora la sua comparsa Gerald Vanning. Che~successo deve aver avuto! ;Siccome faceva parte della Corte, aveva seguito il re nel suo esilio a Versailles, Colonia, Bruges, Bruxelles, Breda. Era uno di quei giovani « infatuati di sé » di cui tanto si lamentavano i cavalieri vecchio stampo nei primi anni della Restaurazione. Apparteneva a una famiglia del Kent, molto potente prima delle guerre civili. Tutti sapevano che, a restauraaione avvenuta, avrebbe goduto dei favori del re. Se questa fosse una novella, potrei raccontarvi che la signorina Mary dimenticò Oakley e si innamorò del giovane, bel cavaliere. Sembra, invece, che Vanning non le sia mai stato simpatico. La sua cortigianeria e la sua aria di superiorità infastidivano anche Poynter. E probabile che la signorina Mary non la pensasse diversamente da lui. Nel suo diario, descrive una cena data da Radiow~ in questa casa, in onore di Vanning. Le strade erano un disastro, ma Vanning giunse in carrozza accompagnato da dodici lacchè. Anche se il nuovo regime non gli aveva ancora riconosciuto i servizi resi, questo arrivo impressionò il padrone della tenuta. Vanning aveva i capelli lunghi, mentre gli altri se li stavano ancora facendo crescere. Devono essergli sembrati strani e un po' caricaturali, come uomini con una barba di vari giorni, e abbastanza rozzi da divertirlo. Però c'era anche la signorina Mary. Vanning la guardò, si poggiò alla spalliera di una sedia, salutò, mise gli occhi sul bersaglio e cominciò ad assediarla con lo stile di un re francese alla conquista di una città. Modulava lentamente i bons mots come fossero caramelle, si schiariva la gola, si dimenava, lanciava occhiate incendiarie. Radiow e sua moglie ne erano affascinati. Certo, Oakely di Rawndene piaceva loro, ma poteva anche darsi che tra un mese non possedesse piú neppure un penny. Vanning invece, come tutti sapevano, sarebbe diventato un potente. Durante la cena, Richard Oakley evitava di « guardare davanti a sé »? sembrava infelice. Dopo cena, quando gli uomini erano già ubriachi, Vanning parlò apertamente con ti padrone di casa; Oakley, barcollando, uscí invece a prendere un po' d'aria sotto i meli. Mentre l'alcool e i dispiaceri lo avevano depresso, il bere aveva ringalluzzito Vanning e il suo anfitrione. Con le lacrime agli occhi, si giurarono amicizia. Vanning affermò che si sarebbe sposato soltanto con la signorina Mary, a costo di dannarsi l'anima, come Cromwell. Radiow assunse un'aria severa, ma non troppo. « Signore, » disse, « lei abusa della mia ospitalità. Mia figlia è fidanzata con il cavaliere che è testé uscito dalla sala da pranzo. Forse, tra qualche tempo, potremo riparlare della faccenda. » Poynter, presente al dialogo, capisce la sensatezza di queste parole. Tuttavia, torna a casa turbato. In realtà, Gerald Vanning non era uno sciocco. Ho visto un suo ritratto, dipinto qualche anno dopo, quando è cominciata la moda delle parrucche. Il suo volto è intelligente, astuto, affilato. Vanning conosceva bene i classici e aveva un'infarinatura scientifica, perché la scienza era il gioco di moda, in quel periodo. Ma, soprattutto, era abbastanza chiaroveggente. Rendiamogli giustizia: in primo luogo, lo avevano sedotto gli occhi castani e le altre grazie della signorina Mary. In secondo luogo, la signorina Mary era un buon partito. Quando il re e Sir Edward Hyde avessero ricompensato i loro fidi, non avrebbero certo dimenticato Vanning di Mallingford. Tuttavia, tutto può accadere nella vita. Potevano anche dimenticarlo. Nelle tre settimane successive, si diede per certo che Vanning sarebbe diventato il genero di Radiow. Ovviamente, della faccenda non si parlò mai, ma Vanning cenò in questa casa una dozzina di volte, bevette con íl padrone e regalò alla signora Radiow una spilla che era appartenuta a Carlo I. Inclignata, la signorina Mary lo raccontò a Poynter. Poi giunsero notizie impreviste. Oakley non aveva nulla da temere per la sua casa e per le sue terre. Tutte le vendite e gli affitti di proprietà effettuati dall inizio delle guerre civili vennero ratificati. Oakley sarebbe stato un genero ricco. Radiow non aveva piú alcuna obiezione nei confronti del progetto di matrimo~ nio. Ho qui un resoconto su come venne accolta la notizia, in casa. Non proviene dal diario di Poynter, bensí dal rapporto DELL'indagine sul delitto. ~Ciò che sorprende, alla lettura di questa cronaca, è la brutale decisione, la violenza--simile a quella di una raffica, o di un colpo di pistola ín pieno petto--con cui la gente si getta alla conquista di ciò che vuole. Perché, due mesi dopo, venne commesso il delitto. Il I~l nostro anfitrione tacque e fissò il soffitto. Il fuoco del caminetto si rifletteva nei pannelli di noce. Sentiva mo i passi di una serva che camminava al piano superiore. - Vanning,--continuò,--sembra aver preso le cose tranquillamente. Era in questa casa quando Oakley giunse con la notizia. Saranno state le cinque o le sei della sera. La signorina Mary, suo padre, sua madre e Vanning erano riuniti nella stanzetta vicino alla scala, chiamata « lo spogliatoio della signora ». Era, ed è, una camera piccola, quadrata, con due vetrate e sedie in rovere e~bro«ato. C'era un telaio da tappezzeria e una credenza sulla quale trovavano posto un piatto di arance, una brocca d'acqua e alcuni bicchieri. La stanza era illuminata da una sola candela, abbastanza lontana da Vanning, cosí che nessuno poteva vederne chiaramente l'espressione. Vanning portava una casacca da cavallo; la spada gli riposava in grembo. Quando Oakley entrò con la notizia, Vanning portò la mano alla spada, ma poi fece una riverenza e si allontanò in silenzio. All'inizio, il matrimonio era stato fissato per la fine di novembre e tanto Oakley quanto la signorina Mary non vollero rinviarne la data. La decisione venne accettata di buon grado da Radiow perché Vanning, in quei m~esi, non aveva ottenuto nessun beneficio strabiliante. Aveva, sí, ricevuto una ricompensa di 500 sterline dal nuovo e conciliante parlamento, ma--in sostanza--era appena piú ricco di Oakley. Gli affari sono affari, diceva Radiow, e Oakley era il suo amato figliolo. Nessuno seppe che cosa abbia fatto Vanning nel frattempo, tranne che stabilirsi a Mallingford. Ma, da allora, cominciarono a circolare strane voci nel contado. E tutte sul conto di Richard Oakley. Poynter ne registra alcune sull diario, senza rendersi conto, dapprima, a chi si riferiscano. Dapprima impalpabili come soffioni, finivano però con il prender corpo. ~hi era Oakley? Che si sapeva di lui, se non che era comparso nella zona e vi aveva comperato delle terre nel~periodo del protettorato di Cromwell? Era un erudito, in casa aveva oltre cento libri. A che cosa gli servivano? ~he Icosa era stato, prima? Parroco? Dottore in lettere o in scienze? O, magari, in scienze occulte? Perché faceva quelle lunghe passeggiate nel bosco, soprattutto all'imbrunire? Se qualcuno glielo domandava, rispondeva che gli piaceva cosí. Ma erano gusti ben lontani dalla concezione di un onest'uomo, cioè di un uomo normale. Il bosco era folto: impossibile prevedere che cosa si poteva ~rovare tra gli alberi al cader della notte. Un onest'uomo preferisce le bettole. Nei periodi agitati, queste voci circolavano ancor piú in fretta Non ci si libera facilmente dagli scheletri di una rivoluzio ne. Inoltre, faceva un tempo strano. Le strade erano polverose, c erano mucchi di mosche e, in pieno gennaio, i rosai avevano ancora le foglie. Oakley ignorava, o fingeva di ignorare, queste dicerie. Ma Jamy Achen, un ragazzo semplrciotto e pertanto imprudente, vide qualcosa o qualcuno seguire Richard Oakley nel boschetto di Gallows. Disse che lo aveva appena intravisto, perché era l'imbrunire. Di tanto in tanto, però, sentiva frusciare i] fogliame, dietro ai passi del signor Oakley, come qualcuno o qualcosa lo spiasse. Gli sembrò una forma umana, ma non era sicuro ~osse una persona viva. La sera del venerdí 26 novembre, Gerald Vanning sí presentò in questa casa. Arrivò alle sette, un'ora tarda per le visite, in campagna. Kitts, il maggiordomo lo fece passare. Vanning chiese del padrone. Kitts gli rispose che il signor Oakley era di sopra con la signorina Mary, mentre Radiow stava chiacchierando, dopo la cena, con il signor Poynter. E certo che Vanning non aveva la spada. Kitts, alzando il candeliere, lo scrutò attentamente perché il nuovo arri vato, che intanto si toglieva i guanti, sembrava molto nervoso e non faceva che guardarsi dietro le spalle. Portava stivali fino al ginocchio, una casacca da cavallo mezzo sbottonata, una guarnizione di merletti che gli ricadeva sul petto, un cappello di castoro dalla cupola piatta ornato Ida un nastro dorato. Vide che aveva la faccia sudata. « Credo che il signor Oakley sia venuto con un amico, » disse Vanning. « No, signore. E venuto solo. » « Ma sono sicuro che il suo amico lo ha seguito », Vanning replicò girando nuovamente il capo e guardandosi a tergo. Sobbalzò come qualcuno lo avesse sfiorato e, volgendo di nuovo il capo, scrutò negli angoli, come giocasse a nascondino. « Bene! » aggiunse sbuffando, « mi conduca dalla signorina Mary. No, un momento, prima cerchi due o tre altri servi che ci accompagnino. » Kitts si allarmò e chiese~che cosa succedeva. Vanning non glielo volle dire, però ordinò che i servi si armassero di bastoni e lanterne. Con lui, quattro servi salirono le scale. Vanning bussò alla porta dello « spogliatoio » ~e gli risposero di entrare. I servi rimasero fuori. Nelle loro mani, i bastoni e i fanali tremavano: piú tardi non seppero spiegare perché. Quando Vanning entrò, Kitts poté scorgere la signorina Marv seduta accanto al tavolo con il vestito di broccato rosa che metteva di solito la domenica e, vicino a lei, Oakley, seduto sul tavolo. Entrambi si volsero, come sorpresi. Ora, Kitts sentiva delle voci, ma tanto basse da non riuscire a capire ciò che dicevano. Poi sentí parlare piú in fretta, e un rumore di passi. Gli parve cadesse un candeliere; udí un colpo sordo, un suono acuto, un respiro soffocato e, questa volta, dei colpi sul suolo, e contemporaneamente, le grida della signorina Mary. Kitts e i tre che lo accompagnavano tentarono di aprire la porta, ma qualcuno l'aveva chiusa a chiave. Allora cercarono di fotzarla, picchiandovi sopra con tanto fracasso da svegliare il padrone, che dormicchiava nella sala da pranzo sita al pianoterra; ma la porta non cedette. All'interno, dopo un momento di silenzio, un nuovo rumore di passi, stavolta molto incerti, come qualcuno avanzasse a tentoni verso l'uscio. Il possidente Radiow e il signor Poynter stavano salendo di corsa le scale nel momento stesso in cui la porta s'apriva. La signorina Mary era sulla soglia, ansando, gli occhi fuor delle orbite. Teneva sollevato l'orlo dell'ampia gonna ch'era ma«hiato di sangue, come qualcuno l'avesse usata per pulire e lustrare un pugnale. Gridando, chiedeva di portare dei lumi, e uno dei servi alzò una lanterna vicino al vano della porta. Vanning, rannicchiato contro la parete di fronte, alzava la testa per guardarli: la sua faccia era bianca come uno straccio. Ma non gli prestarono attenzione. Guardavano Oakley, ciò che era rimasto di Oakley. Era steso al suolo, ai piedi del tavolo, e aveva accanto un candeliere infranto. Era impossibile contare le ferite che gli ricoprivano il collo e il corpo. Piú di una dozzina, pensò Poyntert e aveva ragione. Incespicando, Vanning gli si avvicinò e cercò di sollevarlo. Era morto. Ascoltiamo ora le parole di Poynter: « Il signor Radiow corse verso Vanning e, scuotendolo, gridò: "Assassino! L'hai ammazzato tu!" Il signor Vanning esclamò: "Giuro su Dio che non l'ho toccato! Non ho né spada né daga!". Ed era proprio vero. Lo gettarono a terra per perquisirlo, e non gli trovarono addosso neppure uno spillo. Avevo notato che le ferite del signor Oakley, estese e slabbrate, sembravano esser state inflitte con un coltello a lama lunga. Ma lo strumento del delitto rimase mlisterioso, perché perquisimmo la stanza da cima a fondo e non trovammo neppure uno spillo nelle connessure del pavimento. Il signor Vanning disse che, mentre parlava con Oakley, qualcosa o qualcuno aveva spento la luce, aveva gettato a terra Oakley e gli si era piantato ginocchioni sul petto. Ma non poteva dire che cosa o chi fosse, e come fosse scomparso quando avevano acceso la luce ». IlI Chin~ato verso il fuoco, il nostro anfitrione finí di leggere il foglio che teneva tra le mani. Poi lo piegò, se lo mise in tasca e C1 guardò. La moglie dello storico, che s'era avvicinata al marito, si mosse inquieta. --Sarebbe stato meglio se non ci avesse raccontato questa storia,--disse nervosamente.--Comunque, ci spieghi. Ancora non capisco. ~on che cosa hanno ammazzato quell'uomo? --Questo è il problema,--rispose il nostro anfitrione, accendendosi la pipa.--Se siamo tutti d'accordo nel ritenere che questo mondo sia retto da leggi naturali, non c'era niente con cui ammazzarlo. Guardate. (In realtà, tutti guardavamo il soffitto.) Radiow chiese a sua figlia Mary di raccontargli quel che era successo. Lei cominciò a singhiozzare piano e, per la prima volta in vita sua, svenne. ISuo padre cercò di spruzzarle dell'acqua sul volto, ma il signor Vanning, prendendola in braccio, la portò al piano sottostante dove le fecero scivolare tra i denti qualche goccia di cognac. Quando rinvenne, ~cominciò a parlare confusamente: era chiaro che non poteva riferire i fatti. Qualcuno aveva spento la luce. Aveva sentito un colpo, come il rumore di una caduta e rumori di lotta. Poi, i passi di qualcuno che si muoveva, e un odore di sangue s'era sparso nell'aria rarefatta dèlla stanza chiusa. Qualcuno le tirava la gonna, a strattoni. Non ricordava altro. ovviamente, Vanning fu subito posto sotto sorveglianza e chiamarono un magistrato. Si riunirono tutti in questa sala, a quei tempi piú spoglia e meno confortevole d'ora. Immobilizzarono Vanning contro il caminetto. Il possidente sguainò la spada e cercò di trafiggerlo, mentre tutti piangevano, come si usava in quell'epoca. Ma Poynter ordinò a due servi di trattenere Radiow e, piú avanti, riferisce d'aver detto: « Procediamo con ordine ». Insomma, volevo farvi capire che questa gente non era stupida. Forse, parlavano e pensavano in modo piú rozzo del nostro, ma erano abituati a~misurarsi con problemi reali: compravendita di lana, carne, cuoio. E questo era un problema reale. Il corpo di Oakley presentava ferite profonde sei pollici e larghe uno, inferte con una lama grossa e piatta che, in certi punti, aveva sfiorato le ossa. Però non c'erano tracce dell'arma, e loro lo sapevano. Quattro uomini erano rimasti sulla soglia, tenendo alte le lanterne, mentre loro cercavano il coltello (se mai c'era stato) senza trovarlo. Avevano perquisito la stanza da cima a fondo: non lo avevano trovato. Nessuno poteva aver sottratto di nascosto il coltello, senza farsi scorgere dai quattro servi di guardia sulla soglia. Sulla parete non c'erano finestre, bensí quattro vetrate che non si aprivano. C'era una sola porta, dietro la quale i servi erano rimasti in attesa. Qualcuno aveva perpetrato contro un uomo una terribile carneficina, ma quel qualcuno non era lí. Vanning, pallido ma tranquillo, ripeté quanto già aveva dichiarato. Quando gli chiesero perché mai si fosse recato quella sera in quella casa, rispose che doveva sistemare una faccenda con Oakley. Gli chiesero allora di che cosa si trattasse. Rispose che non era contento di come andavano le cose in casa propria e che era.~ndato.a chiedere al signor Oakley di farla finita. Lui non gli aveva fatto nulla di male, a parte il contendergli la promessa sposa, e, pertanto, era andato a chiedere al signor Oakley di ritirare le sue spie. Quali spie? Vanning spiegò che non si riferiva a vere e proprie spie, ma a qualcuno che ogni notte si introduceva nell'armadio della sua stanza, della qual cosa aveva ragioni per supporre che il signor Oakley fosse il responsabile. La faccenda durava da quando Vanning aveva cominciato a fare la corte alla signorina Mary. Erano uomini, esseri umani. Poynter ordinò al maggiordomo di perquisire nuovamente la stanza, ma Kitts si rifiutò. Il seme de~ terrore era cominciato a crescere come un mango d'India sotto a un tendone; ora l'albero squarciava la tela facendone spuntare i suoi tentacoli. Era facile dimenticare il volto largo e sorridente di Oakley e ricordare invece il suo strano modo di « non guardare in faccia ». Quan do poi si pensava che, comunque, Oakley aveva il doppio degli anni della signorina Mary, cominciavano a sorgere dubbi sulla persona che si era fino ad allora accolta e vezzeggiata. Neppure il possidente Radiow volle salire le scale della sua stessa casa. Vanning, sudando e contorcendosi presso il caminetto, si armò di tutto il suo coraggio e si offrí di andare a perquisire nuovamente la stanza. Lo lasciarono fare. Ma, appena entrato, ne riuscí correndo all'impazzata e chiuse deliberatamente la porta dietro di sé. E i padroni di casa, furono sul punto di abbandonarla. Il nostro anfitrione fece una nuova pausa. Rigirandosi il sigaro tra le dita, l'ispettore ruppe il silenzio. Parlò con un certo scetticismo, e la sua voce calma placò il nervosismo degli altri. --Mi ascolti,--disse,--ci sta raccontando stregonerie locali, o esponendo seriamente lo svolgersi di un delitto? -- Sto riportando le dichiarazioni che risultano dall'inchiesta. --Dichiarazioni cui possiamo dar credito? --Penso di sí. -- Io no,--rispose l'ispettore aspirando tra i denti.--Credo che, comunque, visto che c'è stata un'inchiesta, dovremo ammettere che un uomo sia stato assassinato; ma, se è morto in seguito a tredici pugnalate, qualcosa deve pur avergliele inferte. Che ne è successo dell'arma? Lei ci dice che non era nella stanza. Però, noi, come facciamo a saperlo? Come sappiamo che non fosse nascosta da qualche parte, e che non la si sia trovata, semplicemente? --Credo di poterle dire con certezza,--affermò i] nostro anfitrione lentamente, --che lí non c'era nascosta nessuna arma. --Allora, che cosa diavolo è successo? Un'arma lunga almeno sei pollici e larga uno... --Ma ness~mo ha potuto vederla. --Non era nascosta in nessun luogo e, tuttavia, nessuno è riuscito a vederla? -- Proprio cosí. --Un'arma invisibile? -- Sí,--rispose il nostro anfitrione, con uno strano lampo negli occhi.--Un'arma assolutamente e letteralmente invisibile. --Come lo sai?--gli chiese d'un tratto sua moglie. Fino a quel momento non era intervenuta nella conversazione, ma, dalla sua sedia a dondolo, aveva scrutato a lungo il marito, con curiosità. Lui esitò, e lei gli si mise di fronte accusandolo con veemenza. -- Canaglia! --gli gridò. -- Birbante matricolato! Ti sei inventato tutto per spaventarci prima di andare a dormire! E siccome non so nulla di questa casa, hai ra«ontato una sfilza di bugie... Lui la interruppe. --No; se l'avessi inventata, vi avrei detto che era una storia. Esitò di nuovo, rosicchiandosi le unghie. --Posso ammettere d'aver cercato d'imbrogliarvi un po'. Ma non c'è nulla di male perché neppure io, in effetti, ho sco~erto il mistero. Posso soltanto fare delle ipotesi. Posso indovinare come si siano prodotte le ferite, ma il problema vero non è questo. Non capite che non è questo che mi preoccupa? Intervenne allora lo storico. -- La mia esperienza di letteratura gialla,--disse,-- mi consente di indovinare ciò che lei pensa. La vittima fu pugnalata con un ghiacciolo, come succede in diversi racconti che le potrei citare, il cui ghiaccio poi s'è fuso: ed ecco, cosí, l'arma invisibile. --No,--disse il nostro anfitrione.--Non era fa cile trovare un ghiacciolo in un inverno mite come quello. F i ghiaccioli si rompono facilmente. Non era facile trovare un ghiacciolo piatto e llargo, duro c~3me l'acciaio, e tanto affilato da assestare tredici pugnalate, alcune delle quali hanno sfiorato le ossa della vittima. Inoltre, un ghiacciolo non è invisibile. Invece, date le circostanze, l'arma era proprio invisibile, nonostante le sue dimen sioni. -- Sciocchezze,--disse la moglie dello storico. --Uno strumento simile non esiste. --Esiste, se ci pensa bene. certo, è solo una ipotesi e posso anche sbagliarmi. ~omunque, come ho già detto, il vero problema non lè questo, anche se è collegato al problema vero che... ~a non avete sentito la fine della storia. Volete che...? --Certo... --Temo che non presenti piú molte sorprese,--continuò il nostro anfitrione. --Il salo nome di Richard Oakley divenne un incubo che impediva alla gente di uscire di notte. L'espresslione « amico di Oakley » entro nell'uso per parlare di qualche disgrazia che poteva colpire qualcuno d'improvviso. Dopo il delitto, si vide Oakley passeggiare per il bosco, il capo inclinato da un lato. Le ferite si vedevano ancora... Un gran giurí, composto da cavalieri del Sussex e~presieduto da sir Benedict Skene, assolse da ogni imputaaione Gerald.Vanning. Già il giudice istruttore aveva parlato di « persone o cose sconosciute » ed espresso la propria simlpatia per la signorina Mary, con cui s'era congratulato per aver avuto, in un certo senso, « fortuna nella disgrazia ». iNon vi sorprenderà sapere che, diciotto mesi dopo la morte di Oakley, la signorina Mary s'è sposata con Gerald Vanning. Nessuno la obbligò a farlo, ma aveva ormai perduta tutta la vivacità di un tempo. A quell'epoca, le ragazze non restavano zitelle motu proprio. La signorina Mary sorrise, assentí, rispose come doveva, ma è probabile che non si sia mai ripresa, dopo l'accaduto. Le cose continuarono il loro monotono corso. Vanning divenne un uomo agiato e rispettabile. Ho dovuto cercare altre fonti per sapere qualcosa del suo successivo atteggiamento: il diario di Poynter finisce, infatti, nel 1664. Un governo riconoscente diede il titolo di barone a Vanning, che divenne poi membro influente della Royal Society, dilettandosi di tru«hi scientifici. Le sue guance s'arrotondarono, la luce furba dei suoi occhi si spense, una parrucca gli ornò il capo e quattro cavalle delle Fiandre tirarono spesso la sua carrozza fino all'antica easa di Gresham. Dopo la morte di suo suocero, a volte vi si tratteneva, spostandosi da Gresham a Mallingford con aristocratica semplicità. Di rado entrava nella stanzetta che gli aveva provocato tanto terrore, ma non ne murò mai la porta. Sua moglie si prese l'incarico di far sí che, nella stanzetta, gli zoccoli della parete e le lastre del pavimento brillassero. Era una buona moglie. Lui, da] canto suo, fu un buon marito. La trattava affettuosamente e beveva solo quel tanto che bastava a placare la sua sete, anche se lei spesso insisteva per farlo bere piú del dovuto. Ma una nuova inchiesta irruppe su questa esemplare vita familiare. Vanning venne sgozzato la notte del 5 ottobre 1667. Lui e sua moglie arrivarono a Mallingford in una sera di tem~pesta. Vanning era straordinarlamente di buon umore perché aveva concluso eccellenti affari. Cenarono insieme, e Vanning bevve piú del solito. Sua moglie non fu da meno (vi ho già raccontato che, una certa notte, per scommessa aveva bevuto d'un fiato una pinta di vino). Gli disse anche che, bere, lo avrebbe poi fatto dormire profondamente: pare che Vanning parlasse in sogno. Lei dice d'esser andata a dormire alle otto, mentre lui era ancora a tavola... Non sappiamo a che ora si sia ritirato in camera sua, e non ]o sanno neppure i servi... Kitts, il maggiordomo, crede d'averlo sen~i~o inciampare sulle scale molto tardi. Cre de anche di aver udito un grido, ma poiché soffiava ilforte vento d'ottobre, non poteva esserne certo. All'alba del 6 ottobre. un pastore di nome Coats passò nei pressi della casa. Era appena cessata la tormenta. Il pastore, che andava verso ovest, si fermò a bere l'acqua piovana di un grande orcio posto proprio sotto la stanzetta del primo piano. Mentre si chinava a bere il primo sorso, notò che l'acqua aveva uno strano colore. Guardò in alto per scoprirne la causa e vide Sir Gerald Vanning che, all'ombra degli alberi giallastri, sporgeva il capo dalla finestra. Ma non muoveva né la testa né gli occhi. La vetrata era in parte intatta, anche se la testa gli era passata attraverso e... A questo punto dèl racconto, l'ispettore lanciò una esclamazione. Era un'esclamazione di trionfo. Il nostro anfitrione lo guardò accigliato e assentí con la testa. -- Sí, -- disse. -- Ha scoperto, adesso, la verità? -- La verità?--ripeté la moglie dello storico, quasi con un grido di stupore.--La verità su che cosa? -- La verità sul primo delitto,--disse il nostro anfitrione.--Sullo stratagemma usato da Vanning, sette anni prima, per assassinare Oakley. Sono quasi sicuro che sia stato lui, l'assassino,--continuò scuotendo pensosamente il capo.--Nulla affascinava la gente di quell'epoca piú della prestigiditazione e dei giocattoli automatici: un orologio che camminasse facendo rotolare palline lungo un piano inclinato; una campana da palombaro; un allarme contro i ladri. La Royal Society si interessava di questi artifizi. E Vanning (guardate attentamente il suo ritratto, uno di questi giorni ) aveva imparato questi trucchi scientifici durante l'esilio. Inventò un coltello invisibile... -- Un momento! Vediamo! -- protestò lo storico. --Certo, aveva fatto tutto un piano contro Oakley. Oakley, dal canto suo, non era certo piú negromante, e in contatto con i demoni, di quanto lo sia io. Queste chiacchiere su di lui erano state messe in giro da Vanning, con uno scopo preciso. Una ricca messe di dicerie, la suggestione collettiva in movimento, e Vanning era pronto per attuare il suo piano. Quella notte arrivò alla casa con un pugnale in tasca. Finse d'esser stato seguito da immaginari mostri e mise in allarme il maggiordomo. Con i servi quali testimoni, salí da Oakley e dalla signorina Mary. Chiuse a chiave la porta. Parlò loro gentilmente. Distratta la ragazza, rovesciò il candelabro, fece cadere Oakley con uno sgambetto e gli si gettò addosso brandendo il pugnale. Bisognava ci fossero molte ferite e molto sangue per giustificare, poi, d'esserne stato schizzato. La ragazza era troppo terrorizzata per muoversi nell'oscurità. Vanning dovette soltanto pulire il suo coltello nel morbido, ma rigido broccato: poi lo lasciò in bella vista. Nessuno se ne rese conto. Lo storico sbatté le palpebre. -- Straordinario,--disse.--Nessuno se ne è reso conto. Può dirci quale tipo d'arma si può lasciare in bella vista, senza che nessuno la veda? -- Sí,--disse il nostro anfitrione;--una lama di vetro comune e corrente, immersa nella grande brocca di vetro piena d'acqua posta sulla credenza. Ci fu un momento di silenzio. --Vi ho parlato della brocca d'acqua. Era un oggetto familiare. Nessuno si mette a esaminare una brocca d'acqua trasparente. Vanning può aver fabbricato un coltello con il vetro piú comune, e un coltello di vetro può essere un'arma temibile; forte, piatta, affilata e puntuta quanto si voglia. Ricordatevi che c'era una sola candela accesa. Qualsiasi traccia dii sangue rimasta sulla lama spariva sedimentando ne~ll'acqua, mentre tutti guardavano senza vederlo il coltello immerso nella brocca. Ma Vanning ~ricorderete anche questo) impedí a Radiow ~l di spruzzare l'acqua della brocca sul volto della figlia svenuta: la prese tra le bra«ia e la trasportò al piano di sotto. Poi raccontò una serie di storie terrificanti; trovò una scusa per tornare da solo nella stanza, fece scivolare il coltello in una manica e lo fece sparire nella confu sione. L'ispettore corrugò pensosamente la fronte. --Ma il vero problema...--disse. --E vero. Se il delitto è stato compiuto in questomodo, sua moglie lo sapeva? Ricordate che Vanning parlava inisogno. Ci guardammo l'un l'altro. Dopo aver lanciato un'occhiata all'intorno, la moglie dello storico fece la domanda cui tutti pensavamo: --E quale fu il risultato di questa inchiesta? --Oh, molto semplice,--disse il nostro anfitrione, --morte accidentale. Un uomo ubriaco cade attraverso una vetrata e si sgozza. Qualcuno notò che c'erano tracce di ta«hi sul pavimento, come l'uomo fosse stato trascinato fino a lí: Ma non ci si soffermò sul particolare... La signora Mary continuò la sua vita felicemente, e morí alla avanzata età di ottantasei anni, benevola e sonnolenta. Sono spiegazioni ovvie. Tutto è ovvio. Non c'è nulla di cattivo nella stanzetta del primo piano. Adesso l'abbiamo trasformata in camera da letto. Vi assicuro che è comodissima. !Se qualcuno vuole dormirci, puc~ farlo. Ma, nello stesso tempo... --Certo,--idicemmo. Michael Innes La tragedia del tazzolett-, Sotto lo pseudonimo di Michael Innes si cela lo scritto tore inglese John Innes Mackintosìl Stevvart (nato a Edimburgo nel 1906). Docente universitario di letteratura inglese, ha scritto to con il suo vero nome--oltre ad alcuni romanzi--le biografie critiche di Rudyard Kipling, Joseph Conrad e Thomas Hardy. La sua narrativa poliziesca, di impianto strettamente classico ma spesso anche di carattere farsesco, ha come protagonista Appleby--un ispettore di Scotland Yard paziente, curioso, ironico, tollerante, amante dei libri e della cultura--e comprende tra l'altro i romanzi The New Sonia Wayward, 1960 (La moglie immortale); The Gay Phoenix, 1976 (Meglio erede che morlo). Titolo originale: Tragel y of Hand kerchief Traduzione di Alessandra Proietti Il sipario si alzò sull'ultima scena dell'Otello, di Shakespeare, quella in cui Desdemona muore strangolata, una scena che secondo il dottor Johnson è insopportábile. Ma in questa rappresentazione, parve all'ispettore Appleby, quel momento sarebbe passato quasi inavvertito al pubblico. Questa scena culminante sarebbe stata rappresentata nella forma sciatta, propria delle compagnie di giro che sopravvivono grazie all'appoggio fornito dalla presenza delle scolaresche. Ebbene, se su di queste producono grandi effetti gli spettacoli truculenti, i loro professori la pensano in un altro modo. Se devono portare i loro alunni a presenziare a un crimine abominevole, sia pure commesso in nome di Shakespeare, che per lo meno passi inavvertito in qualche angolo oscuro del palcoscenico. Ma se il pubblico non si sarebbe sentito orripilato, non si era neppure, perlomeno fino a quel momento, emozionato. Qualunque fossero i sentimenti rappresentati sul palcoscenico, non avevano nulla a che vedere con l'intenzione del drammaturgo. O piuttosto, pensò l'ispettore Appleby, era come se il torrente di passioni descritto to da Shakespeare fosse percorso da piccoli rivoli di passioni private, che cancellavano e intorbidivano l'idea centrale. Certamente siamo abituati alle cose che succedono nelle compa~nie teatrali formate da dilettanti, in cui le mutue gelosie e invidie dei componenti vengono fuori in maniera incongruente durante lo spettacolo. Naturalmente questo non succede nelle compagnie di professionisti; perciò, forse, il pubblico si mostrava cosí inquieto e poco convinto. Lo spettatore piú concentrato sulla rappresentazione era probabilmente Appleby, che era entrato in quello sgangherato teatro di provincia solo perché non aveva nulla da fare in serata. Intorno sentiva le risate dei ragazzi annoiati e il fruscio costante dei pacchetti di caramelle. Ciò nonostante, Appleby si mise a guardare attentamente il letto di Desdemona. Era il momento in cui Otello doveva entrare con una candela in mano e dire: ~ la causa, è la causa, anima mia 1. Ma Otello non comparve. La scena era vuota; la addormentata Desdemona era appena visibile dietro le cortine del letto, che si trovava in un angolo appartato. Questo ritardo fu uno degli indizi che non tutto marciava bene dietro le quinte. Gli spettatori avevano avuto un altro indizio in una scena del quarto atto. Otello umilia la sua sposa davanti ad estranei, dandole un ceffone. Il colpo dato con la mano aperta si può simulare perfettamente a teatro; quello che deve schiaffeggiare fa il gesto, la sua vittima traballa, e qualcun altro da dietro le quinte batte le mani per produrre l'effetto desiderato. In quell'occasione si udirono chiaramente due colpi: quello che doveva dare l'effetto, e l'altro in scena. Quando Desdemona cadde, le si vide una guancia improvvisamente arrossata, e per di piú le usciva il sangue dal naso... Come in una tragedia volgare (qualche aspra critica l'aveva già qualifi ' Per le cita~ioni dell'Otello si è utilizzata la traduzione di Antonio Meo,in W. Shakespeare, Amleto, Otello, Macheth, Re Lear, Milano, Garzanti, 1974 234 cata cosí), l'eroe, in questo caso Otello, piglia a schiaffi la sua sposa e le schiaccia il naso. Le frasi che seguirono apparvero alquanto confuse, giacché Desdemona si portava continuamente il fazzoletto sul viso per alleviare i guasti, e cercava di riprendersii dallo shock ricevuto. E chiaro che alcuni artisti si immedesimano nel ruolo ma che un Otello si faccia trascinare da questo furore artistico è francamente pericoloso. Che potrebbe mai succedere se si entusiasmasse al momento di strangolare Desdemona ? L'ispettore Appleby scosse la testa mentre contemplava la scena vuota. Aveva intravisto altri indizi di passioni contenute che scoppiettavano come scintille dietro la nota tragedia. La trama dell'Otello è basata sui sospetti del personaggio centrale, il quale, travolto dal suo temperamento geloso,-arriva ad assassinare sua moglie. Otello commette questo crimine grazie agli intrighi di lago, che fanno apparire Desdemona come una sposa a~dultera. Ma fra gli artisti di quel palcoscenico i sospetti non erano esclusivi di una persona, ma erano ripartiti fra tutti. Dietro i versi drammatici, dietro il tema centrale, una oscura e perversa cautela era in agguato; come se ciascuno di essi cercasse di indovinare che pensavano gli altri. Appleby poteva giurare che Desdemona era piú terrorizzata del necessario nel rappresentare l'eroina di Shakespeare; lago recitava come sulla difensiva, men tre, in realtà, il carattere del suo personaggio è crudele ed insinuante. La donna di lago, Emilia, benché rappresentasse efficacemente il suo ruolo di cameriera onesta che non vuole farsi notare, manifestava dietro le sue parole ed i suoi atteggiamenti un ardente desiderio di mandare alcuni dei suoi compagni all'inferno. Quanto a Michele Cassio, sembrava piú stanco e infastidito di quel che il suo ruolo richiedesse. Appleby, che non sapeva nulla di questi attori senza nome né fama insinuò che Cassio fosse il direttore della compagnia; un direttore assai cosciente del fatto che la rappresentazione appariva piuttosto sfigurata. A fianco di Appleby era seduta una bimbetta che emanava un penetrante odore di pasticche di menta; dall'altro lato, un bambino ancora piú piccolo era intento a trasformare il suo programma in palline di carta che tirava alle persone sedute piú avanti. Finalmente apparve Otello, abbig,liato nel modo che Paul Robeson aveva reso di moda col suo grande successo in quel ruolo. Il brutto in quell'attore era la sua aria da comico; fin dal principio si era notato che la sacra fiamma non ardeva nel suo petto. Quando Otello apparve con l'ovvia candela accesa in mano, la sala rimase in silenzio. Gli occhi percorrevano la scena, si fermavano in un punto, e ricominciavano a girare, mentre con la mano libera faceva dei gesti esagerati. Stava violando in tutti i modi possibili i canoni dell'arte. Tuttavia, produsse una certa impressione, se non altro di meraviglia. La bimbetta seduta alla destra di Appleby inghiottí una pastiglia intera di menta, e il bambino della sinistra lasciò in pace le munizioni. Da qualche parte del loggione un ragazzo gridò impaurito. Otello avanzò di qualche passo e venne illuminato da un riflesso giallo ver{le che gli dette l'aspetto di un cadavere in avanzato stato di decomposizione. L'intollerabile scena era cominciata con quarantacinque secondi di ritardo. la causa, i` la causa, anima mia. Lasciate che io non la nomim a voi, caste stelle. ~ la causa. Le misteriose parole si persero nelle tenebre dell'auditorio. Nulla poteva diminuirne la grandezza, né la luce giallo verde e neppure un Otello che facesse smorfie cosí ridicole mentre parlava. Pure non verserò il suo sangue, né scalfirò quella sua pelle piú bianca della neve... Di fronte a questa terribile minaccia, Desdemona si svegliò; di nuovo la luce giallastra rovinò qualunque effetto scenico, per quanto artistico volesse essere. Volete venire a letto, mio signore.~ La scena proseguiva con una tensione crescente; Otello, che per lo meno era alto, si chinava sulla donna. Quel fazzoletto che io amavo tanto e che ti regalai, tu lo desti a Cassio. Quest'opera era stata soprannominata con spregio « la tragedia del fazzoletto », e, a quel che ricordava l'ispettore Appleby, la traduzione francese usava la parola piú delicata di bandeau... Per il Cielo, ho visto io il mio fa~oletto nelle sue mani. O donna spergiura! Tu impietrisci il mio cuore e mi fai chiamare quello che intendo fare un assassinio, mentre io lo giudico un sacrificio. Ho visto io il faz~oletto. Le luci si abbassarono, con sollievo della suscettibilità delle maestre; Otello era appena visibile quando prese un grande cuscino dal letto. L'eco delle parole si era spento; non si udiva altro che qualche suono inarticolato. Sembrava che in fin dei conti i ragazzini avrebbero visto uno spettacolo degno del denaro che avevano pagato per l'ingresso. Gli attori, nell'alcova seminascosta, facevano di tutto perché la scena apparisse reale: il respiro accelerato di Otello, mentre schiacciava il cuscino, e le suppliche soffocate della moribonda Desdemona. Ed ecco, i colpi battuti sulla porta di fianco al letto, e le grida di Emilia che chiede che la lascino entrare; Otello chiude le cortine del letto, comincia a camminare all'indietro come un ubriaco, e si immerge di nuovo nella sua oratoria, mentre le grida di Emilia stanno aumentando. Mia moglie! Mia moglie! Che moglie? Non ho moglie. Rendendosi conto di quel che ha fatto, la sua voce ac quista maggior volume, nel raggiungere la vetta della retorica teatrale. Dietro le cortine, si riescono a distinguere i vacillanti gemiti di Desdemona. Oh, cosa insopportabile! Oh, ora grave! Mi pare che in questo momento ci dovrebbe essere un'enorme eclisse di sole e di luna, e che il globo atterrito dovrebbe spaccarsi alla perturbazione. Emilia continuava a bussare; Otello chiuse meglio le cortine, e camminando vacillante verso la porta, la aprí. La donna reca le disastrose notizie attraverso le quali Otello viene a sapere che il suo complotto per assassinare Cassio è fallito. La sua voce si leva nuovamente disperata: Cassio non è stato ucciso! Allora l'assassinio non è in chiave e la dolce vendetta diviene aspra... All'improvviso, si fece un silenzio completo sulla scena. Otello ed Emilia restavano immobili, in attesa di qualcosa... Di nuovo, e con ansia, Otello esclamò: La dolce vendetta diviene aspra... L'ispettore Appleby rabbrividí; il silenzio continuava, e la frase restava senza risposta. In quel momento Desdemona avrebbe dovuto chiedere aiuto, ed Emilia, aprendo le cortine del letto, avrebbe cercato in un supremo sforzo di evitare che la colpa ricadesse sul suo padrone. Ma il silenzio contmuò. Il sipario ca~de con un colpo secco, nascondendo il palcoscenico. I bambini seduti vicino ad Appleby cominciarono a piangere. -- I nomi?--chiese l'ispettore Appleby.--Per ora manterremo quelli di Shakespeare per evitare confusioni. Credo che Cassio sia il direttore della compagnia, no? Il sergente di polizia annuí.lNon sapeva se sentirsi sollevato o infastidito da quell'improvviso ed autoritario aiuto di un ispettore di Scotland Yard. -- E cosí, signore, eccolo qui--disse il sergente. Spifferi di vento attraversavano il palcoscenico muovendo il sipario; dall'altro lato si sentivano i mormorii e il calpestio dei bambini che venivano fatti uscire dal teatro. La scena sembrava irreale con i suoi teloni e i mobili appariscenti. La donna morta giaceva su qualcosa che voleva assomigliare a un letto; il suo maquillage era scuro come quello di Otello. gli attori, con i loro costumi, le barbe e le parrucche,- erano piuttosto incongruenti; si muovevano fra fantasia e realtà. In mezzo a loro, Cassio giocherellava nervosamente con l'elsa di un fioretto; il suo volto, dai lineamenti fini e distinti, mostrava una dispera~ione ben studiata. L'ispettore Appleby si rivolse a lui. --Questa è la sua compagnia, no?--chiese l'ispettore. -- La morte di Desdemona significa il suo scioglimento? --E cosí, oltre ad essere un orribile e ...--guardò verso il letto--dolorosa disgrazia. --A quanto vedo, se qualcuno aveva deciso di rovinarvi, avrebbe trovato un metodo assai efficace. Non è cosí? --Molto efficace,--il direttore sembrò sorpreso.-- Il pubblico non pagherà mai piú un ingresso per vederci Ma non credo... -- Sono d'accordo. E un motivo possibile, ma non probabile. E adesso voglio che mi dica che relazioni o che rapporti di parentela esistono fra i membri della sua compagnia. Il direttore esitò prima di rispondere. -- Io sono sposato con Bianca. « Una specie di maledizione » pensò Appleby. Poi disse: -- Quella donna era sposata con Otello? -- Sí; e lago con Emilia. --Vedo. I vostri legami di parentela sono stranamente uguali a quelli dell'opera. Voi girate da una piazza all'altra ed usate solamente pochi estranei? Cassio si inum~idí le labbra. -- Proprio cosí. Non possiamo permetterci molto. -- Perlomeno non potete permettervi un crimine,-- Appleby guardò gli attori che lo circondavano.--Immagino che vi siate accorti che il vostro spettacolo di oggi è stato mediocre, no?--indicò Otello con un dito.-- Perché ha dato uno schiaffo a sua moglie? Perfino i bambini erano inquieti. -- Sí. Perché ll'ha colpita?--Emilia avanzò di qualche passo; i suoi occhi, arrossati dal pianto, mandavano scintille.--Perché l'ha uccisa? --Picchiarla? --Otello aveva lanciato uno sguardo a lago con occhi scintillanti; nel sentire l'accusa si rivolse alla moglie di lago.--Pettegola e... --Basta,--la voce di Appleby risuonò tranquilla sul palcoscenico.--Lo stato emotivo di voi sei (mi riferisco ad Otello e Desdemona, a lago ed Emilia, e a Cassio e Bianca) saltava agli occhi stasera, riflettendo sordide passioni che non potevate controllare. Voglio sapere di che si tratta; se non mi dite che cosa vi preoccupa, me lo dirà qualche altro membro della compagnia. ---Ma questo è inconcepibile! --disse Bianca; una bella donna giovane che sembrava mantenere il controllo. --3~on ci può trattare cosí,--guardò con sfida la figura immobile sul letto, e poi suo marito. --Non ti sembra ? Fu lago e non Cassio a rispondere. Era un uomo bruno dallo sguardo inquieto. Nel parlare gli tremavano sgradevolmente le labbra.--{~erto che può. Nell'interrogare i possibili testimoni di un simile gesto deve attenersi alle regole strette, finché un avvocato... -- Sciocchezze! --esclamò Emilia inaspettatamente, rivolgendo uno sguardo di odio a suo marito.--Lasciate che quest'uomo faccia il suo dovere, cosí la finiremo prima. --Dovremmo perlomeno considerare per prima cosa R~ l'opportunità mlateriale, --~assio era un miscuglio di saggezza e nervosismo.--Quando è successo? E possibile che qualcuno di noi venga subito scagionato? L'ispettore Appleby assentí. -- Bene, prima l'opportunità e poi il motivo,--Appleby consultò il copione dell'opera.--Al rigo ottantatre -- Desdemona era viva. Al rigo centodiciassette, era morta. Durante questo periodo è rimasta quasi invisibile, giacché, oltre all'oscurità, Otello aveva chiuso le cortine. La cosa piú probabile è che proprio Otello l'abbia soffocata quando l'azione lo richiedeva, ma ci sono anche altre possibilità. Il letto è situato in un luogo accessibile da varie parti. Dietro il capezzale c'è solamente una cortina; per tanto, chiunque è potuto arrivare fino al letto senza inconvenienti. Otello non ha piú avuto Desdemona sotto gli occhi piú o meno dal rigo ottantacinque. Restavano dunque, venti righe fino all'entrata di Emilia; esse sono divise fra il disperato soliloquio di Otello e i richiami di Emilia per poter entrare. Emilia entra, e lo fa dalla porta che è vicino al letto. Dal che si deduce che Emilia ha potuto soffocare Desdemona durante il corso di queste venti righe, cinque o sei delle quali le appartengono. Bisogna riconoscere che ci vuole molto sangue freddo, ma non è una cosa impossibile. C'è un'altra possibilità. Dal momento iln cui Emilia entra fino a quello in cui De sdemona grida chiedendo aiuto, ci sono circa dodici righe inconcluse; questo intervallo viene riempito soprattutto con una mimica destinata ad a«rescere la tensione. In questo momento, qualunque altro attore può commettere il delitto. Per cui la situazione è la seguente: Otello ed Emillia sono chiaramente sospetti quanto all'opportunità, gli altri si trovano piú o meno nella stessa posizione, sempre che abbiano potuto avvicinarsi al letto senza essere visti, nel tempo intercorso fra queste dodici righe. --Questo mi libera dai sospetti,--disse Cassio, senza dimostrare alcun sollievo. Non c'era dubbio che per lui il peggio era il disastro che rovinava la compagnia.--Io stavo con l'elettricista dall'altro lato, quando abbiamo sentito il'avviso per fare entrare Emilia. Io non ho potuto commettere il delitto. --Ma sua moglie poteva,--interruppe Emilia, rivolgendo uno sguardo velenoso a Bianca.--Stava piuttosto vicina a me, quando sono entrata in scena. --Non lo metto in dubbio, e ho vísto anche suo marito,--Bianca manteneva una calma perfetta, e lanciando uno sguardo che poteva sembrare carico d'odio, aggiunse indicando lago:--L'ho visto fermo in uno dei corridoi, e mi chiesi che stesse facendo. Le labbra di lago si torsero piú violentemente di prima, e poi rise raucamente, e disse: --Questo non può servire alla polizia. E che ne è delle domande convenzionali, tipo chi ha visto la vittima per l'ultima volta? D'un tratto, Otello esclamò: --Dio mio!--si girò ed affrontò Emilia.--Lei sa che non sono stato io. Tutti conosciamo quella sua abitudine. --Che vuole dire?--Emilia si portò la mano al petto; era pallida nonostante il cerone. --Ogni volta che entrava apriva le cortine al capezzale del letto, e si chinava su Desdemona, forse per sussurrarle qualcosa; non capisco perché, dato che l'amicizia che le univa non era molto stretta. Ma lo faceva sempre. Dunque. Era viva o morta stanotte? Emilia esitò un momento prima di rispondere. --Era viva. Non ha detto nulla, ed era molto buio. Ma vidi che stava singhiozzando. --Mi pare naturale dopo lo schiaffone che le ha dato il marito,--il sergente parlò per la prima volta.--Se permettono.. . Appleby lo interruppe. -- Singhiozzando? Aveva il fazzoletto? --~erto--Emilia lo guardò con occhi sorpresi. Applebv andò verso il letto, e tornò subito con un minuscolo fazzoletto stropicciato ed umido. -- E vero, stava sotto il corpo. Ma non è quello che usava al principio, e che era macchiato di sangue a causa del ceffone. Quello deve stare in camerino, cosicché -- Sí! E il talismano d'arnore, il fazzoletto magico di Otello che Desdemona perde--disse Cassio abbandonando momentaneamente la sua compostezza. L'ispettore Appleby assentí cupamente. -- Certo,--disse a bassa voce.--C'è qualcosa in questo fazzoletto. L'indagine continuò implacabile. Cassio era stato l'ultimo a toccare il fazzoletto, ma uscendo dal palcoscenico lo aveva gettato su una sedia, e chiunque lo avrebbe potuto prendere. Forse la stessa disperata Desdemona. La storia di Emilia era molto plausibile, e se avesse avuto prove, avrebbe allontanato i sospetti da lei e da Otello. E poi? Sembrava che gli unici ad avere avuto la opportunità di scivolare fino al capezzale del letto fossero lago e Bianca, come pure di commettere l'assassinio fra il momento in cui Emilia va verso il palcoscenico ed il brusco e disastroso finale. Appleby, vedendo che non otteneva nulla di piú soddisfacente, si dedicò a studiare i possibili moventi. I personaggi principali del dramma erano: Otello e Desdemona, lago ed Emilia, Cassio e Bianca. Desdemona era stata assassinata. Cassio non era l'assassino. E durante la rappresentazione della tragedia shakespeariana gli indizi di conflitti privati erano stati qualcosa come una scena di sottofondo. Che veniva fuori da questi fatti? Appleby pensava che non si trattasse di una situazione recente; poiché la compagnia doveva stare da tempo in giro. La verità era che quei conflitti erano giunti al limite della sopportabilità durante quella serata. Forse un'improvvisa rivelazione era stata il tocco finale. Si trattava di tre coppie che vivevano insieme e con uno standard di povertà evidente. Non era difficile immaginare cosa fosse successo. L'adulterio o qualch'altra depravazione, frutto della costante promiscuità, potevano essere i motivi dell'assassinio di Desdemona. Appleby si sentí momentaneamente depresso. Le indagini di questa natura sono qualcosa di diverso dall'esame delle impronte digitali o dall'analisi delle ci~che di sigaretta. Questo procedimento richiede l'arte di leggere nelle menti, d~ studiare i caratteri e indovinare i sentimenti che si annidano nei cuori. Che tipo di emozioni avevano sentito questi attori in quel momento? Otello dimostrava orrore e disperazione; per lui, come per Cassio, ma in una forma piú oscura, le cose erano arrivate al finale. La moglie di Otello era stata assassinata poco dopo che suo marito l'aveva colpita brutalmente sul volto; in un certo senso, Otello aveva ragione a mostrarsi inorridito. Che succedeva con lago? Costui stava sulla difensiva e ciò dimostra un sen~so di colpa. Pareva che si fosse trovato di fronte, all'improvviso, piú cattiveria di quella che pensasse o sapesse. Qualunque fosse la sua situazione, riceveva scarsa consolazione da sua moglie. Emilia lo odiava. Era un sentimento che datava da tempo? Appleby pensava di no; era un odio nato da un impressione improvvisa o dalla rivelazione che aveva preceduto la catastrofe. Bianca, la moglie di Cassio, era un enigma; le sue emozioni restavano nascoste. Suo marito non aveva molto a che vedere con lei; era il tip(3 di uomo costantemente preoccupato, e che avrebbe impiegato le proprie ansie a vigilare le finanze per mantenere a galla la sua compasJnia, a parte C10, svolgeva piccoli ruoli nelle tournées. Non poteva essere un modello di marito per Bianca; le donne di questo tipo hanno bisogno di qualcosa di piú eccitante. L'analisi era completa. Appleby meditò ancora un po' e poi disse con calma: --Ora vi dirò cosa è successo; devono restare solamente gli attori principali. ICi fu un respiro di sollievo. Scomparvero come fantasmi; alcuni in maniera rapida, come chi si è tolto un peso da dosso; altri si trascinavano a fatica. Faceva molto freddo, e il sipario si agitava come un grande sudario che stesse per cadere ed avvolgerli tutti. -- I,a cosa è cominciata con l'infedeltà di Desdemona. Non è cosí?--Appleby guardò i presenti. Ci fu un silenzio assoluto.--Non è cosí?--ripeté soavemente ma il s~lenzio continuò. Appleby si diresse ad Otello.-- Non e per questo che l'ha schiaffeggiata? Improvvisamente, Otello gemette; il volto truccato si contrasse. -- Sí, l'ho picchiata perché avevo scoperto che mi era infedele. Applebv si gírò ed affrontò lago. --Lei ha sedotto la moglie di questo poveretto; il risultato è stato un delitto brutale. Lei sapeva che gli altri erano al corrente dell'intrigo? O è stato lei ad assassinarla per impedirle di parlare? lago retrocedette e gridò: --Non ha prove contro di me, non dirò nulla! Da questo momento non dirò piú una parola... Applebv si diresse a~d Emilia. --Suó marito le era infedele, e lei lo aveva scoperto. L ha assassinata lei nel parossismo della gelosia~ I lineamenti di Emilia si indurirono e rispose con alteri~ia: --Queste accuse non significano nulla. Nessuno sospetta chi l'ha uccisa, e lei non lo saprà mai. Ci fu una pausa, dopo di che Appleby si rivolse a Bianca. --Da quanto tempo lei è l'amante di lago? Che cosa ha fatto quando si è accorta di non significare piú nulla per lui? --Nulla! Non ho fatto nulla! Emilia ha ragione. Nessuno ha visto nulla, e nessuno può dire qualcosa. --Il mistero resterà ~unque irrisolto? Forse ha ragione. Ma lo sapremo domani--si diresse a Cassio e gli chiese: --Desdemona aveva un camerino privato? Vorrei darci un'occhiata prima di andarmene. --Forse non~la condanneranno a morte,--stava dicendo l'ispettore Appleby al sergente il mattino dopo.-- E stato un delitto commesso sotto un impulso violento, provocato dall'infedeltà che aveva appena scoperto, -- fece una pausa ed aggiunse: -~ Le servirà di consolazione, una volta in prigione, sapere che ha costituito un precedente nella medicina legale? --~2uasi perfetto, e a~l di fuori della nostra portata, lo ammetto,--disse ti sergente.--~a come ha indovinato che era stata Emilia? --Perché ha cambiato opinione su chi doveva incolpare. Dapprima aveva risolto di dare la colpa a~ Otello, semplicemente perché era la persona piú adatta. « Perché l'ha uccisa? » gli disse; ma dopo ha raccontato una storia che indiziava Bianca o il suo stesso marito, lago, che lei odiava. Secondo Emilia, Desdemona era viva quando aveva guardato attraverso la cortina semiaperta; con ciò Otello veniva scartato, poiché non aveva avuto altra possibilità di commettere il delitto. Io mi sono chiesto la ragione di questo cambiamento di fronte. Era solo perché Emilia non aveva niente contro Otello ma piuttosto contro il suo marito infedele? Ma non mi sembrava che fosse questa la ragione. All'improvviso, ricordai il gesto di Emilia quando Otello parlò della sua abitudine di parlare a Desdemona prima di entrare in scena. Ricorda? Il sergente ci pensò su prima di rispondere. --Mi parve che si portasse la mano al petto. In quel momento lo considerai un ~esto eccessivamente teatrale, come a dimostrare che era nervosa... ma non stava recitando in quel momento. --Non è andata esattamente cosí. Quel che lei ha visto è stata una mano che in modo rapido si è avvicinata al posto dove doveva esserci qualcosa..., qualcosa che era andato perduto. Quel qualcosa era un fazzoletto; il fazzoletto che aveva perso mentre soffocava Desdemona. Questa verità mi ha abbagliato all'improvviso... Il fazzoletto imbevuto di lacrime, che avevo trovato sotto il corpo. Per questo aveva deciso di cambiare fronte, per spiegare la presenza di quel fazzoletto. --Vedo,--disse il sergente.--E stata abile ad inventare quella menzogna, ma era pericolosa. -- Le è stata fatale. Ma prima notai diverse cose. Un uomo può piangere, ma non usa un fazzoletto pi«olo. Emilia sembrava aver pianto; invece, Bianca era tranquilla. Cosí quanto era successo mi divenne chiaro. Emilia, avendo scoperto l'infedeltà di suo marito, è preda di un'emozione intensa. Senza rendersene conto prende i;l fazzoletto di Otello, il fazzoletto magico del dramma; una volta in camerino, piange nel fazzoletto. Quando la chiamano in scena, lo nasconde in petto. Poi, nell'assassinare Desdemona obbedendo ad un impulso, le cade il fazzoletto che resta nascosto sotto il corpo della vittima. Lei mi chiede rà come faccio a provarlo. Come questa gente diceva, forse non lo avrei scoperto mai. Ma c'era una possibilità di sapere se Emilia aveva mentito. In medicina, la gente si ~ivide in gruppi a seconda del sangue e delle secrezioni. Le lacrime sono una secrezione. Dalle lacrime si può sapere a che gruppo sanguigno appartengono. Orbene, io avevo un fazzoletto col sangue di Desdemona e un altro con delle lacrime. Sono andatc direttamente all'Istituto di Medicina legale. Lí mi hanno detto quel che volevo sapere. Quelle lacrime non potevano provenire da una persona del gruppo sanguigno di Desdemona. -- Sí, è chiaro, veramente--cdisse il sergente, sorpreso. --E presto sapremo, non appena la legge lo permetterà, che le lacrime devono essere di Emilia, poiché Bianca ha permesso che le fosse preso il sangue per un'analisi e ne è uscita scagionata. L'ispettore si alzò dicendo: --Si può trarre una moralle da tutto ciò. -- Una morale? -- La morale che un vecchio ed amareggiato critico ha tratto dall'opera di Shakespeare: « Le guardarobiere devono custodire la biancheria cdi casa... ». In altre parole, è pericoloso perdere dei fazzoletti, soprattutto vi~ino ~ lln ea~avere. H. Bustos Domecq I dodici segni del mondo H. Bustos Domecq è uno degli pseudonimi degli scritto tori argentini Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, che, molto noti per la loro produzione narrativa, poetica, saggistica, hanno scritto to a quattro mani numerosi racconti polizieschi. Del 1942 è Sels problemas para don Isidro Parodi (Sei problemi per don Isidro Parodi), firmato H. Bustos Domecq, del 1945 Un modelo para la muerte (Un modello per la morte), pubblicato sotto il nome di B. Suarez Linch, del 1967 Crónicas de ~. Bustos Domecq (Cronache di H. Bustos Domecq) e del 1977 Nuevos cuentos de Bustos Domecq. Sempre insieme hanno curato la raccolta Los mejores cuentos policiales, uscita in due serie (1943, 1962). Della loro produzione come singoli autori ricordiamo, per Borges, Evaristo Carriego 1930 (Evaristo Carriego), Ficciones, 19~ (Fin~ioni), El Aleph 1949 (L'Alepki, El ha~edor 1960 (L'artefice), El libro de arena, 1975 (11 libro di sabbia); per Bioy Casares, Plan de evasión, 1945 (Piano d'evasione), El sueno de los héroes, 1954 (11 sogno degli eroi), Diario de la guerra del cerdo, 1970 (Diario della guerra al maiale), Dormir al sol, 1974 (Dormire al sole). Titolo originale: Las doce figuras del mundo Traduzione di Lucrezia Panun~io Cipriani Il Capricorno, l'Acquario, i Pesci, l'Aríete, il Toro, pensava Aquiles Molinari, assopito. Poi ebbe un attimo d'incertezza. Vide la Bilancia, lo Scorpione. Capí di essersi sbagliato; si risvegliò, tremando. Il sole gli aveva riscaldato la faccia. Sul comodino, sopra l'Almanacco Bristol e alcuni numeri de La Fija, la sveglietta Tic-tac segnava le dieci meno venti. Sempre ripetendo i segni, Molinari si alzò. Guardò dalla finestra. All'angolo c'era lo sconosciuto. Sorrise furbescamente. Andò nel bagno; tornò col raSO10, il pennello, un avanzo di sapone giallo e una ciotola d'acqua calda. Spalancò la finestra, guardò con calma ostentata lo sconosciuto e lentamente si fece la barba, fischiettando il tango Carta segnata. Dieci minuti dopo era già in strada, con il vestito marrone per il quale doveva ancora due rate alle Grandi Sartorie Inglesi Rabuffi. Andò fino all'angolo; lo sconosciuto bruscamente rivolse la sua attenzione a una estrazione della lotteria. Molinari, ormai abituato a quei monotoni maneggi, si diresse all'incrocio di via Humberto I. L'autobus arrivò subito: Molinari vi salí. Per facilitare il compito al suo pedinatore, occupò uno dei sedili anteriori. Dopo due o tre isolati si girò indietro; lo sconosciuto, facilmente riconoscibile per le sue lenti scure, leggeva il giornale. Prima di arrivare in centro, l'autobus era già pieno. Mo linari avrebbe potuto scendere senza che lo sconosciuto lonotasse, ma il suo piano era migliore. Camminò fino alla Birreria Palermo. Poi, senza guardarsi indietro, voltò verso il quartiere Nord, costeggiò il muraglione del carcere giudiziario, entrò nel cortile; credeva di camminare con tutta calma, ma prima di giungere al posto di guardia gettò via la sigaretta che aveva accesa poco prima. Scambiò due chiacchiere con un impiegato in maniche di camioia. Un secondino lo accompagnò alla cella 273. Quattordici anni prima, il macellaio Agustín R. Bonorino, che aveva partecipato al carnevale di Belgrano travestito da scugnizzo, s'era presa una micidiale bottigliata sulla tempia. Nessuno ignorava che la bottiglia di Bilz che l'aveva steso era stata vibrata da uno dei ragazzi della banda Zampa Santa. Ma poiché Zampa Santa era un prezioso elemento elettorale, la polizia decise che il colpevole era Isidro Parodi, che alcuni asserivano fosse anarchico, volendo dire invece che era uno spiritista. In realtà, Isidro Parodi non era né l'una né l'altra cosa: era padrone di un salone da barbiere nel quartiere Sud, e aveva commesso l'imprudenza di affittare una stanza a uno scrivano del 18° Commissariato, il quale gli doveva oltre un anno di affitto. Questo cumulo di circostanze avverse segnò il destino di Parodi: le deposizioni dei testimoni (che appartenevano tutti alla cricca di Zampa Santa) furono unanimi: il giudice lo condannò a vent'un anni di reclusione. La vita sedentaria aveva inciso sull'omicida del 1919; adesso era un uomo di quarant'anni, laconico, obeso, con la testa rasata e gli occhi singolarmente saggi. Quegli occhi, ora, fissavano il giovane Molinari. -- In cosa posso servirla, amico mio? La sua voce non era eccessivamente cordiale, ma Molinari sapeva che le visite non gli dispiacevano. Inoltre una eventuale reazione di Parodi gli importava meno della necessità di incontrare un confidente o un consigliere. Lento e accorto, il vecchio Parodi succhiava mate da un bricchetto celeste. Ne offrí a Molinari. Questi, sebbene impaziente di raccontare la funesta avventura che aveva sconvolto la sua vita, sapeva che era inutile volere dar fretta a Isidro Parodi; con una calma che impressionò lui stesso iniziò una conversazione banale sulle corse dei cavalli che sono degli imbrogli belli e buoni e nessuno sa chi vincerà Don Isidro non gli prestò attenzione; tornò al suo ran core prediletto: se la prese con gli italiani, che si erano infilati dappertutto, senza rispettare nemmeno il carcere giudiziario. -- Oggi è pieno di stranieri, dai precedenti oltremodo equivoci, e nessuno sa da dove vengano. Molinari, prontamente nazionalista, si uní a queste lamente-le, e disse che lui era arcistufo di italiani e di drusi senza parlare dei capitalisti inglesi che avevano riempito il paese di ferro~rie e di frigoriferi. Proprio ieri era entrato nella grande pizzeria « I Tifosi » e la prima cosa che aveva visto era un italiano. -- E un italiano o un'italiana che l'ha inguaiato? --Né un italiano né un'italiana,--disse semplicemente Molinári,--Don Isidro, ho ucciso un uomo. --Beh, dicono che anch'io ne ho ucciso uno, ed eccomi qui. Non se la prenda: la faccenda dei drusi è complicata, ma se lei non sta sullo stomaco di qualche scribacchino del 18° Commissariato, chissà che non riesca a salvare la pelle. Molinari lo guardò stupefatto. Poi ricordò che il suo nome era stato collegato al mistero della villa di Abenjaldún da un giornale senza scrupoli--ben diverso, certamente, dal dinamico quotidiano di Cordone, per il quale lui curava la rubrica di sport eleganti e di calcio.--Ri cordò che Parodi conservava intatta la lucidità mentale e, grazie alla sua prontezza e alla generosa distrazione dei vicecommissario Grondona, sottoponeva ad attento esame i giornali della sera. In realtà don Isidro non ignorava la recente scomparsa di Abenialdún; tuttavia chi~ Mo linari di raccontargli i fatti, ma di non parlare troppo rapidamente, perché era piuttosto duro d'orecchi. Molinari, già piú tranquillo, iniziò la storia: --Mi creda, io sono un giovane moderno, un uomo del suo tempo; mi piace vivere, ma mi piace anche meditare. Comprendo che abbiamo ormai superato la fase del materialismo. Proprio come diceva lei a suo tempo, e mi creda, le sue parole non sono cadute nel vuoto, bisogna risolvere l'incognita. Guardi, i fachiri, gli yoghi, con i loro esercizi respiratori e le loro fesserie, sanno un mucchio di cose. Bisogna smetterla e riconoscere che i drusi formano una comunità progressista e sono piú vicini al mistero di quanti vanno alla messa la domenica. Intanto, il dottor Abenjaldún aveva una villa favolosa nel quartiere Mazzini, con una biblioteca fantastica. Lo conobbi a Radio Fenix, il giorno della Festa dell'Albero. Pronunciò un discorso molto significativo, e gli piacque un mio trafiletto che qualcuno gli aveva mandato. Mi portò a casa sua, mi prestò libri seri e mi invitò alle feste che dava in villa; niente elemento femminile, magari, però vere e proprie gare di cultura, glielo garantisco. Certuni dicono che credono negli idoli, e nella sala principale c'è un toro di metallo che vale piú di un tram. Ogni venerdí si riuniscono intorno al toro gli akils, che sono, come si dice, gli adepti. Da tempo il dottor Abenjaldún voleva iniziarmi; io non potevo rifiutare, mi conveniva tenermi buono il vecchio, e d'altronde l'uomo non vive di solo pane. I drusi sono gente molto chiusa, e alcuni non credevano che un occidentale fosse degno di entrare nella confraternita. Senza farla lunga, Abul Hasán, il proprietario del parco camion per il trasporto carni, aveva ricordato che il numero degli eletti è fisso e che era illegittimo aggiungere nuovi affiliati; si oppose anche Izedín, il tesoriere: ma lui è un poveraccio che passa le giornate a scrivere, e il dottor Abenjaldún se la rideva di lui e dei suoi libricini. Tuttavia quei reazionari, con i loro antiquati pregiudizi, continuarono a farmi difficoltà e non esito a dire che la colpa di tutto, indirettamente, è loro. L'11 agosto ricevetti una lettera da Abenjaldún, con la quale mi annunciava che il 14 mi avrebbe sottoposto a una prova abbastanza difficile, per la quale dovevo prepararmi. --E come doveva prepararsi?--chiese Parodi --Beh, come sa, per tre giorni bere solamente tè e imparare i segni dello Zodíaco, in fila come stanno nell'Almanacco Bristol. Mi detti ammalato all'Ufficio sanità dove lavoro di mattina. Dapprincipio mi stupí che la cerimonia si tenesse di domenica e non di venerdí, ma la lettera spiegava che per un esame cosí importante era molto meglio il giorno del Signore. Io dovevo presentarmi alla villa prima di mezzanotte. Il venerdí e il sabato li passái tranquillamente, ma la domenica mi svegliiai all'alba, tesissimo. Guardi, don Isidro, adesso che ci penso sono sicuro che avevo già un presentimento di quanto sarebbe successo. Ma non mi lasciai andare, passai tutto il giorno sul libro. Era comico, ogni cinque minuti guardavo l'orologio per vedere se potevo già bere un'altra tazza di tè, non so perché guardassi tanto, comunque dovevo prenderlo: la gola era secca, e reclamava del liquido. Avevo tanto aspettato l'ora della prova, eppure riuscii ad arrivare tardi alla stazione di Retiro e dovetti prendere l'accelerato delle 23 e 18 invece di quello precedente. Per quanto fossi preparatissimo, continuai a studiare l'Almanacco in treno Mi davano sui nervi certi imbecilli che discutevano della vittoria dei Milionari contro i Chacarita-Juniors, e, parola mia, di calclo non ne capivano un cavolo. Scesi a Belgrano R. La villa distava tredici isolati dalla stazione. Pensavo che la camminata mi avrebbe rinfrancato, invece arrivai mezzo morto. Ligio alle istruzioni di Abenjaldún, lo chiamai per telefono dal negozio di via Rossetti. Davanti alla villa c era una fila di automobili; la casa era piú illuminata di una veglia funebre, e di lontano si sentiva il vociare della gente. Abenjaldún mi stava aspettando sul por tone. Lo trovai invecchiato. Lo avevo visto molte voltedi giorno, ma quella sera notai che somigliava un poco a Repetto, ma con la barba. Ironia della sorte, come si dice: proprio quella sera, angosciato com'ero per l'esame, mi vado a fissare su queste sciocchezze. Seguimmo il sentiero lastricato che circonda la casa, ed entrammo dal retro. Nella segreteria trovammo Izedín, dalla parte dell'archivio. -- Sono quattordici anni che sto qui archiviato,-- osservò dolcemente don Isidro.--Ma quell'archivio non lo conosco. Mi descriva un po' il posto. --Guardi, è molto semplice. La segreteria si trova al primo piano: una scalinata scende direttamente nella sala delle cerimonie. Qui erano radunati i drusi, circa centocinquanta, tutti velati e in tunica bianca, intorno al toro di metallo. L'archivio è una stanzetta attigua alla segreteria: è un locale interno. Io lo dico sempre, che una stanza senza una finestra, come si conviene, alla lunga diventa malsana. Non è d'accordo? --Non me ne parli. Da quando mi sono stabilito qui, al quartiere Nord, i locali chiusi non li sopporto proprio. Mi descriva la segreteria. --E una stanza grande. C'è una scrivania di quercia, con sopra l'Olivetti, alcune poltrone comodissime, di quelle in cui si sprofonda fino al collo, una pipa turca mezza marcia, che vale un patrimonio, un lampadario a gocce, un tappeto persiano, futurista, un busto di Napoleone, una biblioteca di libri importanti: la Storia universale di Cesare Cantú, Le meraviglie del mondo e dell'uomo, la Biblioteca internazionale delle opere lamose, la raccolta de La Razón, 11 giardiniere illustrat-~ del Peluffo, Il tesoro della gioventú, La donna delinquente del Lombroso, e altro. Izedín era irritato. Ne scoprii subito il perché: era tornato alla carica con la sua letteratura. Sulla tavola c'era un enorme pacco di libri. Il dottore, impegnato con il mio esame, voleva sbarazzarsi di Izedín e gli disse: « Non si preoccupi. Stanotte stessa darò un'occhiata ai suoi libri ». Non so se l'altro gli abbia creduto: andò a infilarsi la tunica per scendere nella sala delle cerimonie: non mi degnò nemmeno di uno sguardo. Rimasti soli, il dottor Aben]aldún mi disse: « Hai digiunato scrupolosamente? Hai imparato i dodici segni del mondo? ». Assicurai che dalle dieci del giovedí (quella sera in compagnia di alcuni glovani leoni della nuova ondata, avevo cenato con una lombatina e un po' di girello al forno ai mercati generali) stavo solamente a tè. Quindi Abenjaldún mi ckiese di recitargli i norni dei dodici segni. Glieli dissi senza neppure un errore; me li fece ripetere ancora cinque o sei volte. Alla fine mi disse: « Vedo che hai rispettato le istruzioni. Non ti servirebbero a niente, comunque, sé ora non ti mostrassi preciso e coraggioso. Mi consta che lo sei; ho deciso di non ascoltare chi nega le tue capacità ti sottometterò a una sola prova, la piú pericolosa e dif ficile. Trent'anni fa, sulle montagne del Libano, io la portai a termine con successo; ma prima li maestri mi avevano concesso altre prove piú facili: rintracciare una moneta in fondo al mare, una foresta fatta di vento, un calice al centro della terra, una scimitarra maledetta. Tu non dovrai cercare quattro oggetti magici; dovrai ritrovare i quattro maestri che costituiscono l'occulto tetragono della Divinità. Adesso, assorti in devoti esercizi, stanno intorno al toro di metallo; pregano con i loro fratelli, gli akils, anche essi velati: niente li distingue l'uno dall'altro, ma il tuo cuore li riconoscerà. Io ti ordinerò di portarmi qui Yusuf; tu scenderai nella sala delle cerimonie, pensando in ordine esatto i segni del cielo; arrivato all'ultimo, quello dei PeSC1, ritornerai al primo, che è l'Ariete, e cosí via, di se guito. Girerai tre volte intorno agli akils e, se non avrai alterato l'ordine dei segni, i tuoi passi ti porteranno a Yusuf Gli dirai: « Abenjaldún ti chiama ». E lo porterai qun Poi ti ordinerò di portarmi il secondo maestro. Poi il terzo, poi il quarto. Fortunatamente, a furia di leg gere e rileggere l'Almanacco Bristol, i dodici segni mi erano rimasti ben impressi in mente; ma è sufficiente dire a uno di non sbagliare perché subito gli venga la paura di sbagliare. Non mi scoraggiai, glielo assicuro, ma ebbi un presentimento. Abenjaldún mi strinse la mano, mi disse che le sue preghiere mi avrebbero accompagnato, e scesi la scala che porta alla sala delle cerimonie. Ero tutto concentrato sui segni; inoltre quelle schiene bianche, quelle teste chine, quelle maschere lisce e quel toro sacro che non avevo mai visto da vicino, mi rendevano inquieto. Tuttavia feci i miei tre giri come dovevo e mi ritrovai dietro a un incappucciato, che mi sembrò uguale a tutti gli altri; ma dato che stavo ripetendo i segni dello Zodiaco, non ebbi il tempo di riflettere e gli dissi: « Abenjaldún la chiama ». L'uomo mi seguí; mentre io continuavo ~ pensare ai segni, salimmo le scale ed entrammo nella segreteria. Abenjaldún stava pregando; fece entrare Yusuf nell'archivio, e quasi subito tornò indietro dicendomi: « Adesso portami Ibrahím ». Ridiscesi nella sala delle cerimonie, feci i miei tre giri, mli fermai dinanzi a un altro incappucciato e gli dissi: « Abenjaldún la chiama ». Con lui tornai in segreteria. --Aspetti un po', amico,--disse Parodi.--E sicuro che mentre lei faceva i suoi giri, nessuno sia uscito dalla segreteria? -- Guardi, le assicuro di no. Stavo ben attento ai segni e a tutto quanto, ma non sono cosí scemo. Non toglievo gli occhi da quella porta. Stia pur traquillo: nessuno è entrato né uscito. Abenjaldún prese Ibrahím per il braccio e lo condusse nell'archivio; poi mi disse: « Adesso portami Izedín ». Cosa strana, don Isidro, le prime due volte ero sicuro di me, questa volta invece ero sfiduciato. Scesi, girai tre volte intorno ai drusi e tornai con Izedín. Ero stanchissimo: per le scale mi si annebbiò la vista, colpa dei reni; tutto mi parve diverso, persino il mio compagno. Lo stesso Abenjaldún, che ormai aveva tanta fiducia in me che invece di pregare si era messo a fare solitarl, si portò Izedín in archivio, e mi disse, parlandomi come un padre: « Questo esercizio ti ha stancato. Ci andrò io a cercare il quarto iniziato, che è Jalil ». La stanchezza è nemica dell'attenzione, ma appena Abenjaldún fu uscito mi aggrappai alla ringhiera della scalinata e mi misi a spiarlo. Il mio uomo fece i tre giri tranquillamente, prese Jalil per un braccio e se lo portò di sopra. Le ho già detto che l arckivio non ha altra porta se non quella che dà nella segreteria. Di lí entrò Abenjaldún con Jalil: ne uscí subito con i quattro drusi velati; si f~ce il segno ddia croce, perché è gente molto devota; poi gli disse in criollo di togliersi il velo; lei dirà che è pura fantasia, ma lí davanti a me, c'erano Izedín, con la sua faccia da straniero, e Jalil, il vicedirettore de La Sicurtà, e Yusuf, il cognato di quello che parla col naso, e Ibrahím, pallido come un morto e barbuto, sa, il socio di Abenjaldún. Centocinquanta drusi tutti uguali, e lí davanti c'erano i quattro maestri. Il dottor Abenjaldún quasi mi abbracciò; ma gli altri, che sono persone refrattarie all'evidenza e piene di superstizioni e di pregiudizi, non vollero rassegnarsi e si misero a protestare in druso. Il povero Abenjaldún cercava di convincerli, ma alla fine dovette cedere. Disse che mi avrebbe sottoposto a un'altra prova, difficilissima, nella quale però si sarebbe giocata la vita di tutti loro e forse il destino del mondo. Continuò: « Ti benderemo gli occhi con questo velo, ti metteremo nella mano destra questa lunga canna e ciascuno di noi si nasconderà in diversi angoli della casa o del giardino. Aspetterai qui fino al tocco dii mezzanotte; dopodiché ci cercherai uno dopo l'altro, guidato dai segni. Questi segni governano il mondo; durante la prova ti sarà affidato il corso delle costellazioni: tutto il cosmo sarà in tuo potere. Se non alteri il corso dello Zodiaco, i nostri destini e il destino del mondo seguiranno il corso prestabilito; se invece la tua mente si blocca, se dopo la Bilancia immaginerai il Leone e non lo Scorpione, il maestro che cerchi morirà e il mondo conoscerà la minaccia dell'aria, dell'acqua e del fuoco ». Tutti approvarono meno Izedín che aveva mangiato tanto di quel salame che già gli occhi gli si chiudevano ed era cosí distratto che al momento di accomiatarsi ci tese la mano a tutti, uno per uno, cosa che non fa mai. Mi dettero una canna di bambú, mi bendarono e si allontanarono. Rimasi solo. Che angoscia, per me: immaginare i segni senza alterarne l'ordine; aspettare quei rintocchi che non suonavano mai; il timore dii sentirli suonare e cominciare a girare per quella casa, che di colpo mi parve immensa e sconosciuta. Senza volerlo pensai alla scala, ai pianerottoli, ai mobili che avrei trovato sul miio cammino, alle cantine, al cortile, ai lucernai, che ne so. Cominciai a sentire di tutto: i rami degli alberi del giardino, la messa in moto della vecchia Isotta di Abd-el-Melek, sa, quello che ha vinto la lotteria dell'olio Raggio. In breve, tutti se ne andavano e io rimanevo solo in quel casermone, con quei drusi nascosti chissà dove. Fatto sta che quando l'orologio cominciò a suonare mi presi un grosso spavento. Uscii con la mia canna: io, un ragazzo giovane, pieno di vita, che camminava come un invalido, come un cieco, lei mi capisce; presi subito a sinistra, perché il cognato di quello che parla col naso ha molto savoir faire e pensavo che l'avrei trovato sotto il tavolo; nel frattempo vedevo chiaramente la Bilancia, lo Scorpione, il Sagittario e tutti quei segni; mi d~imenticai del primo pianerottolo e proseguii ruzzolando giú per le scale; quindi entrai nel giardino d'inverno. D'un tratto mi persi. Non trovavo piú né la porta né le pareti. certo, vorrei vedere: tre giorni solamente a tè e il grande logorio mentale a cui mi ero sottoposto. Nonostante tutto riuscii a dominare la situazione e mi diressi dalla parte del montacarichi; sospettavo che qualcuno si fosse introdotto nella carbonaia, perché quelli là, per quanto istruiti, non hanno un briciolo della nostra furbizia. Cosí ritornai verso la sala. Inciampai in un tavolino a tre zampe, di cui si servono alcuni drusi che ancora credono nello spiritismo, come se vivessero nel medioevo. Mi parve che dalle pareti tutti gli occhi dei ritratti ad olio mi fissassero. Lei forse riderà: la mia sorellina dice sempre che io ho qualcosa del poeta e del pazzo. Ma non mi lasciai andare e trovai subito Abenjaldún: allungai il braccio ed eccolo lí. Senza altre difficoltà trovammo la scala, che era molto piú vicina di quanto non pensassi, e guadagnammo la segreteria. Durante il percorso non ci rivolgemmo una sola parola. Io ero impegnato con i miei segni. Lo lasciai e uscii per cercare un altro druso. Proprio allora udii come`un riso soffocato. Per la prima volta mi sfiorò un dubbio: mi venne da pensare che stessero ridendo di me. Subito dopo udii un grido. Io giurerei di non essermi sbagliatQ con i segni: ma, prima per la rabbia e poli per la sorpresa, può darsi che mi sia confuso. Non nego mai l'evidenza. Tornai indietro e, tastando con la canna, entrai nella segreteria. Inciampai in qualcosa sul pavimento. Mi chinai. Con le mani toccai dei capelli. Toccai un naso, degli occhi. Senza capire quel che facevo, mi strappai la benda. Abenjaldún stava lungo disteso sul tappeto: aveva la bocca piena di bava e di sangue; lo palpai, era ancora caldo ma già cadavere. Nella stanza non c'era nessuno. Vidi la canna che mi era caduta di mano: era macchiata di sangue sulla punta. Soltanto allora mi resi conto che lo avevo ucciso. Certamente, nell'udire la risata e il grido, mi ero confuso un attimo e avevo scambiato l'ordine dei segni: tale confusione è costata la vita a un uomo. Forse anche quella degli altri quattro maestri... Mi affacciai alla ringhiera e li chiamai. Nessuno rispose. Atterrito, scappai nel retro della casa, ripetendo a bassa voce Ariete, Toro, Gemielli, perché il mondo non mi crollasse addosso. Arrivai subito al muro di cinta, e pensi che il parco si estende per quasi un ettaro; me lo diceva sempre lo Sghembo Ferrarotti che il mio avvenire era nel mezzofondo. Ma quella notte fui una rivelazione nel salto in alto: d'un balzo scavalcai il muro che è quasi due metri. Mentre mi rialzavo dal fosso, cercando di togliermi un po' di cocci di bottiglia che mi si erano attaccati addosso da tutte le parti, cominciai a tossire per il fumo. Dalla villa usciva un fumo nero e spesso come lana da materasso. Per quanto non fossi allenato, corsi come ai bei tempi; giunto a via Rossetti mi girai a guardare: c'era una luce in cielo come solo !il 25 maggio per l'Indipendenza, la casa stava bruciando. Guardi un po' che può succedere a scambiare i segni! Solo a pensarlo, la bocca mi si secca piú della lingua di un pappagallo. Scorsi un agente all'angolo e feci marcia indietro; poi mi infilai in certe stradette che sono una vergogna della capitale: come argentino ne soffrivo, mi creda, e dei cani mi inseguivano; bastò che uno solo di loro cominciasse ad abbaiare che tutti si mettessero a latrarmi contro, assordandomi; in quella zona Ovest, non c'è nessuna sicurezza per il passante, né un minimo di vigilanza. D'un tratto mi calmai, perché vidi che ero arrivato in via Charlone; girai un po', e mi ritrovai al muraglione del cimitero; dei disgraziati, fuori di un bar, per sfottermi si misero a sghignazzare « Ariete, Toro » e a fare pernacchi indecenti, ma io non gli badai e tirai avanti. ~i crede che soltanto dopo un po' mi resi conto che avevo continuato a ripetere i segni ad alta voce? Mi persi di nuovo. Sa bene che in quei quartieri ignorano le regole urbanistiche e le vie si perdono in un labirinto. Nemmeno mi passò per la testa di prendere un mezzo; arrivai a casa con le scarpe ridotte a pezzi, all'ora in cui escono gli spazzini. Ero morto di stanchezza, quella mattina. Credo d'aver avuto persino qualche linea di febbre. Mi buttai sul letto, ma decisi di non dormire, per non distrarmi dai segni. A mezzogiorno m!i diedi ammalato alla redazione e pure alla Sanità. In quella entrò il mio vicino, il rappresentante della Brancato, che mi tirò un po' su e mi trascinò nella sua stanza a farci una spaghettata. Le parlo con il cuore in mano: dapprincipio mi sentii meglio. Il mio amico è un uomo di mondo e sturò un moscato del posto. Ma io non ero in vena di discorsi raffinati, e con la scusa che la salsa mi era rimasta sullo stomaco, me ne tornai nella mia stanza. Non uscii per tutta la giornata. Comunque, dato che non sono un eremita ed ero preoccupato per la faccenda della sera prima, chiesi alla padrona di portarmi Las Noticias. Senza nemmeno buttare un'occhiata alla pagina sportiva, mi immersi nella cronaca nera e vidi la foto del sinistro: alle 0,23 del mattino era scoppiato un violento incendio nella villa del dottor Abenjaldún, situata nella zona residenziale Mazzini. Malgrado l'immediato intervento della sezione locale dei pompieri, l'immobile era rimasto preda delle fiamme, tra le quali aveva trovato la morte il proprietario, l'illustre membro della comunità sirolibanese, dottor Abenjaldún, uno dei grandi pioneers dell'importazione dei sostituti del linoleum. Rimasi senza fiato. Baudizzone, che non cura troppo la sua pagina, non aveva menzionato per niente la cerimonia religiosa e diceva che quella sera si erano riuniti per leggere la Preghiera, e per rínnovare le cariche. Poco prima dell'incidente avevano lasciato la villa i signori Jalil, Yusuf e Ibrahím. E~si avevano dichiarato che fino alle ventiquattro si erano intrattenuti amichevolmente con l'estinto, il quale, lungi dal presentire la tragedia che avrebbe posto fine ai suoi giorni e ridotto in cenere una classica dimora della zona Ovest, aveva fatto sfoggio del suo abituale esprit. Le cause della spaventosa conflagrazione non erano ancora state chiarite. A me il lavoro proprio non mi spaventa, ma da quel giorno non tornai né al giornale né alla Sanità e mi sentii proprio giú di corda. Due giorni dopo venne a trovarmi un signore molto gentile, e cominciò ad interrogarmi sulla parte che avevo avuto nell'acquisto di non so che spazzolini e canovacci da cucina per la mensa del grande magazzino di via Bucarelli; poi cambiò discorso e si mise a parlare delle comunità straniere e in parti colare si interessò di quella sirolibanese. Promise, masenza garantirlo, che sarebbe tornato a trovarmi. Ma non è piú venuto. In cambio uno sconosciuto si è piazzato all'angolo e mi segue ovunque, con grande circospezione. So che lei è un uomo da non lasciarsi confondere né dalla polizia né da nessuno. Mi salvi, don Isidro, sono disperato. -- Io non sono né un mago né un fachiro, che viene e risolve indovinelli. Ma non ti negherò una mano. Però, ad una condizione: promettimi che mi darai retta in tutto. --~ome vuole lei, don Isidro. --Benissimo, cominciamo subito. Dimmi per ordine i segni dell'Almanacco. --Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci. --Benissimo. Adesso dimmeli al contrario. Molinari, pallido, balbettò: --Teriea, Roto... --Piantala con queste scemenze. Ti ho detto di cambiare l'ordine, di dire i segni come ti vengono, in altro modo. --Cambiare l'ord~ine? Ma lei non mi ha capito, don Isidro, questo non si può fare... --No? Dimmi il primo, l'ultimo e il penultimo. Molinari, impaurito, ubbidí. Poi si guardò intorno. --Bene, adesso che ti sei tolto di testa quelle panzane, vai al giornale. E non ti fare cattivo sangue. Muto, sollevato, stordito, Molinari uscí dal carcere. Fuori c'è l'altro che aspetta. In capo a una settimana Molinari arrivò alla conclusione che non poteva piú protrarre una seconda visita alle carceri. Però lo seccava l'idea di ritrovarsi faccia a faccia con Parodi, che aveva portato a galla tutta la sua presunzione e la sua sciocca credulità. Un giovane moderno come lui, farsi abbindolare da quegli stranieri fanatici! Le apparizioni del signore gentile si erano fatte piú frequenti e piú minacciose; non solo parlava dei sirolibanesi, ma anche dei drusi del Libano: la sua conversazione si era arri«hita di nuovi argomenbi. Per esempio: l'abolizione della tortura nel 1813, i vantaggi di uno strumento moderno, appena importato da Buchenwald. Una mattina di pioggia, Molinari prese l'autobus allo angolo di via Humberto I. Quando scese al quartiere Palermo, scese anche lo sconosciuto, che era passato dalle lenti scure alla barba bionda... Parodi lo accolse, come al solito, con una certa freddezza; ebbe il buonsenso di non alludere al mistero di villa Mazzini. Parlò, argomento per lui abituale, di ciò che può fare un uomo che abbia una solida conoscenza del gioco delle carte. Rievocò l'immagine tutelare di Lince Rivarola, che si era beccato una sediata in testa giusto nel momento in cui estraeva un secondo asso di spada da uno speciale dispositivo infilato nella manica. Per completare l'aneddoto, tirò fuori da un cassetto un mazzo mezzo bisunto, lo fece mescolare da Molinari e gli chiese di distribuire le carte sul tavolo, con le figure coperte. Gli disse: --Amico caro, lei che è un mago, darà adesso a questo povero vecchio il quattro di coppe. Molinari balbettò: -- Io non ho mai preteso di essere un mago, signore... Sa bene che ho rotto tutti i rapporti con quei fanatici. --Hai tagliato e mescolato: dammi subito il quattro di coppe. Non aver paura, è la prima carta che prenderai. Tremando, Molinari allungò la mano, prese una carta qualsiasi e la dette a Parodi. Questi la guardò e disse: -- Sei un drago. Adesso dammi il fante di spade. l~ Molinari scelse un'altra carta e gliela consegnò. --Adesso il sette di bastoni. Molinari gli tese una carta. --L'esercizio ti ha stancato. Alzerò io per te l'ultima carta, che è il re di coppe. Prese con fare negligente una carta, e l'uní alle altre tre. Poi disse a Molinari di voltarle. Erano il re di coppe il sette di bastoni, il fante di spade e il quattro di coppe. --Non spalancare tanto gli occhi,--disse Parodi.-- Fra tutte queste carte uguali ce n'è una segnata: la prima che ti ho chiesto, ma non la prima che mi hai dato. Ti ho chiesto il quattro di coppe, mi hai dato il fante di spade; ti ho chiesto il fante di spade, mi hai dato il sette di bastoni; ti ho chiesto il sette di bastoni, e mi hai dato il re di coppe. Ti ho detto che eri stanco e che io stesso avrei alzato la quarta carta, il re di coppe. Ho preso il quattro di coppe che è segnato con questi puntini neri. --Abenjaldún ha fatto lo stesso. Ti disse di cercare il druso numero 1, tu gli kai portato il numero 2; ti disse di portargli il ~, tu gli hai portato il 3; ti disse di portargli il 3, tu gli hai portato il 4; ti disse che sarebbe andato lui a cercare il 4 e portò su il numero 1. L'1 era Ibrahím, suo amico intimo: Abenjaldú poteva ben riconoscerlo fra tanti... Questo capita a chi frequenta gli stranieri. Tu stesso mi hai detto che i drusi sono gente molto chiusa. Dicevi bene, e il piú chiuso era proprio Abenjaldún, il decano della collettività. Agli altri era sufficiente disprezzare un criollo: lui volle metterlo in ridicolo. Ti disse di andare una domenica e tu stesso hai detto che il giorno delle loro cerimonie era il venerdí. Per renderti nervoso ti mise per tre giorni a tè soltanto e ad Almanacco Bristol; in aggiunta ti fece camminare per non so quanti isolati; ti propinò una funzione religiosa di drusi incappucciati e, come se la paura non bastasse a confonderti inventò la faccenda dei segni dello Zodiaco. L'amico era in vena di scherzi; non aveva ancora controllato (non lo avrebbe mai fatto) i libri contabili di Izedín: proprio di quei libri stavano discutendo quando entrasti tu, e hai creduto che parlassero di romanzieri e di poesie. Chissà quali imbrogli aveva combinato il tesoriere; di certo c'è che uccise Abenjaldún e incendiò la casa perché nessuno vedesse quei libri. Si congedò da voi dandovi la mano --cosa che non faceva mai--perché voi deste per scontato che se n'era andato via. Si nascose lí intorno, aspettò che se ne andassero gli altri, che ne avevano abbastanza dello scherzo, e mentre tu con il bastone e bendato cercavi Abenjaldún, lui rientrò nella segreteria. Quando tornasti con il vecchio, i due risero vedendoti camminare come un povero cieco. Uscisti per cercare il secondo druso; Abenjaldún ti seguí perché tu lo ritrovassi e ti facessi quattro viaggi a vuoto, riportando sempre la stessa persona. Il tesoriere, allora, lo pugnalò alle spalle: tu udisti il suo grido. Mentre ritornavi nella stanza a tentoni, Izedín fuggí, dando fuoco ai libri. Poi, per giustificare la loro sparizione, diede fuoco anche alla casa. Harry Kemelman Nove mi~lia sotto la pioggia Henry Kemelman, scritto tore statunitense, nato a Boston (Massachusetts) nel 1908. Docente universitario di letteratura inglese, è autore di numerosi racconti polizieschi, che hanno come protagonista il professor Nick Welt, un investigatore che basa le proprie conclusioni interamente sulla logica e sulle abilità speculative. ~ anche autore di un CiC10 di sette roman~i che hanno nel titolo un riferimento a un particolare giorno della settimana, e il cui protagonista è il rabbino David Small, capo di una piccola comunità ebrea di una cittadina di provincia l'ra questi roman~i ricordiamo Friday. The Rabbi slept ~ate, Titolo originale: The Nine Mile Walk Traduzione di Alessandra Proietti Ho fatto proprio una brutta figura con il discorso pronunciato al pranzo del Good Govemment Association; Nick Welt mi mise alle strette il giorno seguente, mentre fa~cevamo colazione al Blue Moon, un posto dove andavamo quando avevamo voglia di vederci. Avevo commesso l'errore di uscire fuori dall'argomento del discorso che avevo preparato, per criticare una dichiarazione rilasciata ai giornali dal mio predecessore nel posto di pubblico ministero. Tirai fuori un sacco di conclusioni da quella dichiarazione. esponendomi cosí alle confutazioni che non tardarono ád arrivare; tutto ciò mi fece fare la figura di un intellettuale disonesto. Io ero un novellino in questioni di politica; da pochi mesi avevo lasciato la Law School per trasformarmi nel candidato del Partito riformista alla carica di pubblico ministero. Quanto precede è una specie di difesa, ma Nicholas Welt, che non abbandonava mai i suoi modi pedagogici ( era professore di lingua e letteratura inglese a Snowdon), mi rispose con lo stesso tono che avrebbe impiegato per negare la richiesta di un qualsiasi studente de] corso secondario. --Non è una scusa--mi disse. Nonostante abbia solamente due o tre anni piú di me (e ci avviavamo alla curva dei quaranta), mi tratta sempre come un professore con un alunno particolarmente stupido. Ed io, forse perché sembra molto piú vecchio a causa dei capelli bianchi e della sua somiglianza con uno gnomo, sopporto le sue lezioni. --Erano delle conclusioni assai logiche--dissi in tono supplichevole. --Caro ragazzo,--disse dolcemente,--benché sia quasi im~possib~le non trarre conclusioni da quel che leggiamo o ascoltiamo, generalmente queste conclusioni sono erronee. Nella professione dell'avvocatura, questi errori si producono in percentuale elevata, poiché in questo caso l'intenzione non è di scoprire ciò che si desidera comunicare, ma piuttosto ciò che si desidera nascondere. Presi il conto e mi alzai. Nel fare questo dissi: -- Immagino che bi stia riferendo all'interrogatorio dei testimoni nella sala delle Udienze. Bene, in questi casi c'è sempre la parte contraria pronta a rifiutare qualsiasi conclusione illogica. --E chi ha parlato di logica?--replicò.--Una conclusione può essere logica, ma non per questo veridica. Mi seguí alla cassa, dove pagai la mia consumazione poi aspettai con impazienza che Nick cercasse nel suo portamonete fuori moda e vi pescasse varie monete una dopo l'altra, e le collocasse sul bancone a fianco del suo conto; ma si accorse che il totale era insufficiente. Le fece scivolare di nuovo nel portamonete e, con un sospiro di tristezza tirò fuori un biglietto dal preistorico portamonete, e lo consegnò al cassiere. --Dimmi una frase di dieci o dodici parole,--mi disse Nick,--e ti ci costruisco una catena di conclusioni logiche, che non ti sognavi affatto nell'organizzare la frase. Poiché lo spazio era ridotto, e continuavano ad arrivare clienti alla cassa, decisi di uscire e di aspettare sul marciapiede che Nick terminasse la sua operazione con il cassiere. Mi ricordo che mi divertí l'idea che Nick potesse pensare che io stessi ancora al suo fianco, ascoltando la sua arringa. Quando mi raggiunse, gli dissi: --Camminare per nove miglia non è uno scherzo, specialmente sotto la pioggia. --No, non lo è,--disse distrattamente. All'improvviso, si fermò, e mi guardò in modo inquisitorio.--Di che diavolo stai parlando? --E una frase ed ha dodici parole--dissi ripetendo la frase, mentre contavo le parole con le dita. -- E che vuol dire? --Mi hai detto che se avessi coniato una frase di dieci o dodici parole... --Ah, sí! --mi guardò con diffidenza.--E dove l'hai pescata? --Mi è venuta in mente. Andiamo, tira fuori le tue conclusioni. --Dici sul serio? -- chiese mentre gli brillavano gli occhi.--Lo desideri veramente? Era tipico di Nick sfidare le persone e poi dimostrare gioia quando la sfida veniva accettata. Questo mi fece arrabbiare. --Parla o stai zitto--gli dissi. --Va bene, non ti arrabbiare. Accetto. Vediamo... Come ~era la frase? « Camminare per nove miglia non è uno scherzo, specialmente se piove. » Non c'è molto materiale. --Sono piú di dieci paròle. --Bene,--la sua voce diventava piú brusca via via che andava studiando mentalmente il problema.--Prima conclusione: il soggetto è infastidito. --D'accordo,--dissi,--per quanto in realtà è una conclusione un po' forzata; l'affermazione lo implica. Nick assentí impaziente. --Seconda conclusione: la pioggia non era prevista; se no, avrebbe detto: « Camminare per nove miglia sot .~. to la pioggia non è uno scherzo », invece di collocare lafrase « sotto la pioggia » alla fine, preceduta dall'avverbio « specialmente », che indica chiaramente un'idea che gli è venuta dopo. --Te la faccio passare, per quanto sia ovvia. --Le prime conclusioni devono essere ovvie. Non dissi niente; mi pareva che si fosse messo in un impi«io, e non volevo farglielo notare. --La conclusione seguente è che il soggetto non è un atleta, né un amante dell'aria libera. -- Spiegati meglio. -- Ancora quella parolina « specialmente ». Il soggetto non dice che una camminata di nove miglia non è uno scherzo sotto la pioggia, ma che la distanza, fai attenzione, non è uno scherzo. Invece, nove miglia non costituiscono una distanza tanto lunga; si cammina per piú della metà di questa distanza per fare diciotto buche al golf, e il golf è un gioco da vecchi,--ed aggiunse con modestia:--io gioco al golf. --Tutto ciò va bene in circostanze normali,--dissi, --ma ci sono altre possibilità. Il soggetto potrebbe essere un soldato nella giungla; in questo caso, non sarebbe certo uno scherzo, con o senza pioggia. -- Sí,--Nick divenne sarcastico.--Potrebbe anche essere un individuo con una sola gamba; o un laureato che sta scrivendo una tesi sul gusto e che comincia con l'annotare tutte le cose che non sono divertenti. Prima di continuare, ti voglio confidare due presunzioni. --Che vuoi dire?--chiesi diffidente. --Ricordati che prendo la frase cosí come tu me l'hai presentata, senza pretendere di sapere chi l'ha detta, né in che circostanze. In generale, una frase si inquadra nella cornice di una situazione. --Vedo. E quali sono le tue presunzioni? -- In primo luogo, presumo che la frase non abbia un'intenzione frivola; il soggetto si riferisce ad una camminata effettuata, e non con il proposito di fare esercizio o di vincere una scommessa o qualcosa del genere. --Mi sembra logico e ragionevole. --E presumo anche che la camminata ha avuto luogo da queste parti. -- A Fairfield? --Non necessariamente qui, ma da queste parti. -- E probabile. --Dunque, se accetti queste ipotesi devi pure essere d'accordo con me sulla conclusione che ne ho tratto: il soggetto non è un a~leta né un amante dell'aria libera. --Bene, benissimo; continua. -- L'altra mia conclusione è che la camminata è stata fatta a notte alta, o di mattina molto presto; diciamo fra la mezzanotte e le cinque o le sei di mattina. -- Da cosa lo deduci? --Dalla distanza di nove miglia. Siamo in una zona abbastanza popolata; qualunque strada tu prenda ti porterà in qualche paesino; molto prima di aver percorso nove miglia. Per esempio, Had~ley è a cinque miglia; Hadiey Falls, a sette miglia e mezzo; Goreton a undici, ma East Goreton sta prima, e la distanza per arrivare in quest ultimo posto è di otto miglia. Ci sono treni per Goreton; e per le altre località, c'è un servizio di autobus. Le strade sono sempre molto frequentate. E dunque, dimmi: perché mai qualcuno ha dovuto camminare per nove miglía sotto la pioggia se non era notte fonda-, o l'alba, momenti in cui i mezzi di trasporto sono scarsi, ed in cui un conducente privato difficilmente farebbe montare in macchina uno sconosciuto? -- Forse non voleva esser visto--suggerii. Nick mi guardò con compassione. --Ti sembra meno visibile andare da solo su una strada, piuttosto che mescolato fra la folla di un treno o di un autobus, che generalmente è assorta nella lettura di un giornale? --Va bene, non insisto--dissi bruscamente. --Vediamo che te ne pare; andava verso una città, piuttosto che da una città. Assentii. --E quasi sicuro. Se stava in una città, gli sarebbe stato facile organizzarsi un mezzo di trasporto. Ti basi su questo per la tua conclusione? -- In parte,--d~isse Nick,--ma deduco una conclusione anche dalla distanza. Ricorda che è una camminata di nove miglia, e nove è un numero esatto. --Mi dispiace, ma non capisco. Un gesto esasperato da maestro di scuola apparve sul volto di Nick. --Supponiamo che tu dica che hai fatto « una camminata di dieci miglia », o « una passeggiata in macchina di cento miglia ». Io posso pensare che hai camminato per otto o per dodici miglia, o che hai guidato la macchina per ottanta o per centodieci miglia. Dieci e cento non sono numeri esatti, puoi aver camminato per dieci miglia giuste o approssimativamente per dieci miglia; ma se dici che hai camminato per nove miglia, io ho il diritto di supporre che la distanza è stata esattamente di nove miglia. Ora, però, possiamo sapere con piú precisione la distanza da un determinato punto alla città, piuttosto che quella che esiste dalla città verso un determinato punto. Per esempio, se chiedi a qualcuno di qui, a che distanza sta la fattoria di Brown, sempre che la conosca bene, ti risponderà che ci sono tre o quattro miglia. Ma, chiedi al fattore Brown in persona quanto c'è dalla sua fattoria fino alla città e ti dirà: « tre miglia e seicento, e lo so, perché piú di una volta ho misurato la distanza con il contachilometri ». --E un po' fiacca, Nick--dissi. --Ma a paragone con la tua che, se fosse uscito di città, avrebbe potuto organizzare qualche mezzo di trasporto... -- Sí, hai ragione; continua. ~he altro? --Ora comincio ad arrivare al nocciolo,--si vantò. --Un'altra conclusione che traggo è che dovesse trovarsi in un luogo determinato ad un'ora precisa; non si trattava d, andare a cercare aiuto perché gli si era rotta la macchina o perché sua moglie era malata o perché i ladri erano entrati in casa. --Per favore! Il guasto d~lla macchina mi sembra la conclusione piú probabile; poteva conoscere esattamente ila distanza, se aveva controllato i1 contachilometri uscendo dalla città. -- No, in un caso simile, la cosa piú probabile è che si fosse sistemato nel sedile posteriore a dormire o, nel peggiore dei casi, che si fosse messo a fianco della macchina per poter richiamare l'attenzione del primo che passasse. Ricordati che si tratta di nove miglia. Quanto tempo hai detto che occorre per percorrerle a piedi? -- Quattro ore--risposi. Nick assentí. --Non un minuto meno, tenendo in conto la pioggia. Ci siamo messi d'accordo su un punto, e cioè che la camminata ha avuto luogo a notte fonda, o di mattina presto. Se il guasto all'automobile è capitato all'una di notte, non avrebbe potuto arrivare in città prima delle cinque; a quell'ora circolano già molti veicoli per le strade. Gli autobus cominciano a circolare un po' piú tardi, verso le cinque e mezzo. D'altra parte, non era obbligato ad andare fino in città; la cosa piú logica sarebbe stata che andasse solamente al telefono piú vicino. No, sono si curo che avesse un appuntamento in città, e un po' prima delle cinque e mezza. --E perché non andarci prima ed aspettare? Avrebbe potuto prendere l'ultimo autobus, arrivare verso l'una, ed aspettare il momento dell'appuntamento. Invece di ~are cosí, cammina per nove miglia sotto la pioggia e, a quanto tu dici, non è per niente un atleta. La nostra conversazione era a questo punto, quando arrivammo al palazzo municipale, dove ho il mio ufficio. In generale, le nostre discussioni cominciavano al Blue Moon e terminavano all'entrata del municipio; ma siccome stavolta mi sentivo veramente mteressato dalle dimostrazioni di Nick, gli suggerii di salire un momento in ufficio. Quando ci fummo seduti, gli chiesi: --Che rispondi, Nicky? Perché non ha potuto arrivare prima, ed aspettare? --Poteva, ma non~lo ha fatto. Dobbiamo dedurne che per una causa qualunque, ha perso l'ultimo autobus; oppure, che doveva aspettare nel luogo in cui stava qualche segnale o una chiamata telefoni~ca. --Tu credi che avesse un appuntamento fra la mezzanotte e le cinque e mezza?... --Possiamo avvicinarci molto di piú all'ora esatta. Ricordati che la camminata occupa quattro ore; l'ultimo autobus si ferma alle dodici e mezza di notte. Se non lo prende, e comincia a camminare a quest'ora, non arriva prima delle quattro e mezza. D'altra parte, se prende il primo autobus, arriverà intorno alle cinque e mezza. Da ciò si deduce che il suo appuntamento doveva essere fra le quattro e mezza e le cinque e mezza. --Capisco, vuoi dire che se l'appuntamento era prima delle quattro e mezza avrebbe preso l'ultimo autobus; se era dopo le cinque e mezza, avrebbe preso il primo della mattina. -- Proprio cosí. E un'altra cosa; se aspettava un segnale o una telefonata, questi dovevano arrivare non molto piú tardi dell'una di notte. -- IL che significa che avrà cominciato a camminare verso l'una